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— Che cosa succede? — domandò Gislason.

— Non lo so. Non abbiamo mai prestato molta attenzione agli individui troppo piccoli per accoppiarsi. Potremmo esserci sbagliati. Vorrei tanto sapere che cosa fa scattare quel genere di comportamento. Non penso che questi esemplari siano neppure a contatto visivo con altri alieni, perciò non sta

L’agglomerato di alieni si dissolse. La barca proseguì verso sud, sud-est per un’altra ora e nessun altro alieno fu avvistato. Dio, era così freddo là fuori! E faceva paura. Nel buio, erano a malapena visibili soltanto le creste bianche delle onde.

— Scusate — disse infine una voce calda. — Qui è il vostro Mark Ten Marine Mind computer che interviene una seconda volta. Se date un’occhiata allo schermo radar, rileverete un oggetto proprio davanti a voi; distanza stimata, mille metri. L’oggetto è solido e galleggia sulla superficie dell’acqua. Non si muove. Se non volete entrare in contatto con l’oggetto, prego cambiare rotta. Se volete entrare in contatto, prego rallentare.

Gislason colpì il bottone rosso.

— Avete indicato che desiderate gestire da soli questa situazione. D’ora in poi, rimarrò in silenzio.

— Stronzo — disse Gislason.

La barca rallentò.

A

— Un aereo — rispose Gislason. — Qui noi decolliamo.

— Noi cosa? Siamo in mezzo all’oceano.

— Il nemico può individuare questa barca, signora. Di questo si renderà conto. Non possiamo rimanere a bordo. Lascerò che sia Mark Ten Marine Mind a proseguire da solo. Dovrebbe farcela tranquillamente.

— Questa è l’unica barca nel raggio di a

— Non l’abbandoneremo, signora. Mark sembra ansioso di subentrarci. Lasceremo fare a lui.

— No — disse A

— Non ha scelta, signora.

A

La barca rallentò ulteriormente. A

— Non possiamo farlo — disse A

— Mi creda, signora Perez, potrebbe trovarsi in guai peggiori se non collabora con il maggiore.

La barca virò per presentarsi di fianco, rollando più violentemente di prima quando Gislason manovrò per accostare all’aereo. Quando furono vicini, che quasi toccavano la fiancata scura del velivolo, una porta si aprì, disegnando un rettangolo di luce gialla. A

Gislason disse: — Dovremo ancorarla qui, per un po’. Aiuti Zhang e poi salga sull’aereo.

Lei aprì la bocca per obiettare, ma lo sguardo sul suo viso la indusse a tacere. Una persona tutt’altro che gradevole, pensò mentre aiutava l’uomo sulla porta a legare le funi d’ormeggio. Quand’ebbero finito, l’uomo allungò la mano e la issò sull’aereo, al di sopra della stretta striscia d’acqua. Ora lei poteva vederlo chiaramente: un alto asiatico orientale, in uniforme. Aveva il solito taglio moicano di capelli, tinti di turchese. Le sopracciglia erano dello stesso colore, più che mai esotiche. A

— Benvenuta a bordo della Shadow Warrior. - Il soldato indicò uno spazio lungo e stretto. A un’estremità c’era una fila di sedili, di fronte a una parete metallica che era vuota, fatta eccezione per una porta chiusa. I sedili sembravano appartenere a un aeroplano a razzo o a un maglev interurbano terrestre; sebbene i sedili del maglev non avrebbero avuto le cinture. Tra

— Temo che non potremo offrirle amenità, e io devo consegnare un pacco al tenente Gislason. Se si siede, le porterò del caffè in un paio di minuti.

A

Un paio di minuti dopo, il soldato asiatico riapparve. Oltrepassò la porta nella parete di metallo e tornò quasi subito con un boccale. Era di ceramica e tutto bianco. — Dovrà accontentarsi di quello nero, temo. E per quanto cattivo sia, devo dire che il tè è anche peggio.

A

— Non è ai primi posti delle priorità. Se vuole scusarmi. — Il soldato se ne andò.

A

Una ventina di minuti dopo, Gislason salì a bordo. Sedette accanto a lei e si allacciò la cintura. — Fatto. Mark adesso fa tutto da solo.

Il soldato asiatico chiuse il portello esterno, prese la tazza del caffè di A

I motori partirono.

— È legata? — domandò Gislason. — Il decollo non sarà dolce.

E non lo fu, e A

A

L’aereo fece ancora qualche rimbalzo, poi si stabilizzò nell’aria. Gislason sollevò la testa. I suoi occhi avevano cambiato colore. Erano azzurri, d’un colore così intenso che sembravano accesi dall’interno.

— Gesù Maria — disse A

Lui afferrò la ciocca di capelli che gli scendeva sulla fronte, tirandola verso l’alto e all’indietro. — Merda! Fa male. — I capelli si staccarono. Sotto, c’era un cranio pallido, calvo all’infuori della solita striscia alla moicano, gialla come il burro.

Se la strofinò, raddrizzando i capelli gialli. Adesso sembrava proprio uno scandinavo e un soldato, niente affatto somigliante a Nicholas.

L’aereo stava virando; A

— Dove siamo diretti?

— Abbiamo un posto che il nemico non conosce. — Lui lanciò la parrucca sul sedile accanto. — Sarà meglio che si appoggi bene. Ci vorrà un po’.

Lei si appoggiò allo schienale, cercando di rilassarsi. Non era facile. Non aveva idea di quale direzione stessero prendendo. Est sopra l’oceano? Ovest o sud, verso terra? Se andavano a sud, sarebbero passati su una parte del continente che… per quel che ne sapeva… non era stata esplorata. Esistevano fotografie aeree, naturalmente, e i suoi colleghi biologi avevano colto alcuni campioni di vita. Le foto mostravano basse montagne spoglie e pianure coperte di vegetazione gialla simile a muschio. Di tanto in tanto c’erano delle foreste di grossi cespugli e/o piccoli alberi. Un animale che assomigliava a un incrocio tra un granchio e un armadillo andava al pascolo sulle pianure gialle di muschio. Era lungo due metri dalla punta delle zampe anteriori all’estremità della coda ricoperta da una corazza: il più lungo animale terrestre presente sul continente. Nessuno scheletro interno e, secondo i suoi colleghi, con un quoziente d’intelligenza zero; ma aveva un interessante sistema respiratorio.

Dopo un po’ Gislason tirò fuori qualcosa da una tasca e la svolse come se si trattasse di un pezzo di carta: una, due, tre volte.

Una scacchiera, dimensione standard. La toccò sul bordo e, d’un tratto, la scacchiera si solidificò: un unico pezzo di metallo e silicone. I quadrati rossi cominciarono a mandare una morbida luce rosata. Quelli neri rimasero neri, come finestre nello spazio.