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Impressionante, pensò A
Lui toccò di nuovo la scacchiera. Ed ecco che si materializzarono i pezzi, sebbene pezzi non fosse la parola giusta. Erano ologrammi, fatti di luce, non di sostanza.
Due file di guerrieri cinesi. Dietro, c’erano elefanti e consiglieri, generali a cavallo e un paio di splendidi imperatori accanto alle loro esili ed eleganti mogli. Uno degli imperatori era vestito di rosso, l’altro di bianco e d’argento.
— Sa giocare? — domandò Gislason.
— Conosco le mosse.
— Non basta. — Gislason toccò la scacchiera. Uno dei guerrieri sfoderò una spada. La minuscola lama scintillò. La figurina la brandì sopra la testa e fece un passo avanti.
Come resistere? A
Molto impressionante, sebbene chiaramente un ologramma. I colori erano troppo pallidi. I rossi e i bianchi avevano una certa iridescenza perlacea, e le figure mancavano di solidità, sebbene fossero tridimensionali e magnificamente dettagliate. Di tanto in tanto, vibravano o svanivano per brevi momenti.
Una coppia di eserciti fantasmi, pensò A
— Costa molto? — domandò.
— La scacchiera? Sì. Ma nello spazio non c’è modo di spendere molto denaro. Mi piacciono gli scacchi e i giocattoli costosi.
Gislason andò avanti fino a quando l’aereo non cominciò a scendere. Poi spense la scacchiera. Le minuscole figure spettrali svanirono. Riavvolse la scacchiera e la mise via mentre l’aereo planava… sull’acqua, decise A
— Dobbiamo muoverci alla svelta, tenente. La nuvola che ci fornisce la copertura comincia a rompersi.
Gislason a
A
— Profondità un metro — disse sopracciglia azzurre. — E fredda.
— Signora — fece Gislason.
A
— Tutto bene, signora?
— Sì.
Guadarono fino alla spiaggia, Gislason in coda. Quando fu sul terreno asciutto, A
— Andiamo.
Di nuovo, come in un sogno, A
— Dove siamo? — domandò A
— Temo di non poterglielo dire — rispose Gislason.
Fosse stato giorno, A
Il raggio della torcia mostrò una sporgenza rocciosa davanti a loro, bassa e di pietra scura, con un’apertura per la quale entrarono: una caverna bassa. Sul fondo, c’era una porta. A
Il soldato spinse e la porta si spalancò. Oltre, c’era un corridoio di cemento con tubi per l’illuminazione lungo il soffitto. La luce che quei tubi emanavano era pallida e aveva una venatura d’azzurro.
— Benvenuta a Campo Libertà — disse il soldato.
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Entrarono, prima A
Gislason disse: — Vada avanti lungo il corridoio.
I loro passi echeggiavano debolmente. Per il resto, A
In quel momento, però, la musica era troppo forte e le parole non erano comprensibili. Un sistema sonoro di second’ordine.
— Che cosa succede? — domandò Gislason.
Il soldato con le sopracciglia azzurre si strinse nelle spalle.
Quel nuovo ambiente era contraddistinto da molte porte. Ne superarono diverse, tutte chiuse, poi arrivarono a una già aperta. Gislason la prese per il gomito e la guidò dentro.
Un ufficio ordinario, con una do
Gislason chiuse la porta. La musica dive
— Abbiamo qualche problema con l’insonorizzazione — disse la do
— Sì. Vorrei sapere esattamente in che cosa sono stata cacciata. Dove sono? Che cos’è questo posto? E che cosa ne sarà della mia barca? Il nemico… i hwarhath, voglio dire… non la individuerà? Che cosa pensera
— Non risponderò a tutte le sue domande — disse la do
— Che cosa?
— Tutto ciò che il nemico troverà sarà un relitto e troppo in profondità per essere riportato facilmente a galla. E anche se ci riuscissero, che cosa scoprirebbero? — La do
— Che nella cambusa è scoppiato un incendio — disse lui. — Impianto elettrico difettoso della caffettiera. Il fuoco ha raggiunto i serbatoi del carburante e… bum.
— Figlio di puttana — sbottò A
— Lei non ha alcun motivo per credere che la madre del tenente Gislason sia in qualche modo responsabile dell’attuale comportamento del figlio — disse la do
— Che cosa? — fece A
— Un corpo — disse la do