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Una dozzina di abbaini e di tetti spioventi tagliavano netti angoli scuri nel cielo; le finestre e i bovindi a molti vetri non erano mai allo stesso livello, ed era impossibile contare i piani della casa, se non per la presenza di tre grandi travi attraverso la facciata. La porta era massiccia, suddivisa in dodici pa

Fimol, la governante, eretta e imperturbabile nella veste grigia dal collo alto, le maniche lunghe e la lunga go

Era il centro della casa, quella stanza dall’alto soffitto. Di fronte alla lunga parete rivestita da pa

Alla destra del camino più lontano, presso la porta che dava nei suoi uffici, il Padrone stava conversando con il tagliapietre, Gahiar. Quando vide Irene entrare insieme alla governante, la fissò con quella cupa smorfia ancestrale; poi la sua espressione cambiò; si staccò da Gahiar e attraversò la lunga sala, tendendo le mani. — Irena! Sei arrivata! — Era l’accoglienza che lei aveva immaginato spesso, nelle sue fantasticherie; ma non se l’era aspettata, e non si era mai chiesta cosa sarebbe venuto dopo.

Il Padrone, o sindaco, di Tembreabrezi era un uomo scarno e olivastro con il naso aquilino e gli occhi scuri. Portava calzoni neri di stoffa tessuta in casa, un po’ stinti sul tono ruggine e accuratamente rammendati, e il panciotto e la giacca della stessa stoffa. Era un uomo aspro, un uomo cupo. Lei lo aveva amato dalla prima volta che l’aveva visto. Il Padrone la condusse nel suo ufficio, dove c’era il fuoco acceso, e le tende erano chiuse, come per scacciare il grigiore d’una giornata invernale. Le offrì una sedia; e aiutata dalla dignità dei propri abiti, una go

— È passato molto tempo, Irena.

— Non potevo venire.

— La strada…?

— Non riuscivo a trovare… — E non riusciva neppure a trovare le parole necessarie. — Il posto — disse, e poi, ricordando che chiamavano così l’arco di pietra all’ingresso del maniero, soggiunse: — La porta. Era chiusa.

— Non potevi camminare sulla strada? — disse lui; non era spazientito dall’impaccio di lei, ma attento, in modo quasi ossessivo.

— Quando ho… quando ho potuto raggiungere la strada, sono riuscita a percorrerla. Ma all’inizio… — Irene s’impappinò di nuovo.

— Avevi paura.

La voce del Padrone era gentile; lei non l’aveva mai sentito parlare così gentilmente.

— Quando ho varcato la porta. Era trascorso tanto tempo. E là, nel luogo dell’inizio, accanto al fiume, c’era…

Il Padrone disse una parola, quasi in un sussurro. Era la parola che il piccolo Virti aveva gridato, quando giocava a fare il mostro e lei non aveva voluto cadere, e Aduvan l’aveva rimproverato. Stai zitto, non dirlo, e i due bambini erano apparsi sovreccitati, sul punto di piangere. Un enorme, pallido braccio deforme proteso sull’erba…

— Un uomo — disse Irene. — Uno straniero.

Il Padrone ascoltava, intento, vigile.

— Uno straniero, come me. Non come me, ma… — Lei non conosceva altro modo per dirlo. Il Padrone, che evidentemente aveva compreso, a

— Hai parlato con lui?

— No. Dormiva. Sono passata oltre. Non volevo… Avevo paura… — S’impappinò di nuovo. Non poteva spiegare il suo primo istante di panico. Sicuramente, lui avrebbe compreso perché una do

Se anche il Padrone comprendeva cosa intendesse lei con «là», la sua unica reazione fu un cupo cipiglio.

— Devi difendere le tue mura, Padrone! — disse Irene, disperatamente. Avrebbe voluto dire «frontiera» ma non conosceva quella parola, nella lingua di lui, né altre parole che significassero «confine» o «recinzione», eccettuata quella che indicava un muro di legno o di pietra.

Lui a

Il tono della voce la fece ammutolire. Il Padrone si volse verso lo scrittoio e dopo qualche istante continuò, con la stessa quiete forzata: — Non possiamo percorrere le strade. Sono chiuse. Tu sai che alcune ci sono chiuse da lungo tempo. La strada del sud, la tua strada… sai che non la usiamo. — Irene non l’aveva saputo, e lo fissò senza comprendere. — Ma avevamo i pascoli estivi e il Gradino Alto, e tutte le strade orientali, e quella del nord. Ora non li abbiamo più. Nessuno viene da Tre Fontane, o dai villaggi ai piedi delle colline. Neppure un mercante. Non viene nulla dalle pianure. Non giungono notizie dalla Città del Re. Per qualche tempo abbiamo potuto andare verso ovest, su per la montagna, lungo i sentieri, ma ora non più. Tutte le porte di Tembreabrezi sono sbarrate.

Non c’erano porte da sbarrare. Soltanto la via che conduceva alla strada del sud e alla strada del nord, e i sentieri che salivano e scendevano la montagna, a est e a ovest, tutti aperti, senza porte e senza barriere.

— È il Re a dire che non potete usare le strade? — chiese Irene, in preda alla frustrazione, incapace di comprendere; e poi si allarmò dell’avventatezza con cui aveva interrogato il Padrone. Imparare la lingua di lui, dopotutto, non era stato come imparare lo spagnolo alle medie superiori, la casa la casa, el rey il re… La parola rediai, che lei interpretava come «re», non significava necessariamente re, o ciò che lei intendeva per «re»; non aveva modo di sapere cosa volesse dire, se non sentendola usare, e non veniva usata spesso, tra

Forse lui non aveva neppure udito la domanda. — Questo straniero — disse, voltandosi ma senza guardarla, con voce molto bassa, ma aspra. Esitò a sua volta.

— Potrebbe essere stato… un errore… ha sbagliato strada… — Un vagabondo, avrebbe voluto dire Irene, un intruso che si è accampato lì per passare la notte, senza notare nulla di speciale in quel luogo, e forse non ha attraversato nessuna soglia, e il giorno dopo se ne andrà, probabilmente chiederà un passaggio per andare in città, e forse se ne è già andato, questo non è il suo posto. Avrebbe voluto dire tutto ciò, anche se non poteva. Ormai era sicura che era vero. Era la verità che lei voleva e che, lo capiva benissimo, anche il Padrone voleva, perché la comprendeva e considerava la possibilità con sollievo evidente. Forse non era convinto, ma lei gli aveva dato una speranza di cui aveva bisogno. Il Padrone la guardò, finalmente, e sorrise. Il suo sorriso era raro, molto breve, e dolce. — Non osavo sperare che tu tornassi, Irena — disse sottovoce. Se lei avesse parlato, avrebbe potuto dire soltanto: — Ti ho sempre amato. — Ma non poteva, e non era necessario. Lui conosceva il proprio potere. Era il Padrone.