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Il primo ricordo di Leisha fu di linee fluttuanti che non erano li. Sapeva che non c’erano perché, quando lo allungò per afferrarle, il suo pugnetto restò vuoto. Si rese conto, successivamente, che le linee fluttuanti erano luce: raggi di sole che si inclinavano in strisce tra le tendine della sua stanza, tra gli scuri in legno della sala da pranzo, fra le grate incrociate della serra. Il giorno in cui comprese che il flusso dorato era luce rise forte per la pura gioia della scoperta, e Papà si voltò, smettendo di invasare fiori, e le sorrise.

L’intera casa era piena di luce. La luce riverberava dal lago, scorreva sugli alti soffitti bianchi, formava chiazze sui lucidi pavimenti in legno. Lei e Alice si muovevano in continuazione attraverso la luce, e a volte Leisha si fermava e tirava indietro la testa perché quella luce le inondasse il volto. Riusciva a sentirla, quasi fosse acqua.

La luce migliore, ovviamente, era quella della serra. Era lì che a Papà piaceva stare quando era a casa e non stava a far soldi. Papà invasava le piante e a

Dopo qualche tempo la luce se ne andava. Alice e Leisha facevano il bagno, e poi Alice si mostrava più tranquilla o capricciosa, Non voleva giocare con Leisha, nemmeno se Leisha le lasciava scegliere il gioco o prendere le bambole migliori. A quel punto, la Tata portava a letto Alice e Leisha parlava con Papà ancora un po’, finché lui non le diceva che doveva andare a lavorare nel proprio studio con tutte le carte che gli facevano fare soldi. Leisha provava sempre un istante di rammarico perché lui doveva andarsene per quel motivo, ma il momento non durava mai a lungo perché arrivava Mamselle e iniziava le lezioni di Leisha, che a lei piacevano molto. Era così interessante imparare le cose! Sapeva già cantare venti canzoni, scrivere tutte le lettere dell’alfabeto e contare fino a cinquanta. Nel momento in cui le lezioni erano terminate, la luce era tornata ed era tempo di colazione.

Quello della colazione era l’unico momento che a Leisha non piaceva. Papà era già andato in ufficio, e Leisha e Alice consumavano la colazione con la Mamma nella grande sala da pranzo. La Mamma era seduta, indossava una vestaglia rossa che a Leisha piaceva e non aveva lo strano odore o lo strano modo di parlare che la caratterizzavano più avanti, nella giornata; tuttavia la colazione non era divertente. La Mamma iniziava sempre con La Domanda.

— Alice, tesoro, come hai dormito?

— Bene, Mamma.

— Hai fatto dei bei sogni?

Per un lungo periodo la risposta di Alice fu no. Quindi un giorno disse: — Ho sognato un cavallo. Lo stavo cavalcando. — La Mamma batté le mani, baciò Alice e le dette un’ulteriore ciambellina. Da quel momento in poi, Alice ebbe sempre un sogno da raccontare alla Mamma.

Una volta Leisha disse: — Anch’io ho fatto un sogno. Ho sognato che la luce arrivava dalla finestra e mi avvolgeva come una coperta e poi mi baciava sugli occhi.

La Mamma appoggiò la tazza di caffè sulla tavola così bruscamente che il caffè si riversò fuori. — Non dirmi bugie, Leisha. Non hai fatto alcun sogno.

— Sì, invece — insistette Leisha.

— Solo i bambini che dormono possono sognare. Non dirmi bugie. Tu non hai sognato.

— Sì invece! Sì! — gridò Leisha. Riusciva quasi a vederlo: la luce che scorreva attraverso la finestra e le si avvolgeva attorno come una coperta dorata.

— Non tollererò una bambina bugiarda! Mi hai capito, Leisha… non lo tollererò!

— Sei tu la bugiarda! — gridò Leisha, sapendo che le parole non erano vere, odiandosi perché non erano vere ma odiando la Mamma ancor di più, e anche questo era sbagliato e c’era lì Alice seduta, paralizzata, con gli occhi sbarrati; Alice era terrorizzata ed era colpa di Leisha.

La Mamma chiamò con voce tagliente: — Tata! Tata! Porti immediatamente Leisha nella sua camera. Non può restare seduta in mezzo a persone civili se non riesce a trattenersi dal dire bugie!

Leisha cominciò a piangere. La Tata la portò fuori dalla sala. Leisha non aveva fatto nemmeno colazione. Tuttavia non era quello che le importava: ciò che riusciva a vedere mentre piangeva erano gli occhi di Alice, terrorizzati in quel modo, che riflettevano spezzoni di luce.

Leisha non pianse a lungo. La Tata le raccontò una storia e giocò con lei a "salta i dati", quindi arrivò anche Alice e la Tata le portò tutt’e due allo zoo di Chicago dove c’erano bellissimi animali da vedere, animali che Leisha non poteva aver sognato… e neanche Alice. Quando furono tornate a casa, la Mamma si era chiusa in camera; Leisha seppe che sarebbe rimasta lì per il resto della giornata con i bicchieri pieni di quella strana roba puzzolente e che non l’avrebbe più vista.

Quella notte, però, entrò nella camera di sua madre.

— Devo andare in bagno — disse a Mamselle. Mamselle le chiese: — Hai bisogno di aiuto? — forse perché Alice ne aveva ancora bisogno quando andava in bagno. Leisha invece no e ringraziò Mamselle. Restò seduta sul water per un minuto, anche se non le scappava nulla, così che quello che aveva detto a Mamselle non fosse una bugia.

Leisha avanzò in punta di piedi lungo il corridoio. Entrò dapprima nella camera di Alice. Accanto alla culla, in una presa a parete, riluceva una piccola lampadina. Nella camera di Leisha non c’erano culle. Leisha fissò la sorella attraverso le sbarre. Alice giaceva su un fianco con gli occhi chiusi. Le palpebre le tremolavano velocemente, come tendine mosse dal vento. Il collo e il mento di Alice sembravano abbandonati.

Leisha chiuse la porta con estrema cautela e andò nella camera dei genitori.

Loro non dormivano in una culla ma in un letto immenso, con tanto spazio fra loro due da poter accogliere altre persone. Le palpebre della Mamma non fremevano: giaceva sulla schiena producendo uno strano rumore col naso, hrrr-hrrr. Su di lei lo strano odore era davvero forte. Leisha si allontanò sempre in punta di piedi e si avvicinò a Papà. Aveva lo stesso aspetto di Alice, solo che aveva collo e mento che apparivano ancora più abbandonati, mostrava pieghe di pelle che ricadevano come la tenda che era caduta nel giardino. Leisha si spaventò vedendolo in quel modo. A quel punto, gli occhi di Papà si aprirono così improvvisamente che Leisha strillò.

Papà rotolò giù dal letto, prendendola in braccio, e lanciò un’occhiata veloce alla Mamma. Lei tuttavia non si mosse. Papà indossava solamente le mutande. Portò Leisha nel corridoio, dove stava giungendo di corsa Mamselle dicendo: — Oh, signore, mi dispiace, ha detto solo che doveva andare in bagno…

— Non si preoccupi — rispose Papà. — La porterò con me.

— No! — gridò Leisha, perché Papà aveva addosso solo le mutande, e il suo collo era sembrato così strano e la stanza puzzava a causa della Mamma. Tuttavia Papà la portò nella serra, la appoggiò su una panca, si avvolse attorno un pezzo di telo in plastica verde che serviva per coprire le piante e si sedette accanto a lei.

— Adesso dimmi: che cos’è successo, Leisha? Che cosa stavi facendo?

Leisha non rispose.

— Stavi guardando la gente che dorme, vero? — disse Papà e, poiché la sua voce era molto dolce, Leisha bofonchiò. — Sì. — Si sentì immediatamente meglio: era bello non mentire.

— Stavi guardando la gente che dorme perché tu non dormi ed eri curiosa, vero? Come George il Curioso del tuo libro?

— Sì — rispose Leisha. — Avevo capito che tu stavi a fare soldi nel tuo studio tutta la notte!

Papà sorrise. — Non tutta la notte. In parte. Poi però dormo, anche se non molto — Si mise Leisha sulle ginocchia. — Non ho bisogno di molto so

— Perché no?

— Perché tu sei speciale. Migliore delle altre persone. Prima che tu nascessi ho chiesto ad alcuni dottori che ti facessero così.

— Perché?

— Perché tu potessi fare tutto quello che vuoi e manifestare la tua individualità.

Leisha si mosse fra le sue braccia per poterlo fissare: quelle parole non significavano nulla per lei. Papà allungò una mano e toccò un fiore singolo che stava crescendo su un alto albero in vaso. Il fiore mostrava spessi petali bianchi come la pa

— Vedi, Leisha… questo albero ha prodotto questo fiore. Perché può. Solamente questo albero può fare questo genere di fiore stupendo. La pianta che sta appesa laggiù non può e nemmeno quelle altre. Soltanto questo albero: di conseguenza, la cosa più importante al mondo per questo albero è far sbocciare questo fiore. Il fiore rappresenta l’individualità dell’albero resa manifesta: cioè solo il fiore e niente altro. Niente altro ha importanza.

— Non capisco, Papà.

— Capirai. Un giorno.

— Ma io voglio capire adesso - disse Leisha, e Papà si mise a ridere deliziato e la strinse forte. L’abbraccio faceva stare bene, ma Leisha continuava a voler capire.

— Quando fai i soldi, è quella la tua indiv… quella cosa?

— Sì — disse Papà allegramente.

— Allora nessun altro può fare soldi? Come solo quell’albero può fare quel fiore?

— Nessun altro può farlo proprio nel modo in cui lo faccio io.

— Che cosa fai con i soldi?

— Compero delle cose per te. Questa casa, i tuoi vestiti, pago Mamselle per insegnarti, l’automobile in cui viaggiare.

— Che cosa fa l’albero con il fiore?

— Si gloria di esso — rispose Papà, il che non aveva alcun senso. — È la superiorità quello che conta, Leisha. L’eccellenza sostenuta dallo sforzo individuale. E questo è tutto ciò che conta.

— Ho freddo, Papà.

— Allora sarà meglio che ti riporti da Mamselle.

Leisha non si mosse. Toccò il fiore con un dito. — Voglio dormire, Papà.

— No, tesoro. Il so

— Alice dorme.

— Alice non è come te.

— Alice non è speciale?

— No. Tu lo sei.

— Perché non hai fatto speciale anche Alice?

— Alice si è fatta da sola. Non ho avuto l’opportunità di renderla speciale.

Quell’intera storia era troppo difficile. Leisha smise di accarezzare il fiore e scivolò giù dalle ginocchia del padre. Lui le sorrise. — La mia piccola interrogatrice. Quando crescerai troverai anche tu la tua eccellenza e si tratterà di un nuovo ordine, un modo di essere speciale che il mondo non ha mai conosciuto. Potresti essere perfino come Kenzo Yagai. Lui ha creato il generatore Yagai che fornisce energia al mondo.