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Il fuoco ardeva nel grande camino della locanda. Un profumo appetitoso di cipolle, cavoli e spezie pervadeva le stanze. Tutto era com’era stato, come doveva essere, con un paio di migliorie da ammirare: i pavimenti erano coperti da stuoie di paglia rossiccia, anziché da sabbia sparsa sul legno nudo. — È molto bello, è più caldo — disse Irene, e Palizot, compiaciuta ma critica: — Non so ancora quanto durera

Bambina, significava quella parola, cara bambina; lì aggiungevano «adja» anche ai nomi, trasformandoli in vezzeggiativi. A Irene faceva piacere, quando Palizot la chiamava così. A

— Non è venuto nessuno, da nessuna strada — disse Palizot, una strana risposta, in tono calmo e grave. Poi Sofir salì dalle cantine, con le ragnatele sui folti capelli neri, un uomo dalla voce di baritono, modellato con le stesse dimensioni dal petto al fianco, così che sarebbe stato possibile dividerlo in sezioni rotonde, come un tronco d’albero; abbracciò Irene, le strinse le mani, tuonando gioiosamente: — È passato tanto tempo, Irenadja, tanto tempo, ma sei tornata!

Le assegnarono la sua stanza preferita, e Irene aiutò Sofir a portar su la legna per il camino. Sofir preparò e accese subito il fuoco per riscaldare e arieggiare la stanza; sembrava che non fosse stata usata per diverso tempo. Non c’erano altri ospiti alla locanda. In sé, la cosa non era insolita, ma Irene cominciò a notare altri indizi che pochi viaggiatori e poco traffico venivano alla locanda. I grossi boccali di peltro per la birra, appesi in fila lungo la parete, non erano stati usati di recente, a giudicare dall’aspetto, per una chiassosa serata tra mercanti o per il benvenuto a un gruppo di compratori di stoffe arrivati dalle pianure. Irene andò a vedere quante bestie c’erano nella stalla; ma non ce n’era nessuna, e le mangiatoie erano vuote. Sebbene Sofir fosse un ottimo cuoco, a cena le vivande erano grossolane, e non erano accompagnate dal suo squisito pane di grano, ma solo dalla polenta scura ricavata dai cereali che crescevano lì sulla montagna. Intorno a Sofir e Palizot c’era un’atmosfera di difficoltà o di costrizione; ma non dicevano nulla, direttamente, dei loro magri affari, e Irene si sentì incapace di chieder loro qualcosa. Per loro era ancora «la bambina», gradita e circondata di premure perché non era responsabile delle loro avversità e delle loro preoccupazioni. Perciò, per lei, il soggiorno presso quei due era sempre stato una festa del cuore; e non sapeva come cambiare, anche se avesse voluto. E come sempre, loro parlavano solo di cose senza importanza; l’importante era il loro affetto.

Dopocena, alcuni abitanti della piccola città ve

Quando le lampade venivano accese, e le tende e le imposte chiuse, sembrava sempre che fuori fosse notte. Irene non aprì gli scuretti della finestra della sua camera fino a quando si alzò, dopo aver dormito tutta la notte; e il crepuscolo immutabile sembrava la semioscurità di un mattino d’inverno. Era così che ne parlavano gli abitanti della città: dicevano mattino, mezzogiorno, notte. Imparando la loro lingua, Irene aveva appreso quelle parole, ma non sempre le giungevano indiscusse sulle labbra. Che significato potevano avere, lì? Ma non poteva chiederlo a Palizot o a Sofir, o a Trijiat, la madre di Aduvan, o alle altre do

Irene era convinta che il Padrone sapesse qualcosa dell’esistenza della porta. Forse sapeva anche molto di più: e sebbene lei non lo ammettesse chiaramente di fronte a se stessa, credeva che in effetti il Padrone sapesse molto più di lei, e che le avrebbe spiegato tutto, se glielo avesse chiesto. Ma non osava chiederglielo. Non era ancora il momento. Sapeva ancora così poco, del suo paese, conosceva solo la strada del sud, e la piccola città, gli abitanti della città e i loro commerci e i dissidi e gli scherzi e le arti e i pettegolezzi e le usanze, che non si stancava mai d’imparare, e la loro lingua, che parlava correntemente e che tuttavia talvolta non comprendeva affatto. Sempre, fuori dal centro benigno del focolare, si stendevano il crepuscolo e il silenzio, l’inspiegato, l’inesplorato. Lei era sempre stata contenta che fosse così. S’era augurata che lì non fosse cambiato nulla. Ma questa volta, fin dalla prima sera, al primo focolare, aveva sentito che il cerchio s’era spezzato. Non era più sicuro. Per quanto lei lo desiderasse, per quanto lo desiderassero gli altri, lei non era più una bambina.

Dopo colazione andò a far visita a Trijiat, e poi accompagnò Aduvan e il fratellino dal calzolaio, dall’altra parte della città, per lasciare da risuolare le scarpe più belle della loro madre. La bambina chiaccherò per tutta la strada, e il piccino trillava come un grillo. Avevano la testa piena di una storia di fantasmi o qualcosa del genere che qualcuno gli aveva raccontato, e continuavano a chiedere a Irene se non aveva avuto paura, quando era salita su per la montagna. Virti corse avanti, si nascose dietro un portico, balzò fuori verso di lei, lanciando suoni terrificanti come un grillo isterico, e lei lanciò doverose grida di sgomento e di orrore. — Devi cadere! — disse Virti, ma Irene rifiutò di cadere. Dopo aver sbrigato la commissione, lasciò i bambini dalla loro no