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— Dov'è Mogien? A che popolo appartenete? Parlate…

Non ci fu risposta neanche adesso, e le figure cominciarono ad avvicinarsi lentamente. Raho incoccò una freccia. Sempre tacendo, tutte insieme, all'improvviso le figure parvero gonfiarsi in modo strano, i mantelli si spalancarono da entrambe le parti: attaccarono subito da tutte le direzioni, con lenti, agili balzi.

Combattendo contro quegli esseri, Roca

Continuò così per lungo tempo, e a tratti dovette lottare per svegliarsi da quella monotonia di paura, di voci sottili che sibilavano intorno a lui, di molteplici battiti d'ali che faticosamente lo trasportavano sempre in avanti, sobbalzando.

Poi, all'improvviso, il volo si trasformò in una lunga discesa. L'oriente che andava illuminandosi scivolò orribilmente al suo fianco, la terra si alzò davanti a lui. le numerose mani, forti e morbide, che lo stringevano si aprirono, ed egli cadde. Illeso, ma troppo sofferente e stordito per rizzarsi a sedere, giacque al suolo e si guardò intorno. Sotto di lui c'era un pavimento di lastre lisce come se fossero state tagliate nell'acciaio. Dietro di lui sorgeva la vasta cupola di un edificio, e davanti, al di là di una porta senza architrave, vide una strada fiancheggiata da case argentee senza finestre, perfettamente allineate, tutte identiche: una pura prospettiva geometrica illuminata dal chiarore dell'alba senza nubi. Era una vera città, non un villaggio dell'Età del Bronzo, ma una grande città, severa e grandiosa, possente e precisa, prodotta da una grande tecnologia. Roca

Quando la luce aumentò, Roca

Tutt'e quattro i suoi compagni giacevano a terra come Mogien: rigidi e con gli occhi aperti. La faccia di Raho era orrendamente distorta. Perfino Kyo, che nella sua fragilità era parso inattaccabile, giaceva immobile e i suoi grandi occhi riflettevano il chiarore del ciclo.

Eppure respiravano, con respiri lunghi e tranquilli, molto distanziati tra loro; Roca

Un sibilo improvviso proveniente dall'alto lo fece istintivamente acquattare al suolo, dove cercò di rimanere immobile come i corpi paralizzati che lo circondavano. Si sentì afferrare alle braccia e alle gambe. Lo fecero girare su se stesso, vide una faccia china su di lui: una faccia grande, allungata, bruna e bellissima. Sulla pelle scura della testa non spuntava un solo capello, mancavano anche le sopracciglia. Occhi color d'oro chiaro fissavano da palpebre prive di ciglia. La bocca, piccola e delicatamente modellata, era chiusa. Le mani morbide e robuste gli strinsero le mascelle, costringendolo ad aprire la bocca. Un'altra di quelle alte forme si chinò su di lui, ed egli tossì, semisoffocato dal liquido che gli ve

I due grandi esseri lo lasciarono. Egli balzò in piedi, sputando l'acqua, e disse: — Sto benissimo, lasciatemi stare! — Ma le creature gli avevano già voltato le spalle. Erano chini su Yahan: uno gli apriva a forza le labbra, l'altro gli versava nella bocca una piccola quantità d'acqua, servendosi di un vaso lungo e argenteo.

Erano molto alti, molto snelli. Semi-umanoidi; robusti e delicati, si muovevano con una certa goffaggine e con una certa lentezza sul terreno, che non era il loro elemento naturale. Il petto relativamente stretto si sporgeva in avanti, tra i muscoli delle spalle che muovevano le ali lunghe e morbide. Le ali, con una dolce curva, scendevano dalle spalle come cappe grige. Le gambe erano sottili e corte, e la nobile testa scura sembrava china in avanti perché le ali sporgevano al di sopra di essa.

Il Manuale di Roca

Si avvicinò alla coppia di creature, che in quel momento dava l'acqua a Kyo, e domandò in tono cortese, con un po' di diffidenza: — Parlate la Lingua Comune, alati Signori?

Le due figure non gli diedero retta. Si accostarono tranquillamente a Raho, con il loro passo leggero e un poco claudicante, e versarono a forza un po' d'acqua fra le sue labbra contorte. L'acqua colò fuori, scivolando sulle sue guance.

Passarono a occuparsi di Mogien, e Roca

Riprendendosi da tutte quelle emozioni, Roca

Lo stupore reverenziale di Roca

Si allontanò dai compagni e attraversò il cortile, dirigendosi verso la porta senza architrave e poi nelle strade di quella città incredibile.

Niente si muoveva. Tutte le porte erano chiuse. Alte e prive di finestre, una dopo l'altra, le facciate argentee si ergevano silenziose, illuminate dalla prima luce del mattino.

Roca

Ripercorrendo la strada radiale da cui era giunto, ritornò verso l'edificio centrale: l'unica costruzione della città che differisse, sia come forma, sia come altezza, dalle alte case argentee disposte in file geometriche. Rientrò nel cortile. Ogni casa era chiusa, le strade erano pulite e deserte, il cielo era vuoto, non c'era altro rumore che quello dei suoi passi.