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Le corriere partirono alla prima ora del giorno dei cortili di carico battuti dal vento del Porto Nuovo. Passarono sotto l'Arco e girarono a est, venti massicci autocarri silenziosi, cingolati come carri armati, che procedevano in fila indiana per le strade profonde di Erhenrang, attraverso le ombre del mattino. Le corriere portavano casse di lenti, bobine e bobine di nastri sonori, rotoli di filo di rame e di platino, pa
Salendo per le prime propaggini del Kargav, la carovana si fermò brevemente, ma frequentemente, per consumare dei pasti nelle taverne che sorgevano ai bordi della strada. Nel pomeriggio avemmo la prima visione completa della catena, dalla cima di una collina. Vedemmo Kostor, che è alto sei chilometri, dalla base alla vetta; l'enorme fianco occidentale del monte nascondeva le vette a nord, alcune delle quali arrivano a novemila metri di altezza. A sud di Kostor, una vetta dopo l'altra, montagne aguzze si stagliavano candide contro un cielo scialbo, incolore; ne contai tredici, l'ultima delle quali era un indefinito scintillio bianco nelle nebbie della distanza, a sud. Il guidatore nominò le tredici montagne, una per una, a mio beneficio, e mi raccontò storie di valanghe, e di corriere spazzate via dalla strada da terribili venti di montagna, e di equipaggi di spartineve esiliati per settimane e settimane ad altezze inaccessibili, e così via, in un amichevole tentativo di spaventarmi. Descrisse di avere visto il camion davanti a lui scivolare, andare fuori strada, e cadere in un precipizio profondo trecento metri; ciò che era stato notevole, mi disse, era stata la lentezza con la quale l'infelice corriera era caduta. Apparentemente, aveva impiegato tutto il pomeriggio a precipitare nell'abisso, e lui era stato felice, felicissimo di vederla svanire, alla fine, senza alcun rumore, in un cumulo di neve alto dodici metri, sul fondo del burrone.
Alla Terza Ora ci fermammo per la colazione in una grande taverna, un luogo grandioso con enormi caminetti ruggenti e vaste stanze dai soffitti arcuati, piene di tavoli carichi di buon cibo; ma non restammo là per trascorrere la notte. La nostra era una carovana con posti-letto, che si affrettava (alla sua maniera karhidi) per essere la prima della stagione nel paese delle Bufere di Pering, per ottenere il meglio del mercato a beneficio dei suoi organizzatori-mercanti. Le batterie delle corriere ve
Non c'erano più taverne, ora, tra quegli spaventosi pendii di neve e di granito. Alle ore dei pasti le corriere si fermavano silenziosamente una dopo l'altra, su qualche pendio di trenta gradi, racchiuso nella neve e nel ghiaccio, e tutti scendevano dalle cabine e si riunivano intorno al rimorchio dove dormivano i guidatori, dal quale venivano servite ciotole di minestra bollente, pezzi di pane secco, e birra amara in bicchieri di legno. Ce ne stavamo così nella neve, battendo i piedi per trovare un po' di calore, divorando il cibo e bevendo la birra, tenendo la schiena voltata al vento gelido e pungente che portava con sé uno scintillante pulviscolo di neve raccolta dalle bianche distese che ci circondavano. E poi, di nuovo a bordo delle corriere, e avanti, e in alto. A mezzogiorno nei passi di Wehoth, a circa quattromiladuecento metri di altezza, c'erano 45° al sole e 6° all'ombra. I motori elettrici erano così silenziosi, che si potevano sentire i brontolii delle valanghe in fondo a immensi pendii azzurrini, sull'estremità opposta di abissi larghi trenta chilometri.
Più tardi, nello stesso pomeriggio, passammo la vetta, a Eskar, 4560 metri di altezza. Guardando in alto, sul pendio della faccia sud di Kostor, sulla quale avevamo proseguito a strisciare compiendo progressi infinitesimali per tutto il giorno, vidi una strana formazione rocciosa, a mezzo chilometro dalla strada, una sporgenza che sembrava un castello.
— Vedete la Fortezza, lassù? — disse il guidatore.
— Quello è un edificio?
— La Fortezza di Ariskostor.
— Ma nessuno potrebbe vivere lassù.
— Oh, i Vecchi possono. Una volta ero guidatore in una carovana che portava loro il cibo da Erhenrang, nell'estate più inoltrata. Naturalmente non possono né entrare né uscire per dieci o undici mesi all'a
Guardai attonito in alto, guardai quei pilastri di roccia nuda, solitari nell'immensa solitudine di quell'altezza impervia, e non credetti al guidatore; ma sospesi la mia incredulità. Se una persona, qualsiasi persona poteva sopravvivere in un aere così gelido, doveva trattarsi di un karhidiano.
La strada, discendendo, descriveva un'ampia curva a nord e a sud, costeggiando precipizi, immensi abissi spaventosi, perché il fianco orientale del Kargav è più inaccessibile di quello occidentale, e precipita verso le pianure in ripidi gradini rocciosi, le rozze pietre cadute alla creazione delle montagne. Al tramonto vedemmo una minuscola teoria di punti strisciare, attraversando un'immensa ombra bianca, duemila e più metri sotto di noi: una carovana di corriere che aveva lasciato Erhenrang un giorno prima di noi. Nel pomeriggio del giorno successivo eravamo arrivati laggiù a nostra volta, e stavamo strisciando lungo lo stesso pendio nevoso, molto cautamente, silenziosi, senza quasi respirare, per timore di provocare con il suono qualche valanga. Di là vedemmo per qualche tempo, molto lontano, in basso e oltre di noi, a oriente, vaghe terre immense confuse tra nembi e ombre di nubi e solcate dai nastri d'argento dei fiumi, le Pianure di Rer.