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2.

Forse adesso la porta era sempre chiusa, chiusa per sempre, scomparsa. Andare al bosco di Pincus, e al luogo dove doveva essere, e vedere la stupida luce del giorno, i macchioni polverosi, il fosso, e poi la recinzione di filo spinato attraverso il primo pendio della collina, senza il sentiero che scendeva, senza la porta… era inutile continuare a insistere. La prima volta che l’aveva trovata chiusa, due a

Avanzò, socchiudendo gli occhi, insospettita, camminando come se temesse che il terreno le potesse venire strappato sotto i piedi come un tappeto. Poi si lasciò cadere carponi e baciò la terra, premendovi contro la guancia, come una lattante. — Così — sussurrò, — così. — Si alzò, e tese le braccia verso il cielo, poi andò in riva al ruscello, s’inginocchiò, si lavò rumorosamente la faccia e le mani e le braccia, bevve, rispose al canto sonoro e incessante dell’acqua: — Così ci sei, così ci sono, così. — Sedette a gambe incrociate sulla roccia sporgente, immobile, e chiuse gli occhi per contenere la sua gioia.

Era trascorso tanto tempo, ma nulla era cambiato; non cambiava mai nulla. Lì era il «sempre». Lei doveva fare quel che faceva sempre quand’era una ragazzina di tredici a

Si alzò sulla roccia sporgente, e con le braccia allargate, le mani incurvate come se reggessero sonagli o bacili di fiamma o d’acqua, danzò sulla pietra, in rapidi movimenti ondeggianti, danzò per la spiaggia, per il guado… e si arrestò.

In un cerchio di pietre, sulla sabbia, pochi metri più a valle rispetto al guado, c’erano le ceneri di un fuoco.

E accanto, utensili e pacchi, seminascosti sotto i rami chini di un ontano. Plastica, acciaio, carta.

Senza far rumore, lei avanzò d’un passo. Le ceneri erano ancora calde, e si sentiva l’odore acre del legno bruciato.

Nessuno veniva lì. Nessuno, mai. Quel luogo era soltanto suo. La porta era per lei, il sentiero era per lei sola. Chi, standosene nascosto, aveva assistito alla sua danza, e aveva riso? Si voltò per cercare, rigida, per sfidare il nemico, «Vieni avanti, vieni fuori!», quando, con una scossa di paura assoluta che le tolse completamente il fiato, vide l’enorme braccio pallido tendersi brancolando verso di lei, sull’erba…

…e mentre vedeva la cosa mostruosa, comprese che cos’era, e scorse un sacco a pelo marrone, qualcuno in un sacco a pelo sull’erba, accanto ai cespugli. Ma la scossa era stata così violenta che lei si lasciò cadere accosciata, dondolandosi leggermente, fino a quando riprese il fiato e il biancore abbandonò i limiti della sua visuale. Poi, cautamente, si alzò di nuovo e scrutò attraverso l’orlo erboso del greto. Poteva dire soltanto che il sacco a pelo era immobile. Se avesse mosso un altro passo, in quel punto, avrebbe calpestato la sabbia soffice e vi avrebbe lasciato un’orma. Si ritrasse sulla pietra sporgente, poi passò sull’erba, e girò dietro gli arbusti di sambuco fino a quando poté vedere chiaramente l’intruso. Una bianca faccia pesante, resa inespressiva dal so

Rimase immobile come il dormiente. Poi, all’improvviso, si voltò e a passi rapidi e leggeri, silenziosi nelle scarpe da te

Non c’era nessun luogo dove andare, nessun luogo dove stare. Persino lì non c’era pace, non c’era posto.

Ma la direzione che percorreva le diceva stai andando a casa. La sua pelle toccava l’aria del suo paese, i suoi occhi guardavano le foreste del crepuscolo. Il ritmo del passo, dei pendii in salita, dei pendii in discesa, i fiumi, i lunghi ritmi della terra acquietavano l’angoscia, colmavano finalmente il vuoto. Più si addentrava nel crepuscolo e più apparteneva ad esso, interamente, fino a quando ogni pensiero dell’intruso nel luogo dell’inizio si smorzò, e la sua mente si sintonizzò su ciò che le stava intorno, mentre proseguiva verso la meta. Le foreste s’incupirono, il percorso dive

E la via era lunga. Lei dimenticava sempre quanto fosse lunga e faticosa. Quando aveva trovato la via per la prima volta, usava interrompere il viaggio con una dormita al Terzo Fiume, ai piedi della montagna. Fin da quando aveva compiuto i sedici a

— Irena! — gridò la piccola Aduvan, sulla via davanti al cortile della locanda, dapprima sbalordita e poi prorompendo in un sorriso e in un grido rivolto alle sue compagne di gioco: — Irena tialohadji! — Irena è ritornata!

Irene abbracciò la bambina e la fece roteare nell’aria fino a quando strillò, e le quattro piccole gridarono tutte, con le loro voci dolci ed esili, per farsi abbracciare e sollevare saltellando intorno a lei finché Palizot si affacciò dal cortile per vedere qual era la causa del chiasso, e si fece avanti asciugandosi le mani sul grembiule, calma, dicendo: — Entra, entra, Irena. Vieni da così lontano, sarai stanca. — Così aveva accolto Irene la prima volta che era giunta alla Città della Montagna, a quattordici a