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Aveva settantaquattro a

Le consegnò il regalo che le aveva portato, un trattato sulle Patologie tipiche di Werel-Yeowe a cura di un gruppo di ricercatori medici dell'Ekumene, e lei lo accettò con grande interesse. Per un certo tempo mandò avanti la conversazione soltanto fra un'occhiata e l'altra all'indice e al capitolo sul berlot, poi versò il pallido vino color arancio. Bevvero un secondo bicchiere. «Hai un bell'aspetto, Havzhiva,» disse lei, posando il libro e guardandolo con fermezza. I suoi occhi si erano appa

«Non esagerare, Yeron»

«Di eroe, allora. Non puoi negare di essere un eroe.»

«No,» disse lui ridendo, «sapendo cosa significa essere un eroe, non lo negherò.»

«A che punto saremmo senza di te?»

«Al punto in cui siamo ora…» sospirò. «A volte penso che stiamo perdendo quel poco che abbiamo conquistato. Questo Tualbeda della provincia di Detake, non sottovalutarlo, Yeron. I suoi discorsi grondano di misoginia e di pregiudizi contro gli immigrati, e la gente ci si abbevera…»

Lei fece un gesto, come per scacciare quel demagogo. «Non ci sarà mai fine,» disse. «Ma io ho sempre saputo cosa saresti stato per noi. Fin dal primo momento, fin da quando ho udito il tuo nome, addirittura. Lo sapevo.»

«Non mi hai lasciato molta scelta, sai.»

«Hai compiuto tu la scelta, amico.»

«Sì,» disse lui, sorseggiando il vino. «L'ho compiuta io.» Dopo un po' aggiunse, «Non sono stati in molti ad avere in sorte le scelte che ho avuto io. Come vivere, quale lavoro svolgere. A volte penso di essere stato capace di scegliere solo perché sono cresciuto dove tutte le scelte erano già state fatte per me».

«Così ti sei ribellato, e ti sei aperto la strada,» disse lei, a

Lui sorrise. «Non sono un ribelle.»

«Mah!» obiettò lei. «Non sei un ribelle? Tu, sempre in mezzo alla mischia, nel cuore stesso del nostro movimento per tutto il suo cammino?»

«Oh, sì, ma senza spirito di ribellione. Quello doveva essere il vostro spirito. Il mio compito era essere disponibile. Mantenere uno spirito di accettazione. È quanto ho imparato crescendo. Ad accettare. Non a cambiare il mondo, ma a cambiare la nostra anima, in modo che possa stare al mondo, che possa trovare il suo giusto posto nel mondo.»

Lei lo ascoltava, ma non sembrava convinta. «Stai esprimendo il modo di sentire di una do

«Non gli uomini della mia gente,» ribatté lui.

Yeron versò a entrambi un terzo bicchiere di vino. «Parlami della tua gente. Ho sempre avuto timore a chiedertelo. Gli Hainesi sono così antichi, e così sapienti! Conoscono tanta storia, tanti mondi! E noi qui coi nostri trecento a

«Invece capisco,» disse Havzhiva. Dopo un po' aggiunse, «Sono nato in un posto chiamato Stse».

Le raccontò del villaggio, del clan dell'Altro Cielo, di suo padre che era suo zio, di sua madre l'Erede del Sole, dei riti, delle feste, degli dèi quotidiani, degli dèi inconsueti. Le parlò del passaggio di stato, le parlò della visita della storica, e di come lui aveva cambiato stato di nuovo, andando a Kathhad.

«Tutte quelle regole!» esclamò Yeron. «Cose complicate e inutili. Come nelle nostre tribù. Non c'è da meravigliarsi che tu sia fuggito.»

«Io sono semplicemente andato a imparare a Kathhad quello che non avrei potuto imparare a Stse,» disse Havzhiva sorridendo, «cioè che cosa sono le regole. Sono espressioni del bisogno che abbiamo gli uni degli altri. Ecologia umana. Cos'altro abbiamo fatto qui, in tutti questi a

Uscirono nei soleggiati giardini del quartiere e passeggiarono lentamente lungo i sentieri fra gli orti e le aiuole fiorite. Yeron salutava con un ce

«Quando devi stare seduto e quieto, desideri volare,» le disse, guardando la mano pallida, nodosa e delicata dell'amica posata sul suo braccio. «Quando devi volare, vorresti star seduto e quieto. Ho imparato a restar seduto e quieto, e ho imparato a volare con gli storici. Ma non avevo ancora trovato il mio equilibrio.»

«Poi sei venuto qui,» disse lei.

«Poi sono venuto qui.»

«E hai imparato?»

«A camminare,» rispose lui, «a camminare con il mio popolo.»

LIBERAZIONE DELLA DONNA

Un caro amico mi ha chiesto di scrivere la storia della mia vita, ritenendo che potesse essere di qualche interesse per genti di altri mondi e altri tempi. Sono una do

Non ho imparato a leggere e a scrivere fino all'età adulta, ed è l'unica attenuante che accampo per i difetti della mia narrazione.

Sono nata schiava sul pianeta Werel. Il mio nome da bambina era Shomeke Radosse Rakam. Significa: proprietà della famiglia Shomeke, nipote di Dosse, nipote di Kamye. La famiglia Shomeke aveva una tenuta sulla costa orientale del Voe Deo. Dosse era mia no

Gli Shomeke possedevano più di quattrocento schiavi, utlizzati in gran parte per coltivare i campi di gede, per condurre il bestiame al pascolo, nelle fabbriche, e come domestici nella Casa. La famiglia Shomeke aveva svolto un ruolo importante nella storia del Paese. Il nostro possidente era un influente uomo politico che si recava spesso nella capitale.

Gli schiavi prendevano nome dalle proprie no

Le do