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«Ah-ah! calma. Non c’è niente che mi piacerebbe di più di una gara di tiro al bersaglio con i cetagandani, dal momento che siamo superiori di numero, ma ha

«Se quei bastardi ti prendono ti fa

«Ma, Miles» interve

«No» rispose Miles allegro, «non ho fatto niente di simile. Non mentre possediamo il mantello dell’invisibilità. Venite!» Ritornò di corsa alla biforcazione del corridoio e svoltò a destra, verso la Torre Sei, in mano ai barrayarani.

«No!» gridò Mark fermandosi. «I barrayarani possono anche farti fuori per sbaglio, ma in quanto a me mi ammazzerebbero apposta!»

«Quelli là dietro, invece» disse Miles con un ce

Mark lo seguì, riluttante, mentre Ivan si metteva alla retroguardia.

Il cuore di Miles batteva all’impazzata; avrebbe voluto sentirsi fiducioso quanto aveva fatto intendere con quel sorriso a Ivan. Ma non poteva permettere che Mark si accorgesse dei suoi dubbi. Percorsero qualche centinaia di metri di sintocemento grigio, correndo in punta di piedi e cercando di fare meno rumore possibile. Se i barrayarani fossero già arrivati a quel punto della galleria…

Arrivarono all’ultima stazione di pompaggio e ancora non si vedeva segno di guai, né davanti né dietro.

La stazione era di nuovo ferma e lo sarebbe stata per altre dodici ore, fino alla prossima marea, e non sarebbe più entrata in funzione fino ad allora, a meno di una piena improvvisa e inaspettata. Miles però non voleva lasciare nulla al caso e dal modo in cui Ivan lo guardava allarmato, dondolandosi a disagio da un piede all’altro, capì che era meglio poter offrire una garanzia sicura.

Passò in rassegna i pa

Di mala voglia, Mark gli porse l’antico pugnale e dopo aver colto l’occhiata di Miles, anche il fodero. Usando al punta, Miles staccò un paio di fili sottili come capelli… tirando ad indovinare quali potessero essere quelli giusti e ci azzeccò. L’espressione del suo volto però, lasciava intendere che non aveva mai avuto dubbi. Quando ebbe finito, non restituì il pugnale.

Si diresse al portello e lo aprì, senza che questa volta suonasse qualche allarme. Il gancio gravitico aderì istantaneamente alla liscia superficie interna del portello, trasformandosi in una perfetta maniglia; ora non restava che il problema di quella da

Poi indicò con un gesto il portello aperto della camera di pompaggio, invitante come una bara. «Bene, tutti dentro.»

Ivan impallidì. «Da

Miles abbassò la voce, assumendo un tono persuasivo. «Ascolta, Ivan: io non posso costringerti. Se preferisci, puoi tornare nel corridoio e sperare che la tua uniforme ti protegga contro il rischio di farti friggere il cervello da qualcuno con il grilletto facile. Se sopravvivi all’incontro con la squadra d’assalto di Destang, finirai arrestato dalla polizia locale, che forse è il minore dei mali. Io però preferirei che restassi con me.» Abbassò ancor di più la voce e concluse: «E che non mi lasciassi solo con lui.»

«Oh» esclamò Ivan sbattendo le palpebre.

Come Miles si era aspettato, quella richiesta di aiuto ebbe più effetto della logica, degli ordini o delle lusinghe. «Guarda, è proprio come essere in sala tattica.»

«È proprio come essere in una trappola!»

«Sei mai stato in sala tattica quando manca la corrente? Quella sì che è una trappola: la sensazione di comando e di potere è solo un’illusione. Preferirei trovarmi sul campo di battaglia.» Con un sorrisetto astuto, indicò Mark: «E poi non credi che Mark dovrebbe avere la possibilità di vivere la tua recente esperienza?»

«Se la metti in questo modo» ringhiò Ivan, «la cosa assume un certo fascino.»

Miles si calò per primo nella camera di pompaggio e in quel momento credette di udire un lontano rumore di passi nel corridoio. L’espressione sul viso di Mark diceva chiaramente che avrebbe preferito non farlo, ma con Ivan che gli soffiava sul collo, non ebbe scelta. Da ultimo, con uno sforzo immane, si calò Ivan. Miles accese la torcia elettrica, mentre il cugino che era il più alto dei tre, chiudeva il pesante portello. Per un attimo regnò un profondo silenzio, interrotto solo dal rumore dei loro respiri.

Accosciato in un angolo, Ivan chiudeva e apriva nervosamente le mani gonfie ed escoriate, umide di sangue e sudore. «Per lo meno sappiamo che non ci possono sentire.»

«Posticino accogliente» borbottò Miles. «Prega che i nostri inseguitori siano stupidi quanto lo sono stato io: sono passato due volte davanti a questo posto.» Aprì la valigetta del rilevatore e sintonizzò il ricevitore in modo che proiettasse una visione completa da nord a sud del corridoio sempre vuoto. Notò che nella camera c’era una leggera corrente d’aria: un aumento di quella corrente avrebbe significato l’arrivo di un’ondata d’acqua lungo le tubature e allora sarebbero stati costretti a saltare fuori, cetagandani o non cetagandani.

«E adesso?» chiese Mark con voce quasi tremula. Aveva l’aspetto di un animale in trappola, schiacciato come una fetta di prosciutto tra i barrayarani da una parte e i cetagandani dall’altra.

Miles si appoggiò alla parete viscida con una falsa aria di tranquillità. «E adesso aspettiamo, proprio come quando si è in sala tattica. Si passa un sacco di tempo ad aspettare, in sala tattica, e se uno ha anche solo un briciolo d’immaginazione… è un inferno…» Accese il comunicatore da polso. «Nim?»

«Presente, signore» rispose con voce un po’ affa

«Niente di nuovo dal comunicatore di Qui

«Non si è ancora mosso, signore.»

«Qualcuno ha preso contatto con il capitano Galeni?»

«Nossignore. Ma non era con lei?»

«Ci siamo divisi pressappoco nello stesso momento in cui ho perso Qui

«Sissignore.»

Un’altra cosa di cui preoccuparsi, maledizione. Galeni si era imbattuto in qualche guaio: cetagandani, barrayarani o polizia locale? O era stato tradito dal suo stato d’animo? Miles rimpiangeva di non averlo trattenuto con sé, proprio come rimpiangeva di aver lasciato andare Qui