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Io parlo di uomini, do

La parte del complesso dove stavano gli schiavi, il lato del cancello, era sorvegliato dai Boss, che erano maschi, alcuni dei quali imparentati con la famiglia Shomeke, altri invece assunti. All'interno stavano le schiave e i piccoli. Qui c'erano due castrati, che erano Boss solo di nome, mentre in pratica erano le no

Se le no

Io vivevo nel recinto. Mia madre mi aveva partorito lì, era stata autorizzata a restarci tre mesi per allattarmi, poi fui svezzata con latte di mucca, e mia madre tornò alla Casa. Si chiamava Shomeke Rayowa Yowa. Era di pelle chiara come la maggioranza degli schiavi, ma molto bella, con polsi e caviglie sottili e lineamenti delicati. Anche mia no

«Ascolta, Rakam,» mi disse, «loro sono gente della polvere. Non uscira

Quella sera mi vantai con la no

Sapevo che c'era dell'astio fra mia madre e mia no

Noi cuccioli correvamo in giro per il complesso. Non conoscevamo niente al di fuori delle mura. Il mondo era costituito dalle capa

Quando i braccianti dei campi e degli opifici uscivano dal cancello di primo mattino, io non sapevo dove andassero. Erano semplicemente usciti. Per tutto il giorno l'intero recinto apparteneva a noi cuccioli, nudi in estate, quasi nudi anche d'inverno, che correvamo in giro giocando con bastoni, sassi e fango, tenendoci lontani dalle no

Nel tardo pomeriggio o al calar della sera i lavoratori tornavano, passando attraverso il cancello sotto il controllo dei Boss. Alcuni erano distrutti dalla fatica e di cattivo umore, altri erano allegri, chiacchieravano e si scambiavano battute. Il grande cancello veniva chiuso con fragore dietro l'ultimo della fila. Il fumo usciva dai focolari dove si cucinava. L'odore di sterco di vacca che bruciava era piacevole. La gente si riuniva sotto le tettoie delie case comuni. Schiavi e schiave indugiavano lungo il fosso che divideva il lato del cancello dalla parte interna, parlandosi da una sponda all'altra. Dopo mangiato, i castrati officiavano riti alla statua di Tua), e noi i

La mia amica più cara era Walsu. Era più robusta di me, e mi difendeva quando c'erano zuffe e litigi fra i più piccoli, o quando qualcuno dei più grandicelli mi chiamava "Nerina" o "Capetta". Ero piccola, ma di temperamento ardito. Quand'eravamo insieme, Walsu e io non venivamo mai tormentate a lungo. Poi Walsu fu mandata fuori dal cancello. Sua madre era stata ingravidata, era molto grossa e aveva bisogno di aiuto nei campi per raggiungere la quota di raccolto dovuta. Il gede dev'essere raccolto a mano. Ogni giorno, appena un nuovo settore di piante cariche arrivava a maturazione, doveva essere raccolto. Così i raccoglitori di gede andavano su e giù per lo stesso campo per venti o trenta giorni, per poi spostarsi su una coltura più tarda. Walsu seguiva sua madre per aiutarla a raccogliere dai suoi filari. Quando sua madre cadde malata, Walsu prese il suo posto e, con l'aiuto degli altri, riuscì a mantenere la quota della madre. Aveva sei a

«Sei troppo piccola.»

«Compirò sette a

La volta seguente che mia madre ve

«Mai!» rispose mia madre. «Sei venuta al mondo per qualcosa di meglio.»

«Che cosa?»

«Vedrai!»

Mi sorrise. Sapevo che intendeva dire la Casa, dove lavorava lei. Mi aveva parlato spesso delle meraviglie della Casa, di oggetti brillanti e dai vivaci colori, cose fini e delicate, cose pulite. C'era quiete nella Casa, diceva. Mia madre indossava un bel foulard rosso, parlava a bassa voce, e i suoi abiti e la sua figura erano sempre freschi e puliti.

«Quando lo potrò vedere?» la tormentai, finché disse, «Va bene! Chiederò alla mia signora».

«Che cosa le chiederai?»

Della "mia signora" sapevo soltanto che anche lei era delicata e pulita, e che mia madre le apparteneva in una maniera particolare, di cui andava molto orgogliosa. Sapevo che era la "mia signora" che aveva regalato a mia madre il foulard rosso.