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— Io non faccio niente — disse Orr, in tono infastidito. — Io non ho mai fatto niente. Io mi limito a sognare. E poi la cosa accade.
— Posso ipnotizzarti io — disse Heather, improvvisamente.
L’avere accettato un fatto incredibile l’aveva un po’ inebriata: se i sogni di Orr funzionavano, allora ogni altra cosa poteva funzionare. Inoltre era digiuna da mezzogiorno, e il caffè e i brandy colpivano duro.
Lui continuò a fissarla.
— L’ho già fatto altre volte. Ho seguito corsi di psicologia all’università, prima della specializzazione in giurisprudenza. In uno dei corsi lavoravamo come soggetti e come ipnotizzatori, alternativamente. Io riuscivo bene come soggetto, ma ero eccezionale nell’ipnotizzare gli altri. Adesso ti ipnotizzerò, e ti suggerirò un sogno. Sul dottor Haber… un sogno che lo renda i
— Ma io resisto all’ipnosi. Una volta non resistevo, ma Haber dice che adesso resisto.
— È per questo che si è servito dell’induzione vago-carotidea? Non mi piace vederla praticare, mi sembra un assassinio. Io, comunque, non mi sento di farla, non sono un medico.
— Al mio dentista bastava un ipnonastro. Funzionava bene. Almeno, mi pare che funzionasse bene. — Parlava senza pensare, inso
Lei disse con calma: — Pare che tu resistessi all’ipnotista, non all’ipnosi… Comunque, potremmo provare. E se funziona, potrei darti la suggestione postipnotica di fare un singolo sogno, come lo chiami, efficace, su Haber. In modo che metta le cose in chiaro con te e che cerchi di aiutarti. Pensi che la cosa possa funzionare? Ti fidi?
— Potrei dormire un poco, se non altro — rispose lui. — Io… be’, dovrò ben dormire, prima o poi. Non credo di poter superare la notte. Se ritieni di potermi ipnotizzare…
— Ne sono certa. Ma, ascolta, non hai niente da mangiare, qui?
— Sì — rispose lui, so
— Sei molto gentile — disse poi Orr.
— Io? E perché? Perché sono venuta qui, intendi dire? Oh, cacca!, avevo paura. A causa di quel cambiamento del mondo, venerdì! Dovevo chiarire la cosa. Sai, ero lì che guardavo l’ospedale dove sono nata, dall’altra parte del fiume, mentre tu sognavi, e d’improvviso l’ospedale non c’era più e non c’era mai stato!
— Credevo che fossi nata nell’Est — disse lui. La logica non era il suo forte, in quel momento.
— No. — Ripulì scrupolosamente la scatoletta di to
— Color marrone — disse lui gentilmente, da dietro la sedia.
— Colore di cacca.
— Il colore della terra.
— E tu sei di Portland? Le due volte?
— Sì.
— Non ti sento, con tutto il casino di quel maledetto ruscello. Credevo che le foreste fossero silenziose. Su, racconta!
— Be’, ormai ho avuto un mucchio di infanzie — disse lui. — Quale vuoi che ti racconti? In una i miei genitori sono morti nel primo a
— Be’, questa è la cosa importante.
— Ogni volta è peggio. La Peste, e adesso gli Alieni… — Fece una risatina; ma, quando lei si voltò per guardarlo, aveva un’aria stanca e miserabile.
— Non posso credere che sia stato tu a sognarli. Non posso, e basta. Mi fa
— Vero. Eri spaventosamente magra, la prima volta che ti ho vista. Nel tuo ufficio.
— E tu? Eri pelle e ossa. Solo che lo erano tutti, e uno non ci badava. Adesso invece hai un aspetto abbastanza decente, salvo il bisogno di dormile.
Lui non rispose.
— Tutta la gente ha un aspetto molto migliore, se solo ci pensi. Senti. Se non puoi proprio farne a meno, e se quel che fai serve un poco a migliorare il mondo, allora non dovresti sentirti colpevole. Magari i tuoi sogni sono soltanto una nuova forma di evoluzione, qualcosa di simile. La linea vittoriosa. Sopravvivenza del più adatto eccetera.