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— Prova con compagna anziana — suggerì Nick. — Non esiste una buona traduzione.

Si sedettero, Nicholas più indietro rispetto ad A

Tsai Ama Ul si sporse in avanti e parlò. — È passato troppo tempo e stiamo lasciando troppe cose agli uomini. Non sono certa che sia una buona idea. È compito degli uomini badare ai nemici. È possibile che vedano nemici quando questi non sono presenti. Naturalmente, è nella natura degli uomini pensare al pericolo che può nascondersi in qualunque nuova situazione, e quando incontrano stranieri cercano le armi.

"Questa forse non è la risposta giusta, e mentre è sicuramente responsabilità degli uomini trattare con i suoi uomini, non è loro responsabilità o loro diritto trattare con lei.

"Le farò altre domande sulla sua gente, Perez A

A

Alla fine, Tsai Ama Ul disse: — È chiaro che i vecchi modi di capire il comportamento non funzionera

— La do

La traduttrice si fermò e Tsai Ama rimase silenziosa. A

Questa volta fu Nick a tradurre. — La do

Si alzarono. Tsai Ama Ul sollevò lo sguardo e parlò ancora una volta. Nicholas rise per ciò che disse e a

Quando furono nel corridoio, domandò: — Cos’è stata l’ultima frase?

— Quella di Ul? Si congratulava con me per essermi comportato in modo abbastanza decente.

— È una sua amica? La chiamava Nicky.

— Siamo simili. Lei è interessata all’umanità. Noi le offriamo un confronto o un controllo quando pensa alla storia del suo popolo.

Raggiunsero la porta di A

A

Doveva essere possibile fare un confronto a tre tra gli umani, i hwarhath e i suoi alieni della baia. Una cultura materiale è necessaria? Qual è il linguaggio? Quanta importanza ha il sesso? C’era abbastanza materiale per dozzine di articoli e nessun umano, tra

Ma non sarebbe stato possibile se i negoziati non avessero avuto successo. Cominciò a sentire una fiera determinazione. I negoziati dovevano avere successo.

12

C’era un biglietto nel mio ufficio. Gwarha era andato a casa. Potevo raggiungerlo, se volevo. Il che significava che era un invito, non un ordine.

Sono andato a casa e mi sono ripulito. Lui non aveva chiuso la porta tra i nostri alloggi, dalla sua parte. Era acceso un ologramma: un paesaggio. Il sole entrava da un’estremità della stanza, e io vedevo un muro di pietra grigia, alto, un po’ diroccato. Pezzi di roccia giacevano sul terreno, davanti al muro; attraverso un varco, si vedevano alberi con foglie ramate che si muovevano al vento.

La pietra aveva screziature di una pianta simile al lichene. Le macchie erano perlopiù gialle. Alcune argentee. Qua e là punti e striature rossi.

Conoscevo quel posto. Vi ero stato con Gwarha durante una delle nostre visite a casa sua. Era un’antica fortezza che si ergeva in una landa di quello che era stato il confine di Ettin. Il confine era molto più spostato, adesso. La fortezza risaliva ai giorni in cui Ettin aveva appena cominciato a espandersi.

Eravamo saliti tra le rovine, e Gwarha mi aveva parlato del costruttore della fortezza, che era stato un suo antenato, un uomo sanguinario e brutalmente deciso. Ai suoi tempi, la stirpe di Ettin era aumentata più del doppio. Altre due stirpi erano state distrutte, i loro uomini uccisi, le do

Era tarda primavera e la giornata era calda. Le rovine erano asciutte e polverose. Alla fine, ci eravamo allontanati ed eravamo scesi lungo il fiume che scorreva sotto la fortezza, all’ombra di alberi rosso-rame. Avevamo bevuto. Poi Gwarha si era tolto i vestiti ed era entrato in acqua.

Io avevo deciso di non farlo. Il fiume scendeva dalle montagne. Era troppo freddo per me. Lui mi aveva spruzzato e si era messo in cerca come un bambino delle solite cose che si trovano in un fiume: sassi, pesci e animali con tante zampe. I pesci erano fuggiti via spaventati, naturalmente, ma lui era riuscito a trovare qualcosa di lungo, piatto e segmentato. Ogni segmento aveva un paio di zampe. "Ehi, Nicky, guarda questo! Non è bello?"

La cosa si contorceva nella sua mano. C’erano mandibole a un’estremità e forse delle tenaglie. All’altra, due ante

"Molto bello", gli avevo detto. La cosa si era dimenata ancora e lui l’aveva lasciata cadere.

Poi aveva deciso che sarebbe stato divertente trascinarmi nel fiume. Non era riuscito a farlo, ma mi ero ritrovato ugualmente tutto bagnato. Eravamo tornati nel cortile della fortezza. Avevo disteso i miei vestiti ad asciugare e avevamo fatto l’amore. Gwarha si era addormentato. Io mi ero sdraiato al sole, il suo corpo contro il mio, il pelo ancora umido.

Avevo avuto la sensazione che mi avesse portato lì con uno scopo. Anche il rapporto sessuale era stato pianificato. Un’esibizione per il suo antenato. — Guarda dove sono stato, vecchio. In posti che non puoi neppure immaginare. E guarda che cos’ho catturato e portato a casa.

Ero scivolato in uno di quei sogni vividi, quasi razionali, che si fa

Davanti a me c’era un maschio hwarhath, il pelo argenteo per l’età. Portava una cotta di maglia che gli arrivava al ginocchio. Al fianco aveva una spada. In mano stringeva un pugnale con la lama che scintillava alla luce obliqua del tardo pomeriggio.

L’antenato, naturalmente, era una versione estrema del tipo fisico caratteristico di Ettin: basso e molto grosso, con braccia e gambe robuste, una cresta di peli scuri che gli correva sulla testa calva, il viso largo, piatto, brutto.

Gwarha si drizzava a sedere, spaventato.

— Cosa c’è che non va, ragazzo? — chiedeva l’antenato. Parlava la lingua di Ettin, che io conoscevo; ma non riuscivo a capire.