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Ora anche lei si allaccia gli stivali speciali, compie una rotazione aggraziata e, con un leggero suono metallico, aggancia gli uncini a un paio di anelli che pendono dal soffitto.
Solo che adesso questo è diventato il pavimento. Il mondo è cambiato. Lei si tiene ritta in piedi sull’orlo di una profonda cavità o cratere, pavimentato di piccoli anelli sui quali i cavalieri già si spostano con un’andatura oscillante. Nel centro della cavità, in mezzo al branco, li attendono le loro grosse cavalcature. In alto si intravedono le rocce che formano il pavimento della caverna, scolorato da secoli di escrementi di drago.
Muovendosi con passo scivolato, che per lei è una seconda natura, Liessa si dirige verso il suo drago, Laolith, che gira verso di lei la sua grossa testa cavallina. Ha le mascelle unte di grasso di porco.
— Era eccellente — le comunica mentalmente.
— Mi pareva di avere detto che non ci dovevano essere voli non accompagnati — scatta lei.
— Avevo fame, Liessa.
— Modera la tua fame. Presto ci sara
— Le redini ci si incollano ai denti. Ci sono dei guerrieri? I guerrieri ci piacciono.
Liessa tira giù la scaletta e si issa in groppa, con le gambe serrate intorno al collo coriaceo di Laolith.
— Il guerriero è mio. Puoi avere gli altri due. Sembra che uno sia una specie di mago — aggiunge per incoraggiarlo.
— Oh, sai com’è con i maghi. Dopo mezz’ora potresti fartene un altro — brontola il drago.
Spiega le ali e si lancia giù.
— Sta
— Voi non capite! — gridò, al di sopra del rumore terribile delle ali.
— È tutta la vita che desidero vedere i draghi.
— Dall’interno? — gridò a sua volta il mago. — Chiudi il becco e cavalca — ordinò, passando al tu. Frustò il cavallo con le redini e fissò il bosco davanti, cercando di farlo avvicinare con la semplice forza di volontà. Sotto gli alberi sarebbero stati salvi. Sotto quegli alberi i draghi non potevano volare…
Udì il battito delle ali prima che la loro ombra lo avvolgesse. Istintivamente si appiattì sulla sella e sentì una fitta rovente di dolore quando qualcosa di tagliente gli strisciò tra le spalle.
Dietro a lui Hrun urlò, ma sembrò più un ululato di rabbia che un grido di dolore. Con un volteggio il barbaro era atterrato tra l’erica e aveva sfoderato la spada nera, Kring. La brandì e urlò: — Nessuna da
Scuotivento si sporse ad afferrare le redini di Duefiori. — Vieni via! — sibilò.
— Ma i draghi… — protestò Duefiori, incantato.
— Al diavolo i… — cominciò il mago e s’interruppe di botto. Un altro drago, staccatosi dai piccoli punti volteggianti in alto, stava planando verso di loro. Scuotivento lasciò andare il cavallo di Duefiori, imprecò con violenza, e spronò la sua cavalcatura dirigendosi, solo, verso gli alberi. Non si guardò alle spalle all’udire un improvviso tumulto e quando un’ombra lo sorvolò, si limitò a gemere piano, cercando di nascondersi nella criniera del cavallo.
Poi, invece del dolore lacerante che si era aspettato, ci fu una serie di colpi pungenti mentre l’animale terrorizzato passava sotto la volta del bosco. Il mago cercò di reggersi ma un ramo basso, più robusto degli altri, lo sbalzò di sella. L’ultima cosa che udì prima di essere ingoiato dalle luci azzurre e perdere i sensi fu un acuto grido di frustrazione del rettile e lo sferzare dei suoi talloni sulle cime degli alberi.
Quando rinve
Girò la testa a guardare il drago, in mezzo alla nebbia provocata dal dolore e dalla paura.
La creatura penzolava da un ramo di una grossa quercia morta, diversi metri più in là. Le sue ali di bronzo dorato gli aderivano strettamente al corpo, ma la lunga testa equina si voltava di qua e di là all’estremità di un collo straordinariamente prensile, per scrutare la foresta.
Era anche semitrasparente. Sebbene il sole brillasse sulle sue squame, Scuotivento scorgeva chiaramente la sagoma attraverso il contorno dei rami.
Su uno di essi sedeva un uomo, rimpicciolito dal confronto con il rettile. Era nudo a eccezione di un paio di alti stivali, un piccolo perizoma di pelle che gli copriva i genitali e un elmo dall’alto cimiero. Faceva dondolare oziosamente una corta spada e fissava in alto le cime degli alberi con l’aria di uno che assolve un incarico tedioso e senza gloria.
Un coleottero cominciò ad arrampicarsi faticosamente sulla gamba di Scuotivento.
Il mago si chiese quanto potesse essere pericoloso un drago ridotto a metà della sua potenza. Lo avrebbe ammazzato soltanto a meta? Decise di non restare a scoprirlo.
Aiutandosi con i calcagni, le punte delle dita e i muscoli delle spalle, si contorse spostandosi di lato fino a che il fogliame mascherò la quercia e i suoi occupanti. Quindi si rimise in piedi e se la dette a gambe tra gli alberi.
Non aveva in mente una meta, non disponeva di provviste né di un cavallo. Ma finché aveva ancora le gambe poteva correre. Felci e rami lo sferzavano, ma lui non li sentiva.
Quando ebbe messo circa due chilometri tra lui e il drago, si fermò e si appoggiò esausto a un albero, che gli rivolse la parola.
— Psst — lo chiamò.
Terrorizzato da ciò che avrebbe potuto vedere, Scuotivento alzò lo sguardo. I suoi occhi cercarono di fissarsi sulle foglie e su i
— Non stare lì impalato — disse la spada (con voce simile al suono di un dito passato sull’orlo di un largo bicchiere di vino vuoto). — Tirami fuori.
— Cosa? — chiese Scuotivento, ancora con il respiro affa
— Tirami fuori — ripeté Kring. — Oppure dovrò trascorrere il prossimo milione di a
— Che è successo agli altri? — chiese Scuotivento, sempre aggrappato al tronco dell’albero.
— Oh, i draghi li ha
— Be’… — cominciò Scuotivento. ma Kring lo ignorò.
— Sono certo che avrai fretta di salvarli — aggiunse.
— Sì, be’…
— Quindi, se mi tiri fuori, possiamo muoverci.
Scuotivento lanciò un’occhiata in tralice alla spada. Se certe speculazioni avanzate sulla natura e la forma della molteplicità multidimensionaie dell’universo erano esatte, un tentativo di recupero, fino allora relegato in un angolo remoto della sua mente, era invece in cima ai suoi pensieri. E una spada magica era un ausilio prezioso…
E lungo sarebbe stato il cammino per tornare a casa, ovunque essa fosse…
Si arrampicò sull’albero e cominciò a strisciare lungo il ramo. Kring era saldamente piantata nel legno. Lui afferrò il pomo e tirò fino a farsi venire dei lampi luminosi davanti agli occhi.
— Riprova — lo incoraggiò la spada.
Scuotivento gemette e strinse i denti.
— Potrebbe essere peggio — disse Kring. — Sarebbe potuta essere un’incudine.
— Yaargh — sibilò il mago, che temeva il futuro del suo inguine.
— Io ho un’esistenza multidimensionale — affermò la spada.
— Ungh?
— Ho avuto molti nomi, sai.
— Incredibile — disse Scuotivento, che barcollò all’indietro mentre la lama scivolava fuori.
Di nuovo a terra, decise che era venuto il momento di dare la notizia. — In realtà, non credo che andare a liberarli sia una buona idea. Penso che faremmo meglio a tornare in una città. Sai, per organizzare una squadra di ricerca.
— I draghi erano diretti verso il centro — disse Kring. — Comunque, suggerisco di cominciare con quello lassù negli alberi.
— Spiacente, ma…
— Non puoi abbandonarli al loro fato!
— Non posso? — disse Scuotivento sorpreso.
— No. non puoi. Senti, sarò franca. Ho lavorato con materiale migliore di quanto sei tu, ma o mi contento o… hai mai trascorso un milione di a
— Senti, io…
— Perciò se non la pianti di discutere, ti taglio la testa.
Scuotivento vide il proprio braccio sollevarsi finché la lama lucente gli sibilò a un centimetro dalla gola. Cercò di costringere le sue dita ad aprirsi. Niente da fare.
— Io non so fare l’eroe! — gridò.
— Mi offro di insegnarti.
Il bronzeo Psepha emise un profondo brontolio.
K!sdra, il suo cavaliere, si chinò in avanti a scrutare la radura. — Lo vedo — esclamò. Si calò agilmente dai rami, atterrò leggero sui ciuffi d’erba e sfoderò la spada.
Dette una buona occhiata all’uomo che si avvicinava, chiaramente riluttante ad abbandonare il riparo degli alberi. Era armato ma il suo modo di reggere la spada, a braccio teso di fronte a sé, era curioso, come se lo imbarazzasse essere visto in sua compagnia.
K!sdra sollevò la propria spada, con un largo sorriso sarcastico alla vista del mago che avanzava goffo. Poi balzò in avanti.
Più tardi ricordò soltanto due cose del combattimento. Ricordò il modo inquietante in cui la spada del mago si curvava all’insù e si abbatteva sulla sua con tanta violenza da fargliela schizzare via di mano. L’altra cosa che, si giustificava, aveva causato la sua sconfitta, era che il mago gli copriva gli occhi con una mano.
K!sdra fece un salto indietro per evitare un altro colpo e finì lungo disteso a terra. Con un ringhio Psepha spiegò le sue grandi ali e si lanciò giù dall’albero.
Un momento più tardi il mago, in piedi sopra di lui, gridava: — Digli che se soltanto mi sfiora, do via libera alla spada. Lo farò! Così diglielo! — La punta della spada nera minacciava la gola di K!sdra. Lo strano era che il mago lottava con lei, mentre quella pareva canticchiare tra sé e sé.
— Psepha! — urlò K!sdra.
Il dragone ruggì in tono di sfida, ma si aste
— Parla! — gridò Scuotivento.
K!sdra lo guardò seguendo con gli occhi il filo della spada. — Cosa vorresti che dicessi? — chiese.
— Cosa?
— Ho detto cosa vorresti che ti dicessi?
— Dove sono i miei amici? Intendo il barbaro e l’ometto.
— Credo che li abbiano riportati al Wyrmberg.
Con strattoni frenetici Scuotivento cercava di frenare l’irruenza della spada e di non prestare attenzione al suo ronzio assetato di sangue.
— Che cos’è un Wyrmberg?
— Il Wyrmberg. Ce n’è uno solo. È la casa dei Dragoni.
— E suppongo che voi aspettavate per condurmici, eh?
K!sdra se ne uscì in un gridolino involontario quando la punta della spada gli fece uscire una goccia di sangue dal pomo d’Adamo.