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Hrun abbassò gli occhi sugli anelli che le ornavano le dita. Le pietre erano grandi, diamanti di un azzurro lattiginoso incredibilmente rari, dai giacimenti di argilla di Mithos. Quando riuscì a staccarne lo sguardo, Liessa lo fissava furente.
— Tanto calcolatore — esclamò con voce stridente. — Hrun il Barbaro, il coraggioso che si avventurerebbe nelle fauci stesse della Morte!
Hrun alzò le spalle. — Sicuro — disse. — Per la sola ragione che così si potrebbero rubare i suoi denti d’oro. — Allungò un braccio, brandì il lettino di legno e lo scagliò contro gli arcieri; quindi si slanciò baldamente anche lui, abbatté un uomo con un colpo e all’altro strappò via l’arma. Un momento dopo era tutto finito.
Liessa non si era mossa.
— Allora? — disse.
— Allora cosa?
— Intendi uccidermi?
— Che? Oh no. No. Per me, sai, è una specie di abitudine. Giusto per tenermi in esercizio. Allora dove sono questi fratelli? — Sogghignò.
Seduto sulla paglia, Duefiori contemplava il buio e si chiedeva da quanto tempo si trovava lì. Ore, almeno. Giorni, probabilmente. Forse a
No, pensieri del genere erano inutili. Cercò di pensare ad altro: erba, alberi, aria fresca, draghi. Draghi…
Si udì nell’oscurità un leggerissimo sfregamento. La fronte di Duefiori s’imperlò di sudore.
Insieme a lui nella cella c’era qualcosa. Qualcosa che emetteva un fruscio eppure dava l’impressione di una grandezza smisurata. Sentì l’aria smuoversi. Alzò un braccio. Vi fu una leggera cascata di scintille che a
Una goccia di fiamma gli passò sulla testa e andò a colpire la parete opposta; le rocce riverberarono un calore da fornace e lui si trovò di fronte un dragone che occupava oltre la metà della cella.
— Ubbidisco, signore — disse una voce nella sua testa.
Al riverbero della pietra che crepitava e lanciava scintille, Duefiori vide la sua immagine riflessa in due enormi occhi verdi. Il dragone era una creatura multicolore, dotata di corna e di aculei e agile come quello presente nel suo ricordo. Un vero dragone. Le sue ali ripiegate erano ciò nondimeno abbastanza larghe da sfiorare le pareti della stanza e lui giaceva in mezzo ai suoi talloni.
— Ubbidire? — disse l’ometto con voce in cui vibravano terrore e diletto.
— Naturalmente, signore.
Il chiarore svanì. Duefiori puntò un dito tremante verso il punto in cui ricordava esserci la porta e ordinò: — Aprila!
Il drago sollevò l’enorme testa. Di nuovo emise una palla di fuoco ma questa volta, mentre i muscoli del collo gii si contraevano, il colore della fiamma passò dall’arancione al giallo, dal giallo al bianco e finalmente all’azzurro pallidissimo: a questo punto era diventata anche assai tenue e dove toccava la parete, la roccia si sgretolava; quando raggiunse la porta, il metallo esplose in una pioggia di scintille infuocate.
Sulle pareti si disegnarono guizzanti ombre nere. Per un attimo il metallo incandescente ribollì e poi la porta cadde in due pezzi nel corridoio. La fiamma si spense con una rapidità sconcertante quasi quanto la sua apparizione.
Duefiori passò con precauzione sulla porta che si andava raffreddando e scrutò i! corridoio nei due sensi. Era vuoto.
Il drago lo seguì. Il pesante telaio della porta gli causò qualche difficoltà che lui superò con una spallata che spaccò il legno e lo buttò da una parte. La creatura attendeva, gli occhi fissi su Duefiori, la pelle increspata e guizzante mentre tentava di aprire le ali nello stretto corridoio.
— Come sei arrivato qui? — gli domandò Duefiori.
— Mi hai chiamato tu, padrone.
— Non ricordo di averlo fatto.
— Nella tua mente. Mi hai chiamato nella tua mente — rispose il drago pazientemente.
— Vuoi dire che io ti ho pensato ed eccoti lì?
— Sì.
— Era magia?
— Sì.
— Ma ho pensato ai draghi tutta la mia vita!
— In questo luogo la frontiera tra il pensiero e la realtà probabilmente è un po’ confusa. So soltanto che una volta non esistevo e poi tu mi hai pensato ed ero lì. Dunque, naturalmente, sono ai tuoi ordini.
— Splendido!
Una mezza dozzina di guardie scelsero quel momento per girare l’angolo del corridoio. Si fermarono, a bocca aperta. Poi una si riprese quel tanto da imbracciare la sua balestra e tirare.
Il petto del drago si gonfiò e la freccia esplose a mezz’aria in frammenti fiammeggianti. Le guardie se la diedero a gambe. Una fiammata spazzò le pietre sulle quali si trovavano un attimo prima.
Duefiori guardò ammirato l’animale. — Sai anche volare?
— Naturalmente.
Dopo avere dato un’occhiata su e giù per il corridoio, Duefiori decise di non seguire le guardie. Sapeva di essersi già totalmente perso e quindi qualsiasi direzione andava bene. Sgusciò accanto al drago e si allontanò rapido, mentre l’enorme bestia si girava con difficoltà per seguirlo.
Proseguirono per una serie di corridoi che s’incrociavano come un labirinto. A un certo momento a Duefiori sembrò di udire delle grida in lontananza alle loro spalle, ma presto svanirono. A volte nell’oscurità si intravedeva l’arco scuro di un portale diroccato. Qua e là, la luce filtrava fioca attraverso le fessure, riflessa dai grandi specchi incastrati negli angoli del corridoio. Altre volte, invece, da una fonte lontana di luce veniva un chiarore più brillante.
Mentre scendeva una scalinata sollevando nuvole di polvere argentea, Duefiori trovò strano che lì i tu
— Mi domando perché ha
— Non lo so — rispose cortesemente una voce nella sua testa. L’ometto si voltò a guardare il muso cavallino e squamoso. — Come ti chiami, drago? — gli chiese.
— Non lo so.
— Ti chiamerò Ninereeds.
— Allora questo è il mio nome.
Passarono attraverso la polvere che tutto invadeva in una serie di enormi sale scure ricavate dalla roccia. E con molta perizia: dal pavimento al soffitto le pareti erano una massa di statue, mascheroni, bassorilievi e snelle colo
Poi Duefiori vide il sentiero che conduceva a un e
Duefiori la seguì. Conduceva attraverso altre sale spaziose e corridoi tortuosi, larghi abbastanza per un dragone (e sembrava che un tempo i draghi fossero passati di lì: c’era una stanza piena di finimenti corrosi, a dimensione di draghi, e un’altra con piastre e cotte di maglia abbastanza grandi per un elefante). Alla fine si trovarono davanti a due porte di bronzo, tanto alte da scomparire nella semioscurità. Davanti a Duefiori, all’altezza del petto, c’era una piccola maniglia in forma di drago.
La toccò e le porte si aprirono istantaneamente e, cosa sconcertante, senza il minimo rumore.
All’istante delle scintille crepitarono nei capelli di Duefiori e vi fu un soffio improvviso di vento caldo e asciutto che non disturbò la polvere come avrebbe fatto un vento ordinario. Ma la sferzò per un momento e ne ricavò delle sconvolgenti forme semiumane, prima di depositarsi di nuovo a terra. Nelle orecchie di Duefiori si produsse lo strano e penetrante battito delle Cose imprigionate nella cella lontana delle Dimensioni, al di là del fragile schermo del tempo e dello spazio. Apparvero ombre là dove non c’era nulla per produrle. L’aria ronzava come un alveare.
Per farla breve, intorno a lui vibrava una forte scarica di magia.
La camera al di là della porta era illuminata da un pallido chiarore verde. Ammucchiate lungo le pareti, ognuna sulla sua mensola di marmo, c’erano file su file di bare. Nel centro della sala, su una pedana, c’era una poltrona di pietra sulla quale era accasciata una figura che non si mosse, ma disse con voce vecchia e fragile: — Entra, giovanotto.
Duefiori si fece avanti. La figura sullo sca
— Sono morto, sai — a
— Uhm… Sì. — disse Duefiori e cominciò ad arretrare.
— È evidente, vero? — continuò la voce. — Tu devi essere Duefiori, non è così? Oppure questo è più tardi?
— Più tardi? Più tardi di che?
— Be’, vedi, uno dei vantaggi di essere morti è che si è, per così dire, liberi dai vincoli del tempo. Quindi io posso vedere tutto ciò che è accaduto o che accadrà, tutto allo stesso tempo. Solo che, naturalmente, adesso so che, a tutti gli effetti pratici, il Tempo non esiste.
— Questo non mi sembra uno svantaggio — osservò Duefiori.
— Non lo credi? Immagina di essere nello stesso istante un ricordo lontano e una brutta sorpresa e vedrai ciò che voglio dire. Comunque sia, adesso ricordo che cosa sto per dirti. Oppure l’ho già fatto? A proposito, quello è un bel drago. Oppure l’ho già detto?
— Lui è davvero bravo. È saltato fuori all’improvviso — spiegò Duefiori.
— È saltato fuori? L’hai chiamato tu!
— Sì, be’, io…
— Tu hai il Potere!
— Io mi sono limitato a pensarlo.
— In questo consiste il Potere! Ti ho già detto di essere Greicha Primo? Oppure il prossimo? Scusami, ma non ho avuto una grande esperienza in fatto di trascendenza. Comunque, sì… il Potere. Evoca i draghi, sai.
— Mi pare che me l’abbiate già detto.
— Davvero? È certamente ciò che intendevo — disse il morto.
— Ma come è possibile? Ho pensato ai draghi per tutta la vita, ma questa è la prima volta che uno si è materializzato.