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«Le chiederò se puoi venire a cominciare il tuo tirocinio nella Casa.»
Mia madre disse "la Casa" con un tono tale da farmela apparire come un grande luogo sacro, come quello della nostra preghiera Entrerò nella casa luminosa, nel luogo della pace.
Ero così eccitata che cominciai a ballare e a cantare, «Io vado nella Casa, nella Casa!» Mia madre mi dette uno schiaffo per farmi smettere e mi sgridò per la mia esuberanza. Disse, «Sei troppo bambina! Non sai come ci si comporta! Se ti fai mandare via dalla Casa non ci potrai tornare mai più».
Le promisi che mi sarei comportata come una grande.
«Devi far tutto per bene,» mi ordinò Yowa. «Devi far tutto quel che ti dico quando te lo dico. Niente domande. Niente ritardi. Se la mia signora vede che sei un'irrequieta, ti rimanda subito qui. E sarà la tua fine per sempre.»
Le promisi che sarei stata calma e sottomessa. Promisi di ubbidire immediatamente a qualsiasi ordine e di non parlare. Più lei cercava di intimorirmi, più io desideravo vedere la meravigliosa Casa luminosa.
Quando mia madre se ne andò non pensavo che avrebbe davvero parlato con la "mia signora". Ero abituata alle promesse non mantenute. Invece qualche giorno dopo tornò, e la sentii parlare con la no
«Lasciamela tenere un altro a
«E dunque non vuoi che vada a star bene?»
«Solo un altro a
«È stata lasciata sin troppo senza freni. Se rimanesse qui la manderebbero nei campi. Un a
«Yowa, fa' in modo che non le accada qualche disgrazia,» sussurrò Dosse sottovoce, come se provasse vergogna a dire una cosa del genere a sua figlia, e tuttavia con una certa forza nel tono.
«La porto con me per tenerla lontana dalle disgrazie,» disse mia madre. Poi mi chiamò, e io mi asciugai le lacrime e la raggiunsi.
È curioso, ma non ricordo la mia prima traversata del mondo fuori dal complesso, né la mia prima visione della Casa. Forse ero spaventata e tenevo gli occhi bassi, e tutto mi sembrava così strano da non capir niente di quel che vedevo. So che passò un certo numero di giorni prima che mia madre mi accompagnasse alla presenza della signora Tazeu. Mi dovette ripulire, istruire e assicurarsi che non le avrei fatto fare brutta figura. Ero terrorizzata quando alla fine mi prese per mano e, sussurrandomi raccomandazioni per tutto il tempo, mi condusse fuori dai quartieri delle do
Non avevo familiarità coi fiori, solo con le erbacce che crescevano negli orti, e così li guardavo e li guardavo. Mia madre dovette torcermi la mano per costringermi a guardare la do
«Che cosino grazioso,» disse, «così scura!» La sua voce cambiò di tono sulle ultime parole.
«I Boss ve
«Non lo metto in dubbio,» disse la do
Credo che non avrebbe fatto quella domanda se mi avesse visto al mio arrivo, lercia e puzzolente dello sterco di vacca con cui facevamo il fuoco. Non sapeva niente del complesso. Non conosceva niente al di là del beza, cioè del reparto delle do
Mia madre le assicurò che ero pulita, e lei disse, «Allora può venire a letto con me stanotte. Sarebbe carino. Ti piacerebbe venire a dormire con me, piccola…?» Lanciò un'occhiata a mia madre, che mormorò, «Rakam». La signora increspò le labbra nel sentire quel nome. «Com'è brutto! Toti. Sì, tu sarai la mia nuova Toti. Portala qui stasera, Yowa.»
Aveva avuto un volpino di nome Toti, mi spiegò mia madre. La bestiola era morta. Non sapevo che gli animali avessero un nome, così non mi sembrò affatto strano vedermi attribuito il nome di un animale. Da principio mi sembrò invece strano non essere più Rakam. Non riuscivo a pensare a me stessa come Toti.
Quella sera mia madre mi fece di nuovo il bagno, unse la mia pelle con olii profumati e mi vestì con una camicia soffice, ancora più soffice del suo foulard rosso. Di nuovo mi sgridò e mi ammonì, ma era eccitata anche lei, e soddisfatta di me, mentre tornavamo al beza attraverso altre sale, incontrando altre schiave sulla via, fino alla camera da letto della signora. Era una stanza splendida, piena di specchi, di cortine e di dipinti. Io non avevo ancora capito cos'erano gli specchi, né cos'erano i dipinti, e mi spaventai quando ci vidi dentro delle persone. La signora Tazeu notò che ero spaventata. «Vieni, piccolina,» mi disse facendomi posto nel grande letto pieno di cuscini, spazioso e soffice. «Vieni ad abbracciarmi.» Mi ra
Diventai la favorita della signora Tazeu Wehoma Shomeke. Dormivo con lei quasi tutte le notti. Suo marito era di rado a casa e quando c'era non andava da lei, preferendo le schiave per il proprio piacere. Qualche volta lei chiamava mia madre, o schiave più giovani, nel suo letto, e in questi casi mi mandava via, finché non fui più grandicella, dieci o undici a
Fui istruita anche nelle arti e nei lavori domestici. Mi insegnò a cantare insieme a lei, dato che avevo una bella voce. Durante quegli a