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Alla fine la No

— Dicono che sotto alle Ramtop ci siano le miniere dei nani — osservò senza nesso apparente. — Povera me, quei poveretti avra

Stuzzicò il mucchietto di ferro che si andava raffreddando là dove prima c’era stata la cuccuma, e aggiunse: — Peccato per il parafuoco. Sopra c’erano scolpiti dei gufi, sai.

Si aggiustò con mano tremante i capelli bruciacchiati. — Credo che ci voglia una bella tazza di… una bella tazza di acqua fredda.

Esk sedeva contemplando sorpresa la propria mano.

— Quella era vera magia — disse alla fine. — E l’ho fatta io.

— Un tipo di vera magia — la corresse la No

— Tu puoi insegnarmelo?

— Io? No!

— Come posso imparare se nessuno me lo insegnerà?

— Devi andare là dove ne sono capaci. La scuola dei maghi.

— Ma hai detto…

La vecchia si fermò nell’atto di riempire un boccale dal secchio dell’acqua.

— Sì, sì — scattò. — Non badare a ciò che ho detto o al senso comune o altro. Certe volte bisogna andare dove ti portano gli eventi, e suppongo che in un modo o nell’altro tu andrai alla scuola dei maghi.

Esk ci penso su.

— Vuoi dire che è il mio destino?

La No

Quella stessa notte, parecchio dopo avere messo a letto la bambina, la vecchia si mise il cappello in testa, accese una candela nuova, sparecchiò la tavola, ed estrasse una scatoletta di legno dal suo nascondiglio segreto nella dispensa. Dentro c’erano una bottiglia d’inchiostro, un’antiquata pe

Lei non si sentiva molto a suo agio davanti al mondo delle lettere. Aveva gli occhi strabuzzati, la punta della lingua in fuori, la fronte imperlata da goccioline di sudore. Ma la pe

Ecco il testo della lettera, benché a questa versione manchino le gocce di cera, le macchie d’inchiostro, le cancellature, le chiazze umide dell’originale, nonché lo stile tutto sgrammaticato.

Al Mago Capo, Università Invisibile. Saluti. Io spero stai bene, ti mando una Escarrina Smith, lei ha la stoffa per diventare un mago ma quello che si può fare di lei non lo so lei lavora sodo si tiene pulita e conosce anche diverse arti della casa, manderò Soldi con lei Che tu possa vivere a lungo e finire i tuoi giorni in pace, E molto obbligata. Esmeralda Weatherwax (signorina) Strega.

La No

Sigillò la lettera con la cera della candela e la mise sulla dispensa. L’avrebbe data da trasmettere al corriere quando sarebbe andata la mattina dopo al villaggio per comperare un’altra cuccuma.

L’indomani la No

La loro prima visita fu per lo scalpellino a cui ordinare la pietra del focolare da sostituire. Poi andarono dal fabbro.

L’incontro fu lungo e tempestoso. Esk uscì nell’orto e salì al suo vecchio posto sul melo. Dalla casa le giungevano gli urli del padre, i lamenti della madre e lunghe pause di silenzio. Il che voleva dire che No

Un vento leggero faceva ondeggiare l’albero. Seduta sul ramo, Esk dondolava pigramente le gambe.

Pensava ai maghi. Loro non venivano spesso a Cattivo Somaro, ma di loro si raccontava una quantità di storie. Erano saggi, ricordava la bambina, e di solito molto vecchi e compivano magie possenti, complesse e misteriose e quasi tutti avevano la barba. Erano anche, senza eccezione, uomini.

Con le streghe lei si trovava su terreno più sicuro, perché era andata con la No

In tutto questo c’era un qualche problema fondamentale che lei era incapace di risolvere. Perché…

Cern e Gulta ve

— Tu non puoi fare veramente degli incantesimi — disse Cern. — È vero?

— Naturale che non puoi — disse Gulta. — Che cos’è quel bastone?

Esk aveva lasciata la verga appoggiata al melo. Cern la toccò con precauzione.

— Non voglio che la tocchi — protestò in fretta Esk. — Per piacere. È mia.

Normalmente Cern aveva la sensibilità di un elefante ma, con sua grande sorpresa, la sua mano si fermò a metà gesto.

— Comunque non ne avevo voglia — borbottò, per nascondere la sua confusione. — È soltanto un vecchio bastone.

— È vero che sai fare gli incantesimi? — chiese Gulta. — Ho sentito la No

— Stavamo ascoltando alla porta — aggiunse il fratello.

— Siete voi che avete detto che non sono capace — rispose Esk con fare disinvolto.

— Be’, puoi o non puoi? — ribatté Gulta, arrossendo.

— Forse.

— Non puoi!

Esk abbassò gli occhi a guardarlo. Amava i fratelli, quando se ne ricordava (più che altro per dovere), sebbene generalmente li ricordasse come una serie di rumori fragorosi in pantaloni. Ma nel modo di fissarla di Gulta c’era qualcosa di estremamente sgradevole, come se lei lo avesse personalmente insultato.

Sentì d’improvviso correrle un formicolio per tutto il corpo e a un tratto il mondo parve farsi ai suoi occhi più netto e più vivido.

— Posso — affermò.

Gulta guardò prima lei poi la verga, a occhi socchiusi. Ed esclamò, con un calcio violento: — Vecchio bastone!

Alla bambina sembrò di vedere un porcellino arrabbiato.

Gli urli di Cern richiamarono la No

Appollaiata sulla biforcazione del melo, Esk aveva sul viso un’espressione sognante. Cern si nascondeva dietro l’albero, la bocca spalancata nell’urlo così che si vedevano le tonsille vibrare.

Gulta sedeva attonito dentro un mucchio di vestiti che non gli calzavano più e arricciava il grugno.

La No

— Trasformare le persone in maiali non è permesso - sibilò. — Perfino i fratelli.

— Non sono stata io, è soltanto successo. A ogni modo, devi riconoscere che questa forma gli va meglio — disse calma la bambina.

— Che succede qui? — domandò il fabbro. — Dov’è Gulta? Che ci fa qui questo maiale?

— Questo maiale — rispose No

Con un sospiro la madre di Esk si accasciò all’indietro, ma il marito era un po’ meno impreparato di lei. Spostò lo sguardo da Gulta, che era riuscito a tirarsi fuori dai suoi indumenti e stava grufolando con entusiasmo tra i primi frutti caduti a terra, alla sua unica figlia.

— È lei che ha fatto questo?

— Sì. Oppure è suo tramite che è stato fatto — disse la No

— Oh! — Il fabbro fissò il suo quinto figlio. Doveva ammettere che la nuova forma gli si addiceva. Senza guardare, allungò una mano e mollò uno scappellotto sulla testa dell’urlante Cern.

— Puoi farlo tornare come prima? — chiese. La No

— Lui non ci credeva che ero capace di fare un sortilegio — disse calma la bambina.

— Già. Be’, credo che gli hai dimostrato di avere ragione. E adesso lo farai tornare normale, signora. All’istante. Mi senti?

— Non voglio. È stato sgarbato.

— Capisco.

Esk fissò la no

— Oh, va bene — disse in tono querulo. — Non so perché uno si dovrebbe scomodare a trasformarlo in un maiale, quando lui lo era già per conto suo.

Non sapeva da dove le fosse venuta la magia, ma mentalmente si voltò da quella parte e fece un suggerimento. Gulta riapparve, nudo, con una mela in bocca.

— Che c’è? — farfugliò.

La No

— Adesso mi crederai? — domandò aggressiva. — Credi davvero che lei possa sistemarsi quaggiù e dimenticarsi tutto della magia? Riesci a immaginarti il suo povero marito se si sposasse?

— Ma tu hai sempre detto che per le do

— Adesso non pensarci — ribatté la vecchia, un po’ più calma. — Lei ha bisogno di addestramento. Ha bisogno di sapere come controllarsi. Per pietà, metti qualcosa addosso a quel ragazzino.

— Gulta. rivestiti e piantala di piagnucolare — gli ordinò il padre e si rivolse di nuovo alla No

— Hai detto che c’era una specie di scuola? — azzardò.

— L’Università Invisibile, sì. Per formare i maghi.

— E sai dov’è?

— Sì — mentì lei, la cui conoscenza della geografia era ancora peggiore di quella della fisica sub-atomica.

Il fabbro guardò prima lei e poi la figlia, che se ne stava con l’aria imbronciata.

— E fara

La No

— Non so che cosa fara