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— Papà, sei buffo tutto avvolto in quel telo di plastica per fiori. — Leisha si mise a ridere. Anche Papà rise. Lei, però, aggiunse: — Quando crescerò farò sì che la mia eccezionaiità trovi un modo per rendere speciale anche Alice — e il Papà smise di ridere.
La riportò da Mamselle, che le insegnò a scrivere il suo nome, cosa talmente eccitante che le fece dimenticare la sconcertante discussione con il padre. Erano sei lettere, tutte diverse e insieme formavano il suo nome. Leisha lo scrisse in continuazione, ridendo, e anche Mamselle rise. Successivamente, nella mattinata, Leisha ripensò alla chiacchierata col padre. Ci pensò spesso, rigirando le parole così poco familiari nella mente come piccoli sassi duri, ma la parte a cui pensò di più non era una parola. Era l’espressione corrucciata sul volto di Papà quando lei gli aveva detto che avrebbe usato la propria eccezionalità per rendere speciale anche Alice.
Ogni settimana la dottoressa Melling andava a trovare Leisha e Alice, a volte da sola, a volte con altre persone. Sia a Leisha sia ad Alice la dottoressa Melling piaceva molto perché rideva un sacco e aveva occhi brillanti e affettuosi. Spesso c’era anche Papà. La dottoressa Melling giocava con loro, prima con Alice e Leisha separatamente e poi insieme, Scattava loro fotografie e le pesava. Le faceva stendere su una tavola e appiccicava loro piccole cose metalliche sulle tempie, il che sembrava un po’ spaventoso ma non lo era, in realtà, perché c’erano sempre tanti macchinari da guardare e producevano tutti rumori interessanti mentre loro restavano stese lì. La dottoressa Melling era brava quanto Papà a rispondere alle domande. Una volta Leìsha aveva chiesto: — La dottoressa Melling è una persona speciale? Come Kenzo Yagai? — Papà aveva riso, lanciando un’occhiata alla dottoressa Melling, e aveva risposto: — Oh, decisamente sì.
Quando Leisha compì cinque a
Ad Alice, invece, la Sauley School non piaceva affatto. Voleva andare a scuola con lo stesso pulmino giallo della figlia di Cook. Alla Sauley School piangeva e buttava tutti i disegni sul pavimento. Poi la Mamma era uscita dalla sua camera… Leisha non l’aveva vista per qualche settimana, anche se sapeva che invece Alice era stata con lei… e aveva gettato a terra alcuni candelieri che si trovavano sulla cappa del caminetto. I candelieri, che erano di porcellana, si erano rotti. Leisha era corsa a raccogliere i pezzi mentre la Mamma e Papà avevano continuato a gridarsi contro a vicenda, nell’atrio presso la grande scalinata.
— È anche mia figlia! E io dico che può andare!
— Non hai il diritto di dire proprio niente in proposito! Piagnucolosa ubriacona, il più marcio dei modelli possibili per entrambe. E io che pensavo di essermi preso un’elegante aristocratica inglese!
— Hai quello per cui hai pagato! Nulla! Non che tu abbia mai avuto bisogno di niente né da me né da nessun altro!
— Smettetela! — gridò Leisha. — Smettetela! — Ci fu silenzio nell’atrio. Leisha si tagliò le dita con i frammenti di porcellana: il sangue cominciò a colare sul tappeto. Papà le corse incontro e la prese in braccio. — Smettetela! — singhiozzò Leisha e non comprese quando suo padre le disse tranquillamente: — Tu devi smetterla, Leisha. Nulla di ciò che fa
Leisha nascose il volto sulla spalla del padre. Alice ve
Una settimana dopo, Papà disse loro che la Mamma si sarebbe dovuta ricoverare in un ospedale per smetterla di bere così tanto. Quando la Mamma fosse uscita, disse lui, sarebbe andata a vivere da un’altra parte per qualche tempo. Lei e Papà non erano felici. Leisha e Alice sarebbero rimaste con Papà e avrebbero visitato la Mamma ogni tanto. Comunicò loro queste cose con grande attenzione, cercando le parole più adatte alla verità. La verità era molto importante, Leisha lo sapeva già. Verità significava essere fedeli a se stessi, al proprio essere speciali. Alla propria individualità. Un individuo rispettava i fatti e quindi diceva sempre la verità.
La Mamma, Papà non lo disse ma Leisha lo sapeva lo stesso, non rispettava i fatti.
— Non voglio che la Mamma vada via — disse Alice. Cominciò quindi a piangere. Leisha pensò che Papà avrebbe preso in braccio Alice, ma lui non lo fece. Rimase semplicemente in piedi, guardandole tutt’e due.
Leisha abbracciò Alice. — Va tutto bene, Alice. Va tutto bene! Noi faremo in modo che vada tutto bene! Giocherò con te per tutto il tempo che non saremo a scuola e così non sentirai tanto la mancanza della Mamma!
Alice strinse forte Leisha. Leisha voltò la testa per non essere costretta a vedere il volto del padre.