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Il mago s’irrigidì dalla paura, ma il braccio gli scattò in avanti, seguendo l’impeto di Kring. Le due lame s’incrociarono in un’esplosione di lampi di ottarino.
Lio!rt fece un balzo indietro, stringendo gli occhi. Superando la sua guardia, Kring menò un affondo e sebbene la spada del cavaliere si sollevasse a parare la violenza del colpo, il risultato fu una sottile linea rossa che attraversò il torace del suo padrone.
Con un ringhio questi si scagliò contro il mago, con gli stivali che tinti
Scuotivento sapeva di essere quasi certamente il mago più scadente del mondo-disco, dato che conosceva un solo incantesimo. Ciò nonostante era pur sempre un mago e così, per le inesorabili leggi della magia, alla sua dipartita sarebbe apparsa la Morte stessa a reclamarlo (invece di mandare uno dei suoi numerosi servi, com’è di solito il caso).
Fu così che, mentre con un sogghigno Lio!rt faceva lentamente descrivere un arco alla sua spada, agli occhi di Scuotivento il mondo fu a un tratto illuminato da una vacillante luce di ottarino, tinta di violetto per l’impatto dei fotoni sull’aura magica. Al suo interno il cavaliere era mutato in una statua fantomatica e la sua spada si muoveva con la lentezza di una lumaca.
Oltre a Lio!rt c’era un’altra figura, visibile soltanto a coloro capaci di vedere nelle quattro dimensioni extra della magia. Era alta e nera e sottile e faceva ondeggiare a due mani, contro una notte subitanea di gelide stelle, una falce dalla lama proverbialmente tagliente…
Scuotivento si abbassò di scatto. La lama gli passò sibilando accanto alla testa e penetrò senza rallentare nel tetto di roccia della caverna. La Morte gridò un’imprecazione nella sua fredda voce cavernosa. La scena svanì. Ciò che nel mondo-disco passava per realtà si riaffermò rumorosamente. Lio!rt era rimasto senza fiato per la rapidità con la quale il mago aveva evitato il suo colpo letale, mentre quest’ultimo, con la disperazione di chi è veramente terrorizzato, aveva preso lo slancio e gli si era scagliato contro, attraverso lo spazio che li separava. Afferrate con entrambe le mani il braccio armato del cavaliere, lo torceva con tutta la forza di cui era capace.
Fu in quel momento che l’unico anello che restava a Scuotivento, già sovraccarico, si staccò con un piccolo rumore metallico dalla roccia nella quale era infisso.
Lui precipitò, ondeggiando paurosamente, e rimase penzolante sull’abisso, aggrappato così disperatamente al braccio del cavaliere che questi gridò di dolore.
Lio!rt guardò in alto ai suoi piedi. Schegge di roccia cadevano dal tetto intorno alle caviglie che reggevano gli anelli.
— Lascia la presa, maledetto! — urlò. — O moriremo entrambi.
Scuotivento non disse nulla, concentrato unicamente a mantenere la presa e a scacciare dalla mente le immagini incalzanti del fato che l’attendeva sulle rocce sottostanti.
— Colpitelo! — urlò Lio!rt.
Scuotivento vide, con l’angolo dell’occhio, diverse balestre puntate contro di lui. Lio!rt scelse quel momento per battere l’aria con la mano libera e una manciata di anelli colpì le dita del mago.
Lui lasciò la presa.
Duefiori afferrò le sbarre e si issò.
— Vedi niente? — chiese Hrun. all’altezza dei suoi piedi.
— Soltanto nuvole.
Hrun lo rimise a terra e sedette sul bordo di uno dei tetti di legno che costituivano l’unico mobilio della cella. — Accidentaccio — esclamò.
— Non disperare — lo incoraggiò Duefiori.
— Io non mi dispero.
— Penso che sì tratti di un malinteso. E che presto ci liberera
Hrun lo guardò da sotto le sopracciglia cespugliose. Fece per parlare e ci ripensò, limitandosi a sospirare.
— E quando torniamo, possiamo raccontare di avere visto i draghi! — continuò Duefiori. — Che ne dici, eh?
— I draghi non esistono — affermò Hrun. — Codice di Chimeria ha ucciso l’ultimo duecento a
— Ma ci ha
— Suppongo che fosse semplicemente una magia — dichiarò il barbaro.
— Be’, a vederli sembravano draghi — ribatté Duefiori con tono di sfida. — Ho sempre desiderato vederli, fin da quando ero bambino. Dragoni che volano nel cielo, soffiando fiamme…
Erano soliti strascinarsi nelle paludi e simili e il loro fiato puzzava. Non erano nemmeno molto grandi. E raccoglievano legna da ardere.
— Io ho sentito che raccoglievano tesori — obiettò Duefiori.
— E legna da ardere. Ehi — aggiunse Hrun animandosi — hai notato tutte quelle sale che ci ha
— E adesso che succede? — chiese Duefiori.
Hrun si stuzzicò l’orecchio con un dito che guardò poi meditabondo. — Oh, mi aspetto che fra un minuto aprira
— Tutto questo? — domandò Duefiori.
— Di solito.
Duefiori sedette sul lettuccio e cercò di riflettere. Compito difficile, perché aveva la mente tutta presa dai draghi.
Dragoni!
Sin da quando aveva due a
Però in questi draghi qualcosa non andava: erano troppo piccoli e lustri, paragonati a quelli che lui vedeva con l’occhio della mente. I draghi avrebbero dovuto essere grossi e verdi e muniti di artigli e esotici e sprizzanti fiamme… grossi e verdi con lunghe acuminate…
Qualcosa si mosse nell’angolo più lontano e buio del torrione. Svanì quando lui girò la testa, ma gli era parso di udire un rumore lievissimo come di artigli che grattassero la pietra.
— Hrun? — chiamò.
Dall’altro giaciglio ve
Duefiori si spostò nell’angolo e tastò con precauzione le pietre in cerca di un pa
Hrun russava.
Una do
La do
Con un ronfo. Hrun si girò supino e continuò a dormire.
La do
Prima che la lama fosse a metà del suo arco, la mano destra di Hrun si mosse così rapida che sembrò viaggiare tra due punti nello spazio senza nemmeno spostarsi nell’aria, e si chiuse di scatto sul polso della do
Hrun si svegliò.
— Gngh? — e guardò la do
— Lasciami andare — disse la do
Lei indietreggiò. Si massaggiava il polso e fissava Hrun come un gatto fissa la tana del topo.
— Così — disse alla fine — hai superato la tua prima prova. Come ti chiami, barbaro?
— Chi chiami barbaro? — ringhiò Hrun.
— È ciò che voglio sapere.
Hrun contò lentamente gli arcieri e i muscoli delle sue spalle si rilassarono. — Io sono Hrun di Chimeria. E tu?
— Liessa la Signora dei draghi.
— Sei tu che domini in questo posto?
— Questo è da vedere. Hai l’aria di un mercenario, Hrun di Chimeria. Potrei servirmi di te, se superi le prove, naturalmente. Ce ne sono tre. Hai superato la prima.
— Come sono le altre… — Hrun s’interruppe; le sue labbra si muovevano senza che ne uscisse alcun suono. Infine azzardò: — …due?
— Pericolose.
— E la mercede?
— Sostanziosa.
— Scusatemi — disse Duefiori.
— E se non supero queste prove? — proseguì Hrun, ignorandolo Tra Hrun e Liessa l’aria crepitava con piccole esplosioni di carisma mentre si fissavano.
— Se avessi fallito la prima, adesso saresti morto. È la penalità da pagare.
— Uhm, sentite — cominciò Duefiori. Liessa gli diede un’occhiata e sembrò notarlo per la prima volta.
— Portatelo via — disse con calma e si voltò di nuovo verso Hrun. Due delle guardie si misero l’arco in spalla, afferrarono Duefiori per i gomiti, lo sollevarono da terra e uscirono al trotto.
— Ehi — disse Duefiori, mentre quelli si affrettavano per il corridoio — dove — (mentre si fermavano davanti a un’altra porta) è il mio (mentre l’aprivano) — Bagaglio? — Atterrò su un mucchio di paglia. La porta si richiuse con un tonfo e il rumore dei chiavistelli che venivano tirati ne sottolineò l’eco.
Hrun, nell’altra cella, non aveva battuto ciglio. — Okay, qual è la seconda prova?
— Devi uccidere i miei due fratelli.
Hrun ci pensò su. — Tutti e due allo stesso tempo o uno dopo l’altro?
— Consecutivamente o simultaneamente.
— Cosa?
— Uccidili e basta — rispose lei con voce tagliente.
— Sono bravi combattenti?
— Rinomati.
— Così in compenso…
— Mi sposerai e diventerai Signore del Wyrmberg.
Seguì una lunga pausa. Hrun aggrottò le sopracciglia nello sforzo, insolito per lui, di riflettere.
— Avrò te e questa montagna? — chiese finalmente.
— Sì. — Lei lo guardò dritto negli occhi e le sue labbra fremettero. — La mercede ne vale la pena, te lo assicuro.