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O forse dell’a
Alla fine, ormai a Boston, la trovai in casa. Aveva la voce asso
«Evviva evviva», replicò Wendy. «Stai arrivando?»
«Sì, tempo di salire in auto.» A patto di non avere una ruota a terra. In quei giorni viaggiavo con le gomme pere
«Pessima idea, Renee si ferma a dormire qui e Nadine non vuole altri ospiti fra i piedi. Sai quanto sia sensibileal riguardo.»
Al riguardo di chiunque, forse, ma non di Renee. Quelle due sembravano andare d’amore e d’accordo, pronte a consumare litri di caffè e a spettegolare sui divi del cinema come se fossero loro amici intimi. Mi tratte
«Mi piacerebbe tantissimo chiacchierare con te, Dev, ma stavo per mettermi a letto. Ren e io abbiamo avuto una giornata molto impegnativa. Siamo andate in giro a fare spese e… altro.»
Non si dilungò su che cosa fosse quell 'altroe io decisi che non mi andava di domandarglielo. Un nuovo segnale della catastrofe imminente.
«Ti amo, Wendy.»
«Ti amo anch’io.» Con un tono di circostanza e poco convinto. È solo stanca, mi dissi.
Uscii da Boston, diretto a nord, con un i
Potremmo disquisire a lungo sulle strofe più inquietanti della musica pop, ma secondo me il primo premio spetta a un vecchio pezzo dei Beatles, quando John Le
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Nella primavera del 1973 (l’ultimo a
Nell’autu
Il mercoledì prima del mio ultimo esame del semestre era stranamente caldo e umido, almeno per la stagione. Verso l’una del pomeriggio, nuvole temporalesche cominciarono ad addensarsi minacciose e verso le quattro, all’ora dell’appuntamento con Wendy nell’ufficio sotterraneo di George B. Nako, le cateratte del cielo si aprirono e iniziò a diluviare. Io arrivai per primo. Lei mi raggiunse cinque minuti dopo, bagnata fino all’osso ma di ottimo umore. Gocce di pioggia le brillavano tra i capelli. Mi si gettò tra le braccia, strusciandosi contro di me e ridendo. Un tuono riecheggiò assordante; le poche luci che penzolavano nella buia entrata del seminterrato tremolarono per un attimo.
«Stringimi stringimi stringimi», disse. «Quella pioggia è cosìfredda.»
Ci scaldammo a vicenda. Presto ci ritrovammo avvinghiati sul vecchio divano, la mia mano sinistra a cingerla e a racchiudere il seno nudo sotto la camicetta, la destra infilata su per la go
«Basta così», affermò con un’aria da maestrina. «E se arrivasse il professor Nako?»
«Piuttosto inverosimile.» Sorridevo, ma sotto la cintola cominciavo a sentire un gonfiore familiare. Ogni tanto Wendy era disposta ad alleviarlo, ormai esperta nell’arte di quello che chiamavamo «lavoretto nei jeans», ma non credevo che quel giorno sarebbe successo.
«Una delle sue studentesse, allora, che lo supplica per una sufficienza dell’ultimo minuto», proseguì lei. «‘La prego, professor Nako, la prego la prego la prego,sarei disposta a fare qualsiasi cosa.’»
Anche una simile ipotesi era improbabile, però era vero, esisteva la seria possibilità di essere disturbati. C’era sempre chi passava per segnare nuovi titoli di tesi inventate o appendere altri capolavori della pittura albanese. Il divano era perfetto per pomiciare, il posto in sé decisamente meno. Forse una volta lo era stato, ma non da quando era diventato un punto di riferimento quasi leggendario per gli studenti di lettere e filosofia.
«Com’è andato l’esame di sociologia di fine semestre?» le domandai.
«Bene. Non penso di avere azzeccato tutte le risposte, ma mi basta averlo passato. Soprattutto perché è l’ultimo.» Si stiracchiò, sfiorando con le dita la linea frastagliata delle scale sopra di noi. Il seno le si sollevò, mandandomi in estasi. «Schizzerò via di qui tra…» Lanciò un’occhiata all’orologio. «Esattamente un’ora e dieci minuti.»
«Con Renee?» La sua compagna di stanza non rientrava tra le mie simpatie, ma mi guardai bene dal confessarlo. L’unica volta che ci avevo provato, Wendy e io avevamo avuto un breve e feroce litigio, con lei che mi accusava di cercare di controllarle la vita.
«Corretto, signore. Mi scarrozzerà dalla mia matrigna e da papà. E tra una settimana, faremo ufficialmente parte del personale di Filene’s!»