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"Tony… avevi ragione. Sono troppo diversi da noi."
"Tony…"
Disse freddamente a Eric: — Dimmi esattamente che cosa gli hai fatto. E perché.
Il piccolo dottore interve
— Tu — ripeté Leisha a Eric. — Tu me lo devi dire. — Le guardie del corpo si frapposero fra lei e il dottore, tagliandolo fuori. La stanza era stipata di guardie del corpo.
Eric rispose brevemente: — Glielo dovevo.
— Questo?
— Un’ultima opportunità per essere umano.
— Lui era umano! Come puoi effettuare esperimenti su…
— "Noi" siamo esperimenti, e siamo riusciti abbastanza bene — replicò Eric con una fiducia nella logica riduttiva che le mozzò il fiato. Lei era mai stata così giovane?
Eric proseguì. — Tu ti aspetti sempre il peggio, Leisha. Ho corso un rischio, sì, ma quattro altri pazienti sperimentali ha
— Un rischio! Con una vita non tua! Questa non è nemmeno una struttura medica autorizzata!
— Mi scusi — interve
— Quante altre strutture mediche sperimentali esistono ormai? — chiese Eric. — I Muli non le consentono. Ha
— Eric, non era una decisione che dovevi prendere tu. Mi hai capito? Non lo ha scelto Drew!
Per un momento, Eric sembrò nuovamente il bambino torvo e arrabbiato che era stato. — Nemmeno io ho chiesto di essere come sono. Lo ha scelto papà per me, sposando un’Inso
Leisha lo fissò. Non sembrava vedere la differenza, no davvero. Il nipote di Alice, sia privilegiato, sia emarginato per tutta la vita, che pensava che tali condizioni gli avessero conferito saggezza.
Ma non lo avevano pensato tutti? Da Tony in poi?
Le labbra di Drew si muovevano delicatamente nel suo so
La stanza si schiarì lentamente: dapprima ombre grigie, quindi una foschia perlacea attraverso la quale le sagome si muovevano in modo indistinto e poi la luce, pulita e pallida. Drew cercò di muovere la testa. Sentì che la saliva gli gocciolava dalla bocca.
C’era qualcosa che si muoveva all’interno della sua testa, svariati qualcosa, di estrema importanza. Drew distolse la propria attenzione da quei qualcosa. Ormai poteva permettersi di farlo: sapeva, con completa sicurezza, che qualsiasi cosa nuova fosse nel suo cervello non se ne sarebbe andata prima che lui non l’avesse esaminata. Non se ne sarebbe andata mai. L’aveva in pugno: era lui. Quello che non aveva, era la consapevolezza di quella stanza. Che cosa vi fosse accaduto. Chi fosse presente. Perché.
Qualcuno vestito di bianco disse: — È sveglio.
Alcuni volti fiorirono sopra di lui, una massa amorfa che cominciò a separarsi soltanto lentamente. Volti di infermiere che si guardavano in tralice. Un basso dottore dalla pelle olivastra con l’occhio sinistro che si contraeva freneticamente. La contrazione colpi l’attenzione di Drew: vide il nervosismo dell’uomo, la sua paura, come una linea rossa frastagliata che improvvisamente si mise a crescere, assumendo una sagoma tridimensionale, e, mentre ciò avveniva, l’altra cosa che c’era nel cervello di Drew si mosse con grazia verso di essa per andarle incontro. Si incontrò anche con le sagome di paura e senso di colpa che provenivano dagli angoli della sua mente, distaccate da lui eppure ancora sue. Le forme della paura del dottore e di quella di Drew si fusero Eric, i cocktail Molotov, Karl in fiamme e Drew guardò quelle sagome, le avvertì e seppe che lui conosceva quell’uomo. Quel dottore, che per tutta la vita correva rischi costantemente ai margini della paura, non per la fortuna che tali rischi avrebbero potuto procurargli ma per sfuggire alla nullità che si portava dentro. Quell’uomo per cui il successo non era mai abbastanza (non avrei potuto farlo meglio? qualcun altro lo farà meglio?) per il quale, tuttavia, il fallimento rappresentava a
Drew strizzò gli occhi. Tutto era avvenuto in un solo istante. Lui però lo avrebbe saputo per sempre.
— Solleva la testa — disse bruscamente il dottore, come se fosse stato Drew a ferirlo e non viceversa, e Drew vide anche le sagome della durezza. Altre sagome dalle sue profondità si sollevarono verso di essa, si fusero con essa. Drew rimase a osservare. Le forme erano lui, ma lui era anche qualcosa d’altro, qualcosa di separato, qualcosa che osservava e comprendeva.
Sollevò la testa. Uno schermo sulla sua destra cominciò a emettere un leggero bip-bip, con un ritmo atonale. Il dottore esaminò lo schermo con attenzione.
Leisha corse nella camera.
Vedendola, nella testa di Drew esplosero così tante forme che il ragazzo non riuscì a parlare. Leisha si chinò su di lui, lanciando un’occhiata allo schermo, appoggiandogli una mano fresca sulla fronte. — Drew…
— Salve, Leisha.
— Come… come ti senti?
Lui sorrise perché era impossibile rispondere alla domanda.
La do
Leisha disse: — Oh… non piangere, Drew, tesoro!
Lui non stava affatto per piangere. Lei non capiva. Ma come avrebbe potuto? Nemmeno lui riusciva a capire quello che gli era accaduto, che gli era stato fatto, qualsiasi cosa fosse. Eric aveva voluto ferirlo, sì, ma lui non era rimasto ferito, questo stava solo rendendo Drew più se stesso, come un uomo che era stato in grado di correre per tre chilometri e ora riusciva a correre per quindici. Ancora se stesso, i suoi muscoli, le sue ossa, il suo cuore, ma più se stesso, e quel di più lo mutava dall’essere qualcosa di comune a qualcosa… d’altro. Straordinario. Appariva straordinario a se stesso.
Leisha disse: — Dottore, non riesce a parlare!
— Riesce a parlare — rispose il dottore seccamente, e subito le sue sagome tornarono a Drew: l’isterico eccitamento pompato che era paura, il trionfo di non mostrarlo. — Le scansioni del cervello non mostrano da