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— Non volete che la gente sappia che qui ci sono i dragoni, eh? — ringhiò il mago. Il cavaliere a

Scuotivento lo guardò con un sorrisetto. O piuttosto con una smorfia che non aveva nulla di allegro, un vero e proprio rictus. Del genere normalmente accompagnato da uccellini rivieraschi che svolazzano dentro e fuori e becchettano i rimasugli dai denti.

— Vivo andrà bene — disse. — Se parliamo di qualcuno che è morto, ricordati di chi è questa spada e in mano di chi.

— Se mi uccidi nulla impedirà a Psepha di ammazzarti — urlò il cavaliere.

— Allora ecco che farò, ti taglierà a pezzetti. — Il mago provò di nuovo l’effetto della smorfia.

— Oh, va bene — esclamò K!sdra imbronciato. — Pensi che io non abbia immaginazione?

Si contorse fino a togliersi da sotto la spada e fece ce

— Vuoi dire che dobbiamo andare su quel coso?

L’altro lo guardò sprezzante, con la punta di Kring sempre diretta al suo collo. — Come altro si arriverebbe al Wyrmberg?

— Non lo so. Come?

— Voglio dire, non c’è altro modo. O si vola o niente.

Scuotivento dette un’ultima occhiata al dragone che gli stava davanti. Distingueva chiaramente attraverso il corpo dell’animale l’erba calpestata sulla quale giaceva, ma quando gli toccò con precauzione una squama che appariva un semplice bagliore dorato, la sentì abbastanza solida. Pensò: "O i draghi dovrebbero esistere compiutamente o non dovrebbero esistere affatto. Un drago che esiste soltanto a metà è ancor peggio dei due estremi".

— Non sapevo si potesse vedere attraverso i draghi — osservò.

Klsdra alzò le spalle. — Non lo sapevi? — Si issò in groppa al dragone un po’ goffamente, perché Scuotivento si teneva aggrappato alla sua cintura. Una volta sistemato piuttosto scomodamente, il mago si afferrò a un pezzo della bardatura per reggersi meglio e punzecchiò leggermente K!sdra con la spada.

— Hai mai volato prima? — gli chiese il cavaliere senza voltarsi.

— Così, no.

— Vuoi qualcosa da succhiare?

Scuotivento guardò il sacchetto di dolci rossi e gialli che l’altro gli offriva. — È necessario?

— È una tradizione. Serviti pure.

Il drago si drizzò, si mosse pesantemente attraverso la radura e si levò in aria.

Scuotivento aveva un incubo ricorrente: si trovava barcollante su un luogo intangibile ma tremendamente alto e vedeva scorrergli sotto un paesaggio punteggiato da nuvole, reso cilestrino dalla distanza. (Di solito si svegliava dal sogno con le caviglie sudate; quanto si sarebbe maggiormente preoccupato se avesse saputo che l’incubo non era causato dalla solita vertigine del mondo-disco. Invece era il ricordo di un evento del suo futuro così terrificante da generare ipertoni di paura lungo tutta la linea della sua vita.)

L’attuale non era quell’evento, ma ne costituiva una buona preparazione.

Psepha avanzava con una serie di balzi da sconquassare le vertebre. All’apice dell’ultimo balzo, le bianche ali si aprirono con uno scatto e si spiegarono con un tonfo che fece tremare gli alberi.

Adesso si erano alzati da terra e Psepha saliva con un movimento pieno di grazia; i raggi del sole pomeridiano brillavano sulle sue ali, tuttora simili a un velo dorato. Scuotivento fece lo sbaglio di guardare in giù e scorse attraverso il corpo del dragone le cime degli alberi in basso. Molto in basso. Lo stomaco gli si contrasse alla vista.

Né era molto meglio chiudere gii occhi, perché così la sua immaginazione si metteva a galoppare. Giunse a un compromesso: tenere lo sguardo fisso a media distanza, dove brughiera e foresta scorrevano via ed era possibile contemplarle di quando in quando.

Si sentì ghermire dal vento. K!sdra si girò a metà e gli urlò nell’orecchio: — Guarda il Wyrmberg!

Scuotivento voltò piano la testa, badando a tenere Kring leggermente poggiata sulla schiena del drago. Con gli occhi che il vento faceva lagrimare, vide la montagna capovolta in modo impossibile levarsi dalla vallata ricoperta di foreste, come una tromba da un tino pieno di muschio. Perfino da quella distanza scorgeva nell’aria il tenue bagliore dell’ottarino che stava a indicare un’aura magica stabile di almeno (gli mancò il respiro) diversi milliPrimi? Almeno!

— Oh no! — esclamò.

Guardare giù alla terra era sempre meglio di quello. Distolse in fretta lo sguardo e si accorse di non potere più vedere attraverso il drago. Mentre compivano un largo giro verso il Wyrmberg, la creatura stava decisamente assumendo una forma più solida, come se il suo corpo si riempisse di nebbia dorata. Nel momento in cui si trovarono di fronte il Wyrmberg. svettante nel cielo, il drago era diventato reale come una roccia.

Parve a Scuotivento di vedere nell’aria una sottile striscia, come se la montagna si fosse protesa a toccare la bestia. Gli sembrò, stranamente, che così il drago diventasse più autentico.

Di fronte a loro, il Wyrmberg si trasformò da giocattolo distante diversi miliardi di to

Scuotivento fece l’errore di seguire con l’occhio la traccia d’acqua spumeggiante e si ritirò indietro di scatto, giusto in tempo.

La cima svasata della montagna capovolta veniva loro incontro. Il drago nemmeno rallentò.

Via via che la montagna incombeva su di lui, simile al più grosso scacciamosche dell’universo, Scuotivento scorse l’imboccatura di una caverna, verso la quale si diresse Psepha.

Avvolto a un tratto dall’oscurità, il mago diede un grido. Una rapida visione di rocce trascorrenti, resa confusa dalla velocità, poi il drago fu di nuovo all’aperto.

Si trovavano dentro una caverna, più grande di quanto sarebbe lecito aspettarsi da qualsiasi caverna. Il drago, che scivolava attraverso quell’enorme vuoto, era una semplice mosca dorata in una sala dei banchetti. Nell’aria illuminata dai raggi del sole altri draghi, dorati, argentei, neri, bianchi volteggiavano per i loro propri scopi o erano appollaiati su spunzoni di roccia. In alto nel tetto a cupola della caverna decine di altri pendevano da grossi anelli. Lassù c’erano anche degli uomini. Vedendoli, Scuotivento fu allibito perché quelli camminavano sulla vasta superficie del soffitto come mosche. Poi scorse le migliaia di piccoli anelli che lo costellavano. Alcuni uomini a testa in giù osservavano interessati il volo di Psepha. Scuotivento fu ancora più esterrefatto. Non riusciva a pensare a cosa doveva fare, ne fosse andato della sua vita.

— Allora? — bisbigliò. — Qualche suggerimento?

— Naturalmente tu attacchi — rispose sprezzante Kring.

— Come mai non ci ho pensato? Forse perché sono tutti muniti di balestra.

— Sei un disfattista.

— Disfattista! Questo perché sto per essere sconfitto!

— Scuotivento, tu sei il tuo peggiore nemico — sentenziò la spada.

Scuotivento guardò gli uomini sogghignanti.

— Vuoi scommettere? — disse stancamente.

Prima che Kring potesse rispondergli, Psepha s’impe

— Preferisci morire ora o prima ti arrendi? — gli domandò con calma K!sdra.

Degli uomini si dirigevano verso l’anello da tutte le direzioni; camminavano con andatura ondeggiante, poggiando gli stivali uncinati sugli anelli pendenti dal soffitto.

Altri stivali erano disposti su una rastrelliera appesa in una piccola piattaforma costruita di fianco al grosso anello. Prima che Scuotivento potesse fermarlo, il cavaliere era balzato giù dalla groppa del dragone ed era atterrato sulla piattaforma, con un sorriso di scherno per la sconfitta del mago.

Si udì il rumore lieve delle balestre che venivano armate. Scuotivento levò lo sguardo verso le facce capovolte che lo fissavano impassibili. L’abbigliamento del popolo dei draghi non dimostrava una grande immaginazione: finimenti di cuoio con ornamenti di bronzo; coltelli e foderi di spade portate a rovescio. Quelli senza elmetto lasciavano pendere i capelli, che fluttuavano come alghe nell’aria smossa dalla ventilazione vicino al tetto. Tra di loro c’erano parecchie do

— Arrenditi — ripeté K!sdra.

Scuotivento aprì la bocca per farlo. Con un ronzio Kring lo ammonì e lui sentì su per il braccio ondate di un dolore acuto. — Mai — disse con voce stridula e il dolore cessò.

— Naturale che non lo farà — esclamò dietro di lui una voce rimbombante. — È un eroe, no?

Scuotivento si voltò e si trovò davanti un paio di narici pelose. Appartenevano a un giovane assai robusto, appeso disinvoltamente al soffitto con gli stivali.

— Come ti chiami, eroe? — gli chiese. — Così sappiamo chi sei.

Un dolore atroce saettò nel braccio di Scuotivento. — Io… io sono Scuotivento di Ankh — ansimò.

— E io sono Lio!rt, il signore dei Draghi — disse l’altro con una profonda voce di gola. — Sei venuto a sfidarmi in duello mortale?

— Be’, no, io non…

— Ti sbagli. K!sdra, dai al nostro eroe un paio di stivali. Sono sicuro che è impaziente d’iniziare.

— No, senti, sono venuto qui solo per trovare i miei amici. Sono sicuro che non… — cominciò Scuotivento, mentre il cavaliere lo guidava deciso sulla piattaforma, lo costringeva a sedersi e gli allacciava gli stivali ai piedi.

— Sbrigati, K!sdra. Non possiamo ritardare l’incontro del nostro eroe con il suo destino — disse Lio!rt.

— Senti, sono sicuro che i miei amici si trovano bene qui, quindi se tu potessi, sai, depositarmi da qualche parte…

— Vedrai quanto prima i tuoi amici — promise il signore dei dragoni. — Se sei religioso, intendo. Nessuno che entra nel Wyrmberg ne esce più. Salvo in senso metaforico, naturalmente. Mostragli come raggiungere gli anelli, K!sdra.

— Guarda in che cosa mi hai cacciato! — sibilò Scuotivento.

Kring gli vibrò nella mano. — Ricordati che sono una spada magica.

— Come potrei dimenticarlo?

— Arrampicati sulla scala e afferra un anello — disse il cavaliere — quindi solleva i piedi finché l’uncino si aggancia. — Aiutò il mago recalcitrante a salire finché rimase appeso a testa in giù, con la tunica infilata nelle brache e Kring penzolante da una mano. Visto da quell’angolatura, il popolo dei dragoni sembrava abbastanza sopportabile, ma gli animali, sospesi dai loro posatoi, incombevano sulla scena come immensi mascheroni, con occhi accesi d’interesse.

— Attenzione, prego — disse Lio!rt. Uno dei cavalieri gli porse una forma oblunga, avvolta in seta rossa.

— Combattiamo fino alla morte — dichiarò. — La tua.

— Suppongo che se vinco mi guadagno la libertà? — chiese Scuotivento, senza molta speranza.

Con un ce

Scuotivento respirò a fondo. — Credo di doverti avvisare — disse con voce ferma. — Questa è una spada magica.

Lio!rt lasciò cadere il drappo di seta rossa roteò una lama nera come la pece, sulla cui superficie brillavano dei caratteri runici.

— Che coincidenza — disse con una rapida stoccata.