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Quegli uomini e quelle do
Città di Yotebber era una megalopoli povera, assolata, sparpagliata, con vie larghe, edifici bassi, grandi alberi ombrosi. Il traffico si svolgeva essenzialmente a piedi, con lo scampanellio delle biciclette e i clacson dei mezzi pubblici che si facevano largo in mezzo alla lenta folla dei pedoni. Chilometri e chilometri di capa
Tualtak si rimise in salute e trovò un buon lavoro come chimica in una fabbrica. La vedevo di rado, dato che la nostra amicizia era nata da necessità e non da scelta. Ogni volta che la incontravo mi parlava di via Haba, e del laboratorio su Werel, e si lamentava del lavoro e della gente di qui.
La dottoressa Yeron non mi aveva dimenticato. Mi aveva scritto un biglietto invitandomi ad andarla a trovare, cosa che feci. Dopodiché, appena mi fui sistemata, mi chiese di recarmi con lei a un incontro di un'associazione educativa. Si trattava, scoprii poi, di un gruppo di democratici, in gran parte insegnanti, impegnati a opporsi al potere autocratico dei Capi tribali e regionali sancito dalla nuova Costituzione, e a demolire quella che chiamavano "mentalità da schiavi", cioè la rigida gerarchia misogina contro cui io stessa mi ero scontrata ad Hagayot. La mia esperienza fu loro utile, in quanto era tutta gente di città che aveva incontrato la mentalità da schiavi solo per averla subita da parte delle autorità. Le do
L'ignoranza difende strenuamente se stessa, e l'analfabetismo, come ben sapevo, può esprimere sagacia. Anche se il Capo, il Presidente della Regione di Yotebber, eletto con elezioni truccate, poteva non capire le nostre contromanovre sui programmi scolastici, non sprecava molta energia nel controllo delle scuole e mandava i suoi ispettori a interferire sui nostri programmi e a censurare i nostri libri. Ma quello a cui dava importanza era il fatto di avere il controllo delle reti, come lo avevano già avuto le Corporazioni. I notiziari, i programmi informativi, i fantocci della rete neosensoriale, tutto e tutti erano attaccati ai suoi fili. Contro un tale apparato che da
«L'alfabetizzazione è irrilevante,» asserì tristemente una del nostro gruppo. «I Capi ha
Ci pensai su, infastidita dal preziosismo di vocaboli quali "irrilevante" e "post-letterario", perché temevo che avesse ragione.
All'incontro seguente del nostro gruppo, con mia grande sorpresa, interve
Era un uomo piccolino, di carnagione rosso-bruna, con del bianco agli angoli degli occhi, bello, comunque, se si riusciva a ignorare questo dettaglio. Era seduto di fronte a me, perfettamente immobile, come uno che ha l'abitudine di sedere immobile, e ascoltava senza parlare, come uno che ha l'abitudine di ascoltare. Al termine della riunione si guardò attorno e i suoi strani occhi si soffermarono su di me.
«Radosse Rakam?» chiese.
A
«Sono Yehedarhed Havzhiva,» si presentò. «Ho dei libri per lei da parte di Vecchia Musica.» Lo guardai fisso. «Libri?»
«Di Vecchia Musica,» precisò, «cioè Esdardon Aya, di Werel.»
«I miei libri?» domandai.
Sorrise. Aveva un sorriso aperto e pronto.
«Oh! Dove?» esclamai.
«Sono a casa mia. Li possiamo prendere stasera, se vuole. Ho una macchina.» C'era qualcosa di ironico e leggero nel modo in cui lo disse, come se fosse uno a cui sembrava indebito, anche se comodo, avere a disposizione una macchina.
Arrivò la dottoressa Yeron. «L'hai trovata, dunque!» disse al Vice-Nunzio. Lui la guardò con un viso così radioso che pensai: questi due sono amanti. Nonostante che lei fosse molto più vecchia di lui, non avrei trovato niente di strano all'idea. La dottoressa Yeron era una do
Lui posò la mano sul braccio di lei mentre parlavano, e osservai con inconsueto acume come il suo tocco fosse delicato, quasi esitante, eppure fiducioso. Questo è amore, pensai. Però si lasciarono, notai, senza quello sguardo d'intima intesa che in genere si scambiano gli amanti.
Viaggiammo insieme sulla sua macchina elettrica fornita dal governo, con le sue silenziose guardie del corpo sedute sui sedili anteriori. Parlammo di Esdardon Aya, il cui nome, come mi spiegò, significa Vecchia Musica. Gli narrai di come Esdardon Aya mi avesse salvato la vita facendomi arrivare qui. Ascoltava in maniera tale da mettere a proprio agio l'interlocutore. Gli confidai, «Ero angosciata all'idea di essere stata costretta ad abbandonare i miei libri, ci ho pensato spesso, mi sono mancati, come se fossero una famiglia per me. Forse sono un po' matta a provare un sentimento del genere».
«Perché matta?» chiese. Aveva un accento straniero, ma con la cadenza tipica di Yeowe, e la sua voce era bella, profonda e calda.
Cercai di spiegargli tutto in una volta. «Ecco, erano così importanti per me perché ero analfabeta quando sono arrivata nella Città, e sono stati i libri che mi ha