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Di solito, sua madre restava a letto il sabato mattina, ma quel giorno si alzò e se ne andò in macchina prima che si alzasse Hugh. Lui andò al lavoro come al solito. Fu una giornata pesante, dato che precedeva due festività. Sua madre non era a casa, quando rientrò. Cenò da solo. Lei arrivò alle dieci e mezzo, agile, cupa, un po’ in disordine nell’abito di cotone stampato. Non rispose al suo saluto e si avviò subito nel corridoio, verso la sua camera.
— Mamma — disse Hugh, e c’era una certa autorità appassionata nella sua voce perché lei si fermò, anche se non si voltò a guardarlo. Il silenzio stava tra loro come una muraglia.
— È inutile che mi chiami così — disse lei, in tono chiaro e asciutto, e andò nella sua stanza e chiuse la porta.
Chi posso chiamare così? pensò lui. Aveva la sensazione che gli fosse stato sottratto qualcosa, qualcosa dal suo corpo; premette le braccia contro le costole per difendersi. Non c’è nessuno che possa chiamare padre, pensò, e adesso non c’è nessuno che possa chiamare madre. Che scherzo, sono nato senza genitori. È inutile, ha ragione lei. E tutto il resto, la terra crepuscolare, la città, Allia… neppure quello è reale. Roba da bambini. Ma io non sono un bambino. I bambini ha
Si svegliò alle tre, e poi di nuovo alle quattro. Si sarebbe alzato subito per andare, ma era inutile partire così presto, perché aveva detto alla ragazza di aspettarlo alla porta per le sei. Si girò e cercò di riaddormentarsi. Il crepuscolo dell’alba nella stanza, una chiarità fioca e priva d’ombre, era come la luce dell’altra terra. La sveglia ticchettava accanto al letto. Hugh guardò il quadrante bianchiccio, con le sue lancette che si muovevano verso il basso. Non c’erano orologi, là. Non erano ore. Non era il fluire del fiume del tempo a muovere le lancette dell’orologio: erano mosse dal meccanismo. Vedendole muovere, gli uomini dicevano: Il tempo passa, passa, ma si lasciavano inga
Arrivò alla porta prima delle sei. La ragazza lo stava aspettando.
Non sapeva ancora con certezza come si chiamava. Quando la gente del crepuscolo pronunciava il suo nome, suonava come Rayna o Dana; lei l’aveva corretto, quando aveva detto Rayna, ma non aveva compreso bene la correzione. «La ragazza», la chiamava quando pensava a lei, e quella parola aveva un colore di oscurità e di collera e il suono del ruscello che scorreva. Era là, in piedi, accanto al roveto, nella luce azzurrina, calda e polverosa del primo mattino, sotto le fronde rade degli alberi del bosco della porta. Alzò la testa, quando lo sentì arrivare. Il suo volto olivastro non si addolcì; ma tese la mano, con la palma rivolta verso l’alto e macchiata di porpora, offrendogli una manciata di more. — Sono ormai mature — disse, e gliele versò nella mano. Erano piccole, dolci del lungo caldo d’agosto.
— Hai provato la porta? — chiese lui.
Lei colse qualche altra mora e lo raggiunse sul sentiero, offrendogliele. — Era chiusa. — Andò un poco più avanti, e guardò il sentiero che scendeva nel tu
— Ora c’è.
— Avanti, Fi
Dopo che si fu inginocchiato per la prima, rituale bevuta al ruscello, vide che la ragazza aveva fatto lo stesso. Era inginocchiata sulla sporgenza di roccia e guardava l’acqua corrente, in una posa che non era quella convenzionale della preghiera o dell’adorazione; ma Hugh sapeva, dal suo atteggiamento, che quell’acqua era sacra per lei come per lui. Dopo un po’ lei si voltò e si alzò. Attraversarono il ruscello e procedettero insieme nella terra della sera. Lei andava avanti, in silenzio. La foresta dive
Dopo la notte agitata, Hugh si sentiva stordito, ed era contento di avanzare nella foresta senza parlare, senza pensare, seguendo il passo deciso e regolare della ragazza. Tutti i pensieri e tutte le emozioni s’erano eclissati. Camminava. Ancora una volta, sentiva che avrebbe potuto continuare così, camminando a passo sciolto sotto gli alberi immobili, con l’aria fresca della foresta sul viso, all’infinito. Si abbandonava all’immagine senza paura. Quando aveva superato la porta, quando si era sperduto, era stato atterrito dall’idea di poter continuare e continuare sotto gli alberi, nel crepuscolo, senza cambiamenti, senza fine: ma ora che seguiva l’asse e procedeva nella direzione giusta, era interamente sereno. E vedeva Allia al termine del viaggio infinito, come una stella.
La ragazza s’era fermata e lo stava aspettando sul sentiero, una figura piccola e solida, jeans e camicia azzurra a quadrettoni, il viso tondo e deciso. — Ho fame, vuoi fermarti a mangiare?
— È ora? — chiese lui, vagamente.
— Siamo quasi al Terzo Fiume.
— Sta bene.
— Hai portato qualcosa?
Hugh non riusciva a mettere a fuoco la propria mente. Solo quando lei ebbe scelto il posto dove sedersi, presso il sentiero, accanto a un affluente, un rivoletto che scorreva parallelo alla strada, Hugh reagì alla domanda e si offrì di dividere il pane e la carne che aveva portato. Lei aveva con sé panini, formaggio, uova sode, e un sacchetto di piccoli pomodori, un po’ ammaccati ma tentatori nel loro rosso vivo e i
— La città sulla montagna ha un nome? — le chiese. Si sentiva finalmente sveglio, ma molto rilassato, mentre attaccava l’ultimo pezzo di pane e salame.
Lei pronunciò un paio di parole, o una parola molto lunga nella lingua di quella terra. — Significa soltanto Città della Montagna. È come la chiamo io, quando penso in inglese.
— Anch’io lo facevo, credo. Come… Una volta hai dato un nome a questo posto. Tutto quanto. — Hugh indicò con il panino tutti gli alberi, tutto il crepuscolo, i fiumi avanti e indietro.
— Lo chiamo il mio paese. — Gli occhi della ragazza lampeggiarono, diffidenti, con un’espressione di sfida.
— Ma non è nella loro lingua.
— No. — Dopo un po’ lei disse, controvoglia. — È tratto da una canzone.
— Che canzone?
— Una volta, all’assemblea della scuola, è venuto un cantante folk e l’ha cantata, e mi è rimasta impressa nella mente. Non ne capivo neppure la metà, è in scozzese o qualcosa del genere. — La voce della ragazza era quasi rabbiosa.