Страница 4 из 144
Il sogno di un silenzioso e appartato posto accanto al fuoco delle cucine, affrontando creature di certo non pericolose, come i cuochi, e incarichi più impegnativi dell’attingere acqua o trasportare legna da ardere, lo aveva aiutato a continuare la marcia, a testa bassa contro gli ultimi venti invernali. Quell’immagine di quiete lo aveva sospinto come un’ossessione, unita alla consapevolezza che ogni nuovo passo aumentava di una iarda la distanza da quell’incubo che era il mare. Lungo la strada solitaria aveva riflettuto per ore, valutando nomi adeguatamente servili da adottare per quella sua nuova identità anonima, ma adesso sembrava proprio che non sarebbe stato costretto a presentarsi davanti agli sguardi attoniti dei membri della corte della Provincara vestito di stracci, come un mendicante.
Invece Cazaril implora un contadino per avere il permesso d’impadronirsi degli abiti di un cadavere, ed è grato per il favore fattogli da entrambi. Oh, sì, umilmente grato, molto umilmente grato.
La città di Valenda pareva riversarsi lungo il pendio di una bassa collina come una ricca trapunta intessuta in rosso e oro, grazie alle tegole rosse e alla dorata pietra locale, che scintillavano sotto il sole. Abbagliato, Cazaril dovette sbattere le palpebre per contemplare le familiari tonalità della sua terra natale. Le case di Ibra erano tutte imbiancate a calce, troppo luminose e addirittura accecanti sotto i caldi raggi del sole settentrionale, mentre quell’arenaria ocra costituiva il colore ideale per una casa, una città o anche una nazione… Era una carezza per gli occhi. In cima alla collina, simile a una corona d’oro, il castello della Provincara si dispiegava in tutto il suo splendore, con le mura che sembravano tremolare sotto il suo sguardo un po’ appa
L’ora del mercato era ormai trascorsa, quindi le strade erano silenziose e tranquille quando lui le percorse, diretto alla piazza principale. Vicino alle porte del Tempio, si accostò a una do
Entrato nella bottega della lavandaia, depose una manciata di vaida sul bancone e trattò l’affitto di un paio di calzoni, di una tunica di lino e di un paio di sandali di paglia, in modo da poter percorrere il breve tratto di strada che lo separava dai bagni pubblici, affidando quindi il suo vestiario sporco e gli stivali infangati alle mani arrossate della do
Ai bagni, il barbiere gli tagliò i capelli e la barba, mentre lui sedeva su una vera sedia — cosa meravigliosa — sorseggiando il tè servitogli dal garzone di bottega. Una volta che il barbiere ebbe finito, Cazaril passò nel cortile dei bagni, dove s’insaponò da capo a piedi con sapone profumato e attese che lo sguattero gli versasse sulla testa una secchiata di acqua calda. Con grande soddisfazione adocchiò l’enorme tinozza di legno dal fondo in rame costruita per ospitare, a giorni alterni, sei uomini o sei do
Di lì a poco lo sguattero salì su uno sgabello e gli versò l’acqua sulla testa, costringendolo ad a
«Sei… un disertore?» chiese infine lo sguattero, con un filo di voce.
A sconvolgerlo era stata la sua schiena, un rosso ammasso di cicatrici rigonfie, sovrapposte in maniera tale da non lasciare neppure un lembo di pelle intatta. Era il retaggio dell’ultima fustigazione inflittagli sulle galee dei roknari. Nella royacy di Chalion, quella era una pena inflitta soltanto a poche categorie di criminali, tra cui appunto i disertori.
«No», rispose Cazaril, in tono deciso. «Non sono un disertore.»
Senza dubbio poteva definirsi abbandonato, forse anche tradito, però non aveva mai lasciato il proprio posto, neppure nelle situazioni più pericolose.
Richiusa la bocca, il ragazzino lasciò cadere rumorosamente il secchio e si allontanò in tutta fretta, mentre Cazaril, sospirando, si dirigeva verso la tinozza.
Si era appena adagiato nell’acqua calda, immergendosi fino al mento, quando il proprietario dei bagni entrò a grandi passi nel piccolo cortile. «Fuori!» ruggì. «Fuori di qui, razza di…»
Cazaril si ritrasse in preda al terrore quando l’uomo lo afferrò per i capelli, issandolo fuori dell’acqua.
«Che ti prende?» cercò di protestare, mentre l’altro, infuriato, gli metteva in mano i vestiti e i sandali, prendendolo poi per un braccio e trascinandolo fuori del cortile. «Un momento, aspetta, cosa stai facendo? Non posso certo uscire in strada nudo!»
Il proprietario dei bagni lo fece girare su se stesso e allentò la presa. «Allora vestiti e vattene. La mia è una bottega rispettabile, non un posto per quelli come te! Va’ al postribolo oppure, meglio ancora, va’ ad a
Sconcertato e grondante, Cazaril s’infilò la tunica e i calzoni, tentando poi di mettersi i sandali, mentre sorreggeva con una sola mano i pantaloni non ancora allacciati e veniva sospinto di peso verso l’uscita. Quando infine il battente gli ve
«Ma non è stato… Io non ho fatto… Sono stato venduto ai corsari di Roknar…» protestò, col volto rosso di vergogna.
Tremando, pensò di picchiare contro la porta, insistendo perché chi si trovava all’interno ascoltasse le sue spiegazioni, i giuramenti che era pronto a fare, sul suo povero onore. Gli ve
Sconfitto, si voltò e ripercorse la strada fino alla bottega della lavandaia e alla sua porta dipinta di verde, cui era attaccata una campanella che trillò non appena lui spinse timidamente il battente.
«C’è un angolo dove mi possa sedere, signora?» chiese, quando la lavandaia fece capolino nella bottega in risposta al suono del campanello. «Io… ho finito prima del previsto…»
Soffocato dalla vergogna, non riuscì a concludere la frase, ma la do