Добавить в цитаты Настройки чтения

Страница 10 из 37

Guardò Esk e l’aquila, che non pareva accorgersi di nulla, e si sforzò di concentrarsi. Si lasciò penetrare nella testa dell’animale e di nuovo nella sua mente vide i fili d’argento avviluppati così strettamente a quelli purpurei da assumere la medesima forma. Adesso, però, poteva scorgere dove terminavano e dove sarebbe stato possibile dipanarli con prudenza. Una cosa tanto ovvia che lei ne rise e il suono della sua risata si alzò in volute arancioni e rosse che si dileguarono nel soffitto.

Il tempo passava. Il compito, malgrado il potere le pulsasse nella testa, si rivelò estremamente difficile; era come infilare un ago al riverbero lunare, ma alla fine si ritrovò con una manciata d’argento. Nel mondo lento e pesante, che sembrava adesso essere il suo, la vecchia prese la matassina e la lanciò adagio verso Esk. La vide trasformarsi in una nuvola, che vorticò e si disperse.

La No

La vecchia si svegliò con la luce brillante del sole che le batteva sugli occhi. Si ritrovò accasciata contro la porta, con la sensazione che l’intero suo corpo soffrisse di mal di denti.

Allungò a tentoni una mano, trovò l’orlo del lavamano e si tirò su a sedere. Non la sorprese vedere che brocca e bacinella avevano lo stesso aspetto di sempre. Anzi, la curiosità ebbe la meglio sui suoi dolori e lei diede una rapida occhiata sotto il letto per controllare che, sì, tutto era come d’abitudine.

L’aquila era ancora appollaiata sulla ringhiera del letto. Esk dormiva ancora, di un so

La No

Esk aprì gli occhi e rimase a lungo a fissare il soffitto. Durante i lunghi mesi trascorsi, le erano diventati familiari ogni bozza e ogni crepa dell’intonaco: creavano un fantastico paesaggio capovolto che lei aveva popolato di una complessa civiltà tutta sua.

Nella sua mente i sogni si affollavano. Tirò fuori un braccio dalle lenzuola e lo contemplò, chiedendosi perché non era coperto di pe

Spinse via le coperte, si mise seduta sulla sponda del letto, distese le ali nel vento e planò fuori nel mondo…

Il tonfo sul pavimento della camera da letto fece correre la No

Esk, il viso sconvolto dalla paura, alzò gli occhi su di lei.

— Mi sentivo svanire.

— Sì, sì. Ora va meglio — mormorò la vecchia.

— Tu non capisci! Non riuscivo nemmeno a ricordare il mio nome! — gridò la bambina.

— Ma adesso te lo ricordi.

Esk esitò per pensarci. — Sì. Sì, certo — rispose — Adesso.

— Perciò va tutto bene.

— Ma…

La No

— Ma che cosa è successo?

— Hai pensato che il Prestito non bastasse. Hai pensato che sarebbe stato bello impadronirti del corpo di un’altra creatura. Ma devi sapere che un corpo è come… come uno stampo di gelatina. Che imprime una forma sul suo contenuto, capisci? Non puoi avere la mente di una bambina nel corpo di un’aquila. Non per lungo tempo, a ogni modo.

— Io sono diventata un’aquila?

— Sì.

— Non ero più io?

La No

— No — rispose dopo un po’ — non nel modo che intendi. Soltanto un’aquila che forse a volte aveva degli strani sogni. Per esempio, quando sogniamo di volare, forse ricordiamo di camminare e di parlare.

— Urgh.

— Ma ora è tutto finito — disse la vecchia con un debole sorriso. — Tu sei tornata a essere te stessa e l’aquila è rientrata in possesso della sua mente. In questo momento si trova sul grande faggio vicino al gabinetto. Vorrei che le portassi fuori del cibo.

Seduta sui calcagni, Esk fissava un punto dietro la testa della No

— C’erano delle cose strane — disse in tono discorsivo. La vecchia si girò di scatto.

— Voglio dire, vedevo delle cose in una specie di sogno — aggiunse la bambina. Lo shock della strega era così visibile che lei esitò, nel timore di avere detto qualcosa di sbagliato.

— Che genere di cose?

— Creature grandi, forme di tutti i generi. Che se ne stavano sedute.

— Era buio? Voglio dire, queste Cose erano nell’oscurità?

— C’erano le stelle, credo. No

No

— No

— Eh? Sì? Oh! — La vecchia si riscosse. — Sì. Capisco. Adesso vorrei che tu scendessi a prendere del lardo nella dispensa e lo mettessi fuori per l’uccello, hai capito? Sarebbe anche una buona idea ringraziarlo. Non si sa mai.

Al suo ritorno, Esk trovò la No

— Prima mettiamo in chiaro una cosa. Resta in piedi. Guardami.

Esk ubbidì, perplessa. La No

— Accidenti! — esclamò senza rivolgersi a nessuno in particolare. — Io non so come loro si comportano, se conosco i maghi dovrebbe esserci una specie di cerimonia, quelli devono sempre complicare le cose…

— Che vuoi dire?

La No

— Probabilmente dovresti mettere un piede in un secchio di porridge freddo e un guanto sulla mano e tutto quel genere di roba — continuò. — lo non volevo farlo, ma Loro mi sta

— Di che parli, No

La vecchia strega tirò con violenza la verga fuori dall’ombra e l’agitò vagamente in direzione di Esk.

— Ecco. È tua. Prendila. Spero soltanto che sia la cosa giusta da farsi.

In effetti la presentazione di una verga a un apprendista stregone è di solito una cerimonia molto importante, specie se la verga è stata ereditata da un mago più anziano. Per antica tradizione ha luogo una iniziazione lunga e paurosa, con maschere e cappucci e spade e tremendi giuramenti a proposito di lingua tagliata alla gente, le loro budella strappate da uccelli selvatici e le ceneri disperse ai quattro venti e così via. Dopo qualche ora di questo tipo di procedura, l’apprendista può essere ammesso nella confraternita dei Saggi e degli Illuminati.

Si pronuncia anche un lungo discorso. Per pura coincidenza, la No

Esk prese in mano la verga e la osservò.

— È molto graziosa — disse incerta. — Gli intagli sono carini. A che serve?

— Siediti ora. E ascolta attentamente per una volta. Il giorno che sei nata…

— …e questo è quanto.

Esk esaminò la verga, poi si rivolse alla No

— Devo essere un mago?

— Sì. No. Non lo so.

— La tua non è una vera risposta, No

— Le do

— A dire la verità, ho osservato papà al lavoro e non vedo perché…

— Ascolta — ribatté in fretta la No

— Io ho sentito di streghe maschi — osservò tranquillamente Esk.

— Stregoni.

— Credo di sì.

— Voglio dire che non ci sono streghe maschi, soltanto uomini stupidi — ribatté la vecchia con veemenza. — Se gli uomini fossero streghe, sarebbero maghi. Si riduce tutto a — si batté la mano sulla fronte — alla "menteologia". A come funziona la tua mente. Quelle degli uomini funzionano diversamente dalle nostre, capisci. La loro magia consiste tutta di numeri e angoli e spigoli e ciò che fa

— Tutto a posto, allora — disse sollevata Esk. — Rimarrò qui a imparare l’arte delle streghe.

— Ah — esclamò cupa la vecchia — tu parli bene. Io non credo che sarà così facile.

— Ma hai detto che gli uomini possono essere maghi e le do

— Giusto.

— Benissimo, allora — esclamò Esk trionfante — è tutto risolto, no? Io non posso essere altro che una strega.

La No

— È solo un vecchio bastone.

La do

— No.

— E non posso essere una strega?

— Non so cosa puoi essere. Prendi la verga.

— Che?

— Prendi la verga. Guarda, ho preparato la legna nel focolare. Accendi il fuoco.

— La scatola con l’esca e l’acciarino è… — cominciò la piccola.

— Una volta mi hai detto che c’erano modi migliori per accendere il fuoco. Provamelo.

La vecchia si alzò. Nella penombra della cucina sembrò crescere fino a riempirla d’incerte ombre ondeggianti, vagamente minacciose.

Guardò Esk con occhi fiammeggianti e le ordinò con voce gelida: — Provamelo.

— Ma… — volle obiettare Esk, stringendo a sé con forza la pesante verga e facendo capovolgere il suo sgabello nella fretta d’indietreggiare.

— Provamelo.

Esk ruotò su se stessa con un grido. Il fuoco le sprizzò dalla punta delle dita e attraversò la stanza, esplodendo con tanta forza da scaraventare all’intorno il mobilio. Una palla di livida luce verde crepitò sul focolare, attraversata da forme cangianti mentre vorticava sfrigolando sulle pietre, che si spaccarono e poi si sparsero all’intorno. Il parafuoco di ferro resistette bravamente per qualche momento prima di sciogliersi come cera, apparve un attimo come una macchia rossa nella palla di fuoco e quindi scomparve. Subito dopo la cuccuma fece la stessa fine.

Proprio quando sembrava che il caminetto li avrebbe seguiti, la vecchia pietra del focolare cedette e con un ultimo spruzzo la palla di fuoco sprofondò e sparì dalla vista.

Di tanto in tanto un crepitio o una nuvoletta di vapore segnalò il suo passaggio nel terreno. A parte questo, regnava il silenzio, l’alto silenzio sibilante che fa seguito a un rumore troppo intenso. Dopo la luce accecante di prima la stanza sembrò piombare nelle tenebre.