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— Oh be’, vedi, la verità è che i draghi non sono mai esistiti nel senso che tu e io, finché non sono stato avvelenato tre mesi fa, intendiamo l’esistenza. Sto parlando dell’autentico drago, draconis nobilis, capisci; il drago delle paludi, draconis vulgaris, è una creatura vile, indegna della nostra attenzione. Il drago autentico, d’altro lato, è una creatura dallo spirito così squisito che può materializzarsi in questo mondo solo se concepita dall’immaginazione più ingegnosa. E anche allora tale immaginazione deve trovarsi in un luogo profondamente impregnato di magia, che aiuta ad abbattere il muro che separa il mondo visibile dall’invisibile. Allora i draghi ci saltano attraverso, diciamo, e imprimono la loro forma sulla matrice della possibilità di questo mondo. Quando ero vivo, ero molto bravo. Potevo immaginare fino a, oh! cinquecento draghi alla volta. Ora Liessa, la più dotata dei miei figli, può soltanto immaginare cinquanta creature alquanto insignificanti. Ecco il risultato dell’educazione progressista. Lei non crede veramente in loro. Ecco perché i suoi draghi sono piuttosto noiosi, mentre il tuo è quasi all’altezza di certi dei miei. Una vista che rallegra gli occhi, non che io adesso di occhi ne abbia.
Duefiori disse in fretta: — Voi continuate a dire di essere morto…
— Ebbene?
— Ebbene i morti, ehm, loro, sapete, non parlano molto. Di regola.
— Io ero un mago eccezionalmente potente. Naturalmente, mia figlia mi ha avvelenato. È questo il metodo di successione generalmente accettato nella nostra famiglia, ma… — Il cadavere sospirò o almeno un sospiro prove
— Allora è stato uno di loro che ci ha rapiti? — chiese Duefiori.
— Liessa. Mia figlia. Sai, il suo potere è più forte. I dragoni dei miei figli sono incapaci di volare più di qualche chilometro prima di scomparire.
— Svanire? Ho notato che potevamo vedere attraverso quello che ci ha portato qui. L’ho giudicato un po’ curioso.
— Naturale — disse Greicha. — Il Potere agisce soltanto vicino al Wyrmberg. È la legge inversa del quadrato, sai. O almeno, lo credo. Via via che i draghi volano più lontano, cominciano a deperire. Altrimenti a quest’ora la mia piccola Liessa governerebbe il mondo intero. Ma capisci che non devo trattenerti. Suppongo che desideri liberare i tuoi amici.
Duefiori restò a bocca aperta. — Hrun?
— Lui no. Il mago magrolino. Mio figlio Lio!rt sta cercando di farlo a pezzi. Ho ammirato il modo in cui lo hai liberato. Lo libererai, voglio dire.
Duefiori si raddrizzò in tutta la sua altezza, il che era un compito facile. — Dov’è? — chiese avviandosi deciso alla porta con passo che sperava eroico.
— Segui la traccia nella polvere — disse la voce. — Qualche volta Liessa viene a vedermi. Viene ancora a vedere il suo vecchio papà, la mia bambina. Lei era la sola dotata della forza di carattere per assassinarmi. Una figlia che somiglia al padre. A proposito, buona fortuna, mi pare di ricordarmi di averlo detto. Voglio dire, che lo dirò.
La voce si perse incoerente in un labirinto di forme verbali, mentre Duefiori correva per i tu
— Perché non voli? — gli disse Ninereeds dentro la testa. Il drago spiegò le ali, le agitò per saggiarne la capacità e si sollevò dal suolo. Duefiori lo guardò per un momento, poi corse ad arrampicarsi sul collo della bestia. Ben presto volavano a qualche centimetro da terra, lasciandosi dietro una scia di polvere volteggiante.
Duefiori si teneva aggrappato come meglio poteva a Ninereeds mentre la bestia superava un seguito di caverne e si librava lungo una scala a chiocciola che avrebbe potuto facilmente ospitare un esercito in ritirata. Arrivati in cima, emersero nella zona più abitata, gli specchi all’angolo dei corridoi erano tersi e riflettevano una luce pallida.
— Sento l’odore di altri draghi.
Il battito delle ali dive
— Questa è una uccelliera — disse il drago in tono soddisfatto.
In quel momento, sotto gli occhi di Duefiori, una delle sagome si staccò dal tetto e a poco a poco diventò più grande…
Scuotivento fissava il pallido viso di Lio!rt allontanarsi. "È buffo" pensò "perché sto salendo’?
Poi cominciò a precipitare nell’aria e si rese conto della situazione: stava piombando giù verso le rocce macchiate di guano.
Al pensiero, la testa gli girava. Le parole dell’Incantesimo scelsero proprio quel momento per emergere dai recessi della sua mente, come sempre in tempi di crisi. "Perché non pronunciarci" sembravano incalzarlo. "Cos’hai da perdere?"
Scuotivento agitò una mano nella corrente d’aria sempre più intensa.
— Ashonai — gridò. La parola si formò davanti a lui in una fredda fiamma azzurra fluttuante nel vento.
Lui agitò l’altra mano, ebbro di terrore e di magia.
— Ebiris — intonò. Il suono si concretizzò in una parola arancione che rimase sospesa ondeggiando accanto alla sua compagna.
— Urshoring, Kvanti, Pythan, N’Gurad, Feringomalee. — Le parole sfavillavano intorno a lui nei colori dell’arcobaleno. Il mago gettò indietro le mani e si preparò a pronunciare l’ottava e ultima parola, che sarebbe apparsa in corrusco ottarino e avrebbe sigillato l’incantesimo. Le rocce sottostanti erano dimenticate.
— … — cominciò.
Gli mancò il respiro e l’incantesimo si disperse e si spense. Un paio di braccia gli serrarono la vita e il mondo intero sembrò sussultare, quando il drago si sollevò dalla sua lunga picchiata, con gli artigli che grattarono solo per un attimo la roccia più alta sul rumoroso pavimento del Wyrmberg.
Due fiori rise trionfante. — L’ho preso!
Giunto in cima, il drago descrisse una curva leggiadra e con un pigro battito d’ali volò fuori da una delle aperture della caverna nell’aria del mattino
A mezzogiorno i draghi e i loro cavalieri formavano un largo circolo sulla vasta spianata verde del rigoglioso altopiano in cima al Wyrmberg, la montagna dall’equilibrio impossibile. Oltre a loro, c’era posto anche per numerosi servitori, schiavi e altri che s’industriavano a vivere lì sul tetto del mondo. E tutti osservavano le figure raggruppate nel centro dell’arena erbosa.
Il gruppo conteneva diversi signori dei draghi e fra loro Lio!rt e suo fratello Liartes. Il primo stava ancora massaggiandosi le gambe, con una smorfia di dolore. Liessa e Hrun. insieme ad alcuni seguaci della do
— Come sapete — cominciò in tono incerto — il non del tutto defunto Signore del Wyrmberg, Greicha Primo, ha decretato che non ci sarà successione finché uno dei suoi figli non stima che lui o lei, secondo il caso, è abbastanza potente da sfidare e sconfiggere gli altri in combattimento mortale.
— Sì, sì, lo sappiamo. Va avanti — disse una voce sottile e petulante che si fece udire nell’aria accanto a lui.
Il Custode della Tradizione deglutì. Non si era mai rassegnato all’incapacità del suo ex padrone di spirare completamente. "È morto o no quello stupido vecchio?" si chiese.
— Non è certo — proseguì con voce tremula — se è possibile lanciare una sfida per procura…
— Lo è, lo è — affermò aspra la voce disincarnata di Greicha. — Dimostra intelligenza. Non ci mettere tutto il giorno.
— Io vi sfido — esclamò Hrun con uno sguardo torvo ai fratelli — tutti e due allo stesso tempo.
Lio!rt e Liartes si scambiarono un’occhiata.
— Ti batterai contro noi due insieme? — chiese Liartes, un uomo alto e robusto con lunghi capelli neri.
— Già.
— In questo modo le probabilità sono impari, no?
— Già. Io solo conto come voi due.
Lio!rt gli diede un’occhiataccia. — Tu, barbaro arrogante…
— Basta così! — ringhiò Hrun. — Io…
Il Custode della Tradizione lo frenò con un gesto della mano dalle grosse vene azzurre. — È proibito battersi sul Terreno Mortifero — disse e si fermò a riflettere sul senso delle sue parole. Alla fine si arrese. — Comunque, sapete ciò che intendo — aggiunse: — La scelta delle armi spetta ai miei signori Lio!rt e Liartes, che sono stati sfidati.
— Draghi — dissero insieme i due. Liessa sbuffò sprezzante.
— I draghi si possono usare come mezzo di offesa e dunque essi sono delle armi — dichiarò Lio!rt. — Se non siete d’accordo, possiamo batterci in groppa a loro.
— Già — disse suo fratello, con un ce
Il Custode della Tradizione si sentì toccare il petto da un dito spettrale.
— Non startene lì a bocca aperta — disse con la voce d’oltretomba di Greicha. — Sbrigati, vuoi?
Hrun indietreggiò e scosse la testa. — Oh, no. Una volta mi è bastata. Preferirei morire che combattere su una di quelle cose.
— Muori, allora — disse il Custode, nel tono più gentile che gli fu possibile.
Lio!rt e Liartes già si avviavano verso i loro servitori che li attendevano con le cavalcature. Hrun si voltò a guardare Liessa. Lei alzò le spalle.
— Non posso nemmeno avere una spada? — la supplicò lui. — Nemmeno un coltello?
— No — rispose la do
— Ti dispiace?
— Sì. Mi dispiace.
— Già. Mi pareva che avessi detto che ti dispiace.
— Non mi guardare a quel modo! Posso immaginare per te il miglior drago da cavalcare…
— No!
Il Custode della Tradizione si asciugò il naso su un fazzoletto, te
Hrun si voltò di scatto nell’udire un rombo di ali. Il drago di Lio!rt si era già alzato in aria e volteggiava verso di loro. Si abbassò sul campo e sputò una lingua di fuoco che tracciò una striscia nera e bruciacchiata nell’erba in direzione di Hrun.