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Nuvole scure si avvicinavano dall’oceano. C’erano cavalloni nella baia. A

Primi d’autu

A

Quella era la parte della giornata che preferiva. Muoversi sugli stretti segmenti era una specie di microviaggio. Come in tutti i viaggi, A

Si soffermò perlopiù sul presente. Il pontile si alzava e si abbassava, rispondendo al suo peso e al movimento dell’acqua. Il vento soffiava ora freddo ora soltanto fresco.

Sulla Terra, una giornata come quella sarebbe stata piena di gabbiani e del loro rumore; ma quel pianeta non aveva uccelli e le condizioni atmosferiche avevano indotto gli insetti del luogo a rintanarsi. A

La barca era alla punta estrema del pontile. Più in là, ancorato al centro della baia, c’era un galleggiante per le comunicazioni: lungo dieci metri e bianco, chiamato (inevitabile) Moby Dick.

A

— In anticipo di tre settimane — osservò lei.

Yoshi a

— La solita routine?

Lui a

— Ho risposto. Le luci su Moby funzionano tutte bene. Rosso ha fatto un paio di volte il giro, poi ha mandato il segnale di riconoscimento e se n’è andato. — Batté su uno schermo con un punto luminoso. — Ecco Rosso. Vicino all’entrata e non si muove. Aspetta qualcuno sessualmente più interessante di Moby.

Dopo cinque a

A

— Volera

— Non credo che Rosso e compagnia abbiano in mente qualcos’altro oltre al sesso e alla paura, ammesso che abbiano delle menti. — Yoshi si alzò e chiuse il thermos. — Divertiti, A

A

Yoshi trovava che i rumori prodotti dagli animali della baia fossero un po’ irritanti. Ma ad A

Ah! Quel giorno era di turno il pesce-fischio. A

Alle dieci e zero-zero, udì il rumore di un motore, si alzò e uscì in coperta. Eccolo… l’aereo hwarhath… che arrivava da est. La pala di un ventilatore, le parve, quando passò sopra di lei. Assolutamente comune, forse un po’ tozzo, smussato e non elegante come le navi degli alieni. Sebbene stesse forse memorizzando; noi vediamo ciò che ci aspettiamo di vedere. Adesso cadeva una pioggia regolare. Una giornata schifosa per il primo incontro tra l’umanità e l’unica altra specie interstellare conosciuta.

Rientrò e accese l’unità di comunicazione. Come promesso, c’era il campo d’atterraggio, un’ampia striscia di cemento battuta dalla pioggia. Una dozzina di figure erano ferme sulla pista tra le pozze d’acqua: i diplomatici umani. Erano tutti civili, con lunghe palandrane scure e gli ombrelli in mano, e tutti uomini. Gli alieni avevano insistito. Non avrebbero negoziato con do

Gli umani militari non erano ripresi, e tutti gli altri si trovavano all’interno della stazione. Il campo sarebbe stato off-limits fino a quando il benvenuto ufficiale non fosse finito e gli alieni non fossero stati tutti al sicuro all’interno della zona diplomatica. Ma, come gesto di cortesia, era stata piazzata una telecamera ed era collegata col sistema di comunicazione della stazione. Ogni umano sul pianeta avrebbe potuto assistere a quel momento storico. A

L’aereo atterrò sollevando nuvoloni d’acqua. Le lunghe palandrane svolazzarono e gli ombrelli cercarono di fuggire, sollevandosi come grandi avvoltoi neri. Uno si rovesciò. A

Il portello del velivolo si aprì. A

Si muovevano sotto la pioggia a loro agio… con casualità… come se le condizioni atmosferiche non avessero importanza, come se la pioggia non esistesse. I primi portavano fucili in spalla, un braccio sulla ca

Bello, pensò. Davvero impressionante. Gli alieni avevano il senso della drammaticità.

Si sistemarono su due file, lasciando tra di loro un passaggio. Fu poi la volta delle persone importanti: corpi grigi più massicci e, tra loro, un corpo che era molto più alto e più magro, con spalle curve contro la pioggia.

Per un momento… chi era l’operatore? …la telecamera zumò. A

A quel punto, la trasmissione terminò.

A

Uscì in coperta. La zona diplomatica si trovava in cima alla collina che sorgeva alle spalle della stazione di ricerca. Era un agglomerato di cupole prefabbricate, a malapena visibili attraverso la pioggia. La pista d’atterraggio era al di là della zona, interamente nascosta.