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— Oh, molto peggio — rispose lui, con lo stesso tono triste di prima; andò a sedere sulla branda. — Non ricordi… — continuò, incespicando sulle parole, — non ricordi niente dell’aprile del ’98… quattro a
— Aprile? No, niente di particolare.
— È la data della fine del mondo — disse Orr. Uno spasmo muscolare gli torse la bocca; trangugiò come se soffocasse. — Nessun altro lo ricorda.
— Cosa vuoi dire? — chiese lei, spaventata in modo oscuro. Aprile, pensò; aprile 1998; ricordo l’aprile del 1998? Le pareva di no, ma sapeva anche che avrebbe dovuto ricordarlo; ed era spaventata… da lui? con lui? per lui?
— Non si tratta di evoluzione. È soltanto autoconservazione. Io non posso… Be’, era molto peggio. Peggio di quello che ricordi. Era un mondo uguale a quello che ricordi, con una popolazione di sette miliardi, solo che… era peggio. Soltanto alcuni Paesi europei avevano cominciato abbastanza in tempo a razionare i beni, a limitare l’inquinamento e a controllare le nascite, negli a
— Sognai che stavo bene — infine disse. — Sognai di essere a casa. Mi svegliai e stavo bene. Ero a casa, nel letto. Solo, non era una casa che conoscessi, l’altra volta, la prima volta. La volta brutta. Oh, Dio!, preferirei non ricordare. E spesso non ricordo. Non posso. Da allora mi sono sempre detto che era un sogno. Che quello era un sogno! Ma non lo era. Questo è un sogno. Questo mondo non è reale. Non è neppure probabile. Quell’altro era vero. Era ciò che è successo. Siamo morti tutti, e abbiamo rovinato il mondo prima di morire. Non resta nulla. Soltanto i sogni.
Lei gli credeva, e negava ferocemente di credergli. — E allora? Forse sono le uniche cose reali! E poi, qualunque sia la cosa che è successa, è giusto che lo sia. Non crederai di poter fare qualcosa che non dovresti fare, no? Chi ti credi di essere? Non c’è niente che non abbia il suo posto, non succede niente che non debba succedere. Mai! Che importanza ha il fatto che tu la chiami realtà o sogno? Sono tutt’uno… no?
— Non so — rispose Orr con estrema sofferenza; e lei gli si avvicinò e lo strinse come avrebbe fatto con un bambino ferito, o con un agonizzante.
La testa sulla sua spalla era pesante, la mano sul suo ginocchio era rilassata.
— Ti sei addormentato — gli disse. Lui non lo negò. Dovette scuoterlo per farglielo negare. — No, sono sveglio — disse, trasalendo e raddrizzandosi. — No. — E cadde in avanti.
— George! — Era vero: l’uso del nome faceva effetto. Aprì gli occhi quel tanto che bastava per fissarla. — Rimani sveglio; rimani sveglio ancora un poco. Voglio provare con l’ipnosi. Così potrai dormire. — Avrebbe voluto chiedergli cosa desiderava sognare, cosa doveva imprimergli ipnoticamente nei riguardi di Haber, ma ormai era troppo asso
Una persona che credeva, come lei, che le cose avessero una certa armonia; che ci fosse una totalità di cui si era parte; e che nell’essere parte si era completi; una persona come questa non prova alcun desiderio, mai. di giocare a fare il demiurgo. Soltanto coloro che rifiutano la propria essenza sono attirati da questo gioco.
Ma era costretta a interpretare quel ruolo, e ormai non poteva uscirne. — In questo singolo sogno, tu sognerai che… che il dottor Haber è una persona benevola, che non intende farti del male e che sarà onesto con te. — Non sapeva cosa dire, come dirlo; sapeva che ogni cosa da lei detta poteva andare a rovescio. — E sognerai che gli Alieni non sono più sulla luna — si affrettò ad aggiungere; poteva togliersi dalle spalle quel peso, almeno. — E domattina ti sveglierai riposato, e tutto sarà a posto. Ora, dormi.
Oh, cacca!, si era dimenticata di dirgli di sdraiarsi.
George si afflosciò come un cuscino mezzo vuoto, in avanti e di lato, finché fu un mucchio grosso, caldo e inerte sul pavimento.
Non doveva pesare più di 65 chili, ma si sarebbe potuto trattare di un elefante, per l’aiuto che le diede nel farsi mettere sulla branda. Dovette prima alzare le gambe e poi tirarlo per le spalle, per non rovesciare la branda; e naturalmente lui finì sul sacco a pelo, invece che dentro. Riuscì a toglierglielo di sotto, rischiando ancora di rovesciare la branda, e glielo stese sopra. Lui dormì profondamente, durante tutte queste manovre. Lei era senza fiato, sudata e con il capogiro. Lui stava benissimo.
Si sedette e riprese il fiato. Dopo qualche minuto si chiese cosa fare. Pulì le briciole, scaldò l’acqua, sciacquò i piatti di stagnola, le forchette, il coltello e le tazze. Riattizzò il fuoco nella stufa. Su uno scaffale trovò vari libri tascabili: probabilmente George li aveva presi a Lincoln City, per passare il tempo nella veglia. Nessun giallo, accidenti; un bel giallo le avrebbe fatto piacere. C’era un romanzo sulla Russia. Il Patto Spaziale aveva portato qualcosa di buono: il Governo degli Stati Uniti aveva smesso di fingere che non ci fossero altri Paesi da Israele alle Filippine (i Paesi che, se ci fossero stati, avrebbero potuto minacciare il Modo di Vivere Americano), e perciò da qualche a