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Quando tutto infine cessò, si ritrovò a terra, con la camicia da notte arrotolata intorno alla persona, le unghie spezzate e insanguinate; nel corso della crisi aveva vomitato, e adesso giaceva in mezzo alla sua stessa sporcizia, con la barba umida della schiuma che gli si era formata intorno alle labbra; quanto allo stomaco — Il suo gonfiore grottesco è stato solo un sogno? -sembrava tornato allo stato abituale, anche se tutta l’area addominale doleva e vibrava ancora, come un muscolo sforzato e sottoposto a una fatica eccessiva.
Non posso continuare così ancora per molto, si disse, consapevole che presto o tardi qualcosa avrebbe dovuto cedere… Il suo corpo, la sua sanità mentale, il suo respiro, la sua fede… Qualcosa.
Rialzatosi, ripulì il pavimento, si lavò nella bacinella e indossò una camicia asciutta e pulita. Poi sistemò le coltri, accese tutte le candele presenti nella stanza e strisciò di nuovo nel letto, dove giacque con gli occhi sgranati, fissi sulla luce.
Non avrebbe saputo dire quanto tempo era trascorso quando le voci sommesse e i passi dei servitori nella galleria lo avvertirono che il palazzo cominciava a svegliarsi. Probabilmente si era assopito, perché le candele si erano spente senza che lui ricordasse di averle viste estinguersi. Una luce grigia filtrava da sotto la porta e intorno alle imposte.
Ben presto sarebbe giunta l’ora delle preghiere del mattino, e quella prospettiva lo consolò, benché l’idea di doversi muovere lo turbasse. Lentamente, si alzò dal letto, dicendosi che quel giorno non sarebbe stato l’unico, a Taryoon, a essere affetto dai postumi di una sbornia, sebbene lui non avesse bevuto così tanto. Dal momento che, in occasione del matrimonio, il lutto era stato accantonato, tra gli indumenti che gli erano stati donati scelse un insieme sobrio, ma nel contempo abbastanza vivace.
Una volta pronto, scese nel cortile, disponendosi ad attendere l’alba e l’arrivo dei giovani sposi. Aveva smesso di piovere, però il cielo era ancora velato di nubi. Dopo aver asciugato col fazzoletto il bordo di pietra della fontana, si sedette su di esso e scambiò un sorriso e qualche parola con un’anziana serva, che portava sulle braccia alcune lenzuola ripiegate; in fondo al cortile, un corvo stava zampettando alla ricerca di frammenti di cibo, ma, pur lanciando un’occhiata a Cazaril, non rivelò un particolare interesse nei suoi confronti. E lui si sentì più che altro sollevato da quella dimostrazione d’indifferenza.
Finalmente, sulla galleria, le porte che lui stava tenendo d’occhio si aprirono, le asso
No… L’ombra li stava seguendo.
Cazaril serrò gli occhi, poi tornò ad aprirli… e il respiro gli si bloccò in gola: la nube soffocante che aveva avvolto Iselle era ora avviluppata anche intorno a Bergon.
Nello scendere le scale, i due giovani si stavano scambiando un sorriso. La notte precedente erano apparsi eccitati, stanchi e un po’ atterriti, ma quella mattina avevano l’aspetto di due i
«Buongiorno, Lord Caz!» salutò allegramente Iselle, quando entrambi si avvicinarono.
«Non vorresti unirti a noi?» sorrise Bergon. «Stamattina abbiamo molte cose di cui rendere grazie insieme, giusto?»
«Io… io… vi raggiungerò tra poco», balbettò Cazaril, abbozzando una parvenza di sorriso. «Ho lasciato una cosa nella mia stanza.»
Poi si alzò, precipitandosi verso le scale. Arrivato sulla galleria, si girò di nuovo a guardarli mentre attraversavano il cortile, sempre seguiti da una scia d’ombra.
L’istante successivo si sbatté alle spalle la porta della propria stanza e rimase immobile, col respiro affa
26
Sgomento e avvilito, Cazaril rimase nella propria camera per tutta la mattina, ma nel pomeriggio un paggio ve
Le alte finestre incassate nelle pareti erano aperte per lasciar entrare la fresca aria primaverile, e Iselle e Bergon, ancora abbigliati con eleganza per aver partecipato al banchetto dato in loro onore presso il palazzo del March dy Huesta, lo stavano attendendo, l’uno seduto accanto all’altra, vicino a un tavolo su cui spiccavano carta, pergamena e alcune pe
«Adesso bisogna subito scrivere una lettera a mio fratello Orico, per informarlo di ciò che è successo e garantirgli la nostra più fedele sottomissione», esordì Iselle, indicando i fogli bianchi. «Credo che dovremmo includere alcuni stralci del contratto di matrimonio, quelli più favorevoli a Chalion, per aiutarlo a riconciliarsi col fatto compiuto. Cosa ne pensate?»
Cazaril si schiarì la gola e deglutì.
«Caz, sei pallido come un… Sei molto pallido. Sei certo di stare bene?» domandò Bergon, aggrottando le sopracciglia. «Per favore, siediti.»
Cazaril riuscì a scuotere il capo in maniera appena percettibile, tentato dal cercare rifugio dietro una menzogna… o piuttosto una mezza verità, dato che in effetti si sentiva tutt’altro che bene. «No, non sto bene, e non c’è nulla che vada bene», sussurrò, piegando a terra un ginocchio davanti al Royse, mentre continuava: «Ho commesso un terribile errore. Mi dispiace, mi dispiace davvero».
«Lord Caz…» cominciò Iselle, il cui volto stupito, e d’un tratto guardingo, appariva ora sfocato agli occhi di Cazaril.
«Il matrimonio…» disse lui, costringendosi a parlare. «Il matrimonio non ha a
«Come?» sussurrò Bergon.
«E adesso io non so più che cosa fare…» completò Cazaril, con voce incrinata dal pianto.
«Come fate a saperlo?» domandò Iselle.
«Vedo il manifestarsi della maledizione, e lo vedo intorno a tutti e due, addirittura più scura e spessa, più avvolgente.»
«Io… Abbiamo fatto qualcosa di sbagliato, in qualche modo?» chiese Bergon, che appariva sgomento.
«No, no. Dal momento che Sara e Ista, unendosi in matrimonio con un membro della Casa di Chalion, erano rimaste contagiate dalla maledizione, pensavo che ciò dipendesse dalla differenza tra uomini e do
«Ma anch’io sono un’Erede di Fonsa, e carne e sangue non sono semplici nomi», osservò Iselle, scandendo le parole. «Quando due persone si sposano, ciò non significa che una scompaia e che l’altra rimanga… Si tratta di un’unione, non della consumazione dell’una da parte dell’altra. Oh, non c’è nulla che possiamo fare? Ci dev’essere una soluzione!»