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Tutti i corrugamenti del terreno erano situati trasversalmente al suo percorso. Le valli erano semibuie; nel profondo della semioscurità c’era sempre la voce di una sorgente o di un ruscello. Non era difficile salire i pendii, ma diventavano sempre più imponenti e più alti, via via che lui avanzava, e le ascese erano sempre più lunghe dei declivi, come se tutto il terreno fosse inclinato. Quando giunse al terzo grande ruscello, si fermò per fare una nuotata; e dopo aver nuotato decise di concedersi un giorno di vacanza. Quella frase gli piacque. Era assolutamente esatta. Poteva prendere qualunque segmento di tempo volesse e chiamarlo un giorno; un altro segmento e chiamarlo notte, e dormire. Non aveva mai fatto l’esperienza del tempo, prima, pensò mentre sedeva accanto alle braci del fuoco di arbusti, sulla riva del ruscello. Aveva lasciato che lo facessero gli orologi, per lui. Erano gli orologi che facevano funzionare tutto, là dall’altra parte: le ore di lavoro, i semafori, gli orari degli aerei, gli appuntamenti degli i
Hugh dormì, e non sognò nulla, e si svegliò lentamente, così rilassato che in un primo momento non riuscì quasi ad alzare la mano.
A partire da quel terzo ruscello, il terreno dive
La fame spezzò la trance e il suo passo. Si fermò per mangiare; quando proseguì si sentì meno sognante, più vigile. Ora il sentiero diventava in certi punti così scosceso che lui si appoggiava sulle mani protese in avanti per riposare, e sentiva la montagna premere contro le sue palme, la mole e la profondità e la forza della terra, la sua pelle granulosa irruvidita dalle pietre e dalle radici. Da molto tempo, il sentiero aveva alquanto deviato verso la sinistra dell’asse della porta. Ora ritornò verso quell’asse e dive
Adesso procedeva con fermezza, vigile, intento.
La strada disegnò una lunga curva ascendente, avanti e avanti. I pendii sottostanti, a destra, dive
4.
Nella luce del giorno lui non sembrava più così grande e grosso, ed era più giovane di quanto Irene avesse immaginato, aveva la sua età o anche meno, un ragazzo pesante, con le spalle curve e la faccia bianca. Era stupido, e non capiva nulla di quello che lei diceva. — Devo ritornare — diceva, come se le chiedesse il permesso, come se lei potesse o volesse accordarglielo. — Sto cercando di avvertirti — disse lei; ma lui non comprese, e Irene non lo sopportò più. Aveva camminato dalla Città della Montagna fino alla porta, ed era stanca per questo e per la collera e il terrore del confronto con lo sconosciuto, e doveva proseguire e andare a casa, pulire, mangiare, andare al lavoro (Patsi avrebbe chiesto dove aveva passato la notte) ed era giorno fatto, mercoledì, e lei aveva promesso di portare la roba di sua madre alla lavanderia a secco. Lui stava lì, con il carbone del cartello che gli chiazzava la faccia, ed era il nemico spregevole, e lei doveva lasciarlo e andare, senza sapere se avrebbe trovato la strada aperta, quando fosse tornata.
Era più presto di quanto avesse pensato. Arrivò all’appartamento poco dopo le sei. Rick e Patsi non si parlavano più da un paio di giorni, e lei era inclusa nel loro mutismo vendicativo, perciò non le chiesero dove aveva passato la notte. Quando rientrò dal lavoro quella sera, Patsi continuò a interpretare la sua assenza notturna come un segno di slealtà, e l’ignorò alteramente; Rick vi alluse soltanto per i propri scopi… — Merda, e chi ha voglia di dormire qui?
Lei era stata contenta di andare a stare con Rick e Patsi, l’autu