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Al tramonto del quarto giorno dalla partenza da Erhenrang, giungemmo a Rer. Tra le due città si stendono millesettecento chilometri, e una parete alta diverse miglia, e due o tremila a

Io presi alloggio in una taverna squallida, dal prezzo esorbitante, acquattata sotto la protezione delle Torri. Mi alzai all'alba dopo molti incubi orrendi, e pagai all'esoso taverniere il letto e la colazione e delle istruzioni inesatte sulla strada che avrei dovuto prendere, e mi misi in cammino, a piedi, alla ricerca di Otherhord, un'antica Fortezza non lontana da Rer. Mi smarrii a cinquanta metri dalla taverna. Tenendo le Torri dietro di me, e l'immenso bagliore bianco del massiccio Kargav alla mia destra, riuscii a uscire dalla città in direzione sud, e il bambino di un contadino, incontrato sulla strada, mi disse da quale parte dovevo girare per raggiungere Otherhord.

Vi arrivai a mezzogiorno. Cioè, arrivai in qualche luogo a mezzogiorno, ma non riuscii a stabilire dove. Era soprattutto una foresta, o un folto bosco; ma gli alberi erano accuditi ancor più accuratamente di quanto non fosse consueto su quel mondo di appassionati, amorevoli custodi delle foreste, e il sentiero procedeva lungo il fianco della collina proprio attraverso gli alberi. Dopo qualche tempo, mi accorsi che c'era una capa

Proseguii lentamente per il sentiero, provando un certo disagio. Non sapevo quali fossero i sentimenti degli Handdarata per i turisti. Sapevo ben poco su di loro, in realtà. L'Handdara è una religione senza istituzione, senza sacerdoti, senza gerarchia, senza voti, senza credo; ancor oggi non sono in grado di dire se essa abbia un Dio oppure no. È sfuggente. Elusiva. È sempre altrove. La sua unica manifestazione fissa è data dalle Fortezze, ritiri ove la gente può ritirarsi a trascorrere la notte o la vita intera. Io non avrei cercato questo culto così singolarmente intangibile fin nei suoi luoghi segreti, non l'avrei certo fatto, se non avessi voluto rispondere alla domanda lasciata irrisolta dagli Investigatori: Che cosa sono i Profeti, e cosa fa

Ormai mi trovavo in Karhide da più tempo di quanto non vi fossero rimasti gli Investigatori, e dubitavo che ci fosse qualcosa di vero nelle storie dei Profeti e delle loro profezie. Leggende di predizione sono comuni, per tutta la grande Casa dell'Uomo, in tutto l'universo stellato. Gli dei parlano, gli spiriti parlano, i computers parlano. L'ambiguità dell'oracolo o la probabilità statistica offrono degli appigli, e le discrepanze vengono cancellate dalla Fede. Comunque, valeva la pena d'investigare sulle leggende. Non ero ancora riuscito a convincere un solo karhidiano dell'esistenza della comunicazione telepatica; non vi avrebbero creduto senza «vederla»: la mia stessa, precisa posizione, nei confronti dei Profeti dell'Handdara.

Mentre camminavo per il sentiero, mi resi conto che un intero villaggio, o città, era disseminato intorno, all'ombra della foresta inerpicata sul pendio, tutto in maniera disordinata, casuale com'era Rer, ma intimo, pacifico, rurale. Su ogni tetto e su ogni sentiero erano sospesi i rami degli hemmen, l'albero più comune di Inverno, una robusta, tozza conifera dagli aghi fitti, spessi, color rosso pallido. Pigne di hemmen sporcavano i sentieri dalle molte diramazioni, il vento aveva un profumo intenso di resina d'hemmen, e tutte le case erano costruite con il legno scuro di hemmen. Mi fermai alla fine, domandandomi a quale porta avrei dovuto bussare, quando una persona uscì dal folto degli alberi, con passo tranquillo, e mi salutò cortesemente.

— State cercando una dimora? — domandò.

— Sono venuto con una domanda per i Profeti. — Avevo deciso di lasciarmi considerare da loro, almeno all'inizio, un semplice karhidiano. Come gli Investigatori, io non avevo avuto mai alcuna difficoltà nel farmi passare per un nativo, se così volevo; tra tutti i dialetti karhidi, il mio accento non veniva notato, e le mie anomalie sessuali erano nascoste dai pesanti indumenti che indossavo. Mancavo della capigliatura folta e finissima e dell'inclinazione degli occhi, un po' diagonali rispetto al resto del viso, che erano le caratteristiche del tipico getheniano, ed ero più scuro e più alto della maggior parte dei nativi, ma non oltre la portata delle normali variazioni di una razza. La mia barba era stata depilata permanentemente prima della mia partenza da Ollul (allora ancora non sapevamo delle tribù «pelose» di Perunter, che sono non soltanto barbute, ma pelose in tutto il corpo, come i Terrestri Bianchi). Di quando in quando, mi veniva chiesto come avessi potuto rompermi il naso. Io ho un naso piatto; i nasi getheniani sono prominenti e sottili, con narici sottili, perfettamente adattati a respirare dell'aria gelida, a temperatura quasi sempre sotto lo zero. La persona sul sentiero di Otherhord guardò il mio naso con blanda curiosità, e rispose:

— Allora forse vorrete parlare al Tessitore? Si trova giù nella radura, ora, a meno che non sia uscito con la slitta. O preferireste parlare prima a uno dei Celibi?

— Non saprei, non sono sicuro. Sono straordinariamente ignorante…

Il giovane rise e s'inchinò.

— Io sono onorato! — disse. — Vivo qui da tre a

— Volevo dire che io non so nulla sui Profeti…

— Invidiabile! — disse il giovane Abitante. — Vedete, noi dobbiamo macchinare la neve con le impronte dei nostri piedi, per andare in qualsiasi luogo. Posso mostrarvi la strada per la radura? Il mio nome è Goss.