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— Voglio incontrare il resto di loro — disse Leisha. — Perché me ne hai tenuta lontano così a lungo?

— Non ti ho tenuta affatto lontano da loro — rispose Camden. La non offerta non equivale al rifiuto. Perché non saresti dovuta essere tu a chiedere? Adesso sei tu quella che lo vuole.

Leisha lo guardò. Aveva quindici a

— Perché avrei dovuto farlo?

— Non lo so — disse Leisha. — Ma mi hai dato tutto il resto.

— Inclusa la libertà di chiedere quello che vuoi.

Leisha cercò la contraddizione e la trovò. — Non ti ho chiesto la maggior parte delle cose che mi hai fornito per la mia istruzione, perché io non sapevo abbastanza da poter chiedere e tu, come adulto, sì. Non mi hai mai offerto, tuttavia, l’opportunità di incontrare alcuno degli altri mutanti inso

— Non usare quel termine — replicò Camden tagliente.

— …quindi o pensavi che non fosse una cosa essenziale per la mia istruzione oppure dovevi avere qualche altro motivo per non volere che io li incontrassi.

— Sbagliato — ribatté Camden. — Esiste una terza possibilità: che io pensi che sia essenziale per la tua istruzione, che io voglia che tu lo faccia, ma che questo problema abbia fornito un’opportunità per approfondire l’educazione all’iniziativa personale aspettando che fossi tu a chiedere.

— D’accordo — fece Leisha in tono di moderata sfida: sembrava essersi creato un forte atteggiamento di sfida fra loro due, ultimamente, senza alcun buon motivo. La ragazza si inquartò nelle spalle. Spinse in avanti il seno che da poco aveva cominciato a farsi pronunciato. — Adesso lo sto chiedendo. Quanti Inso

Camden rispose: — Se usi quel termine "gli Inso

Leisha non negò di avere già letto quelle cose. Camden si sporse in avanti nella poltrona dello studio per scrutarla. Leisha si chiese se non avesse bisogno di occhiali. Ormai i capelli dell’uomo erano completamente grigi, radi e rigidi, come solitari ciuffi di saggina. Il "Wall Street Journal" lo indicava fra i cento uomini più ricchi d’America; il "Women’s Wear Daily" sottolineava che lui era l’unico miliardario del paese a non frequentare la società delle Feste internazionali, dei balli di beneficenza e delle segreterie sociali. Il jet di Camden lo portava a riunioni di affari in tutto il mondo, al consiglio di amministrazione dell’Istituto di Economia Yagai e in pochissimi altri luoghi. Nel corso degli a

Si gettò di lato su una poltrona in pelle con le gambe lunghe e sottili che pendevano da sopra il bracciolo. Si grattò distrattamente una puntura di zanzara che aveva sulla coscia. — Benissimo, allora, mi piacerebbe incontrare Richard Keller. — Abitava a Chicago ed era l’Inso

— Perché lo chiedi a me? Perché non ci vai e basta?

Leisha pensò di avvertire una nota di impazienza nella voce del padre. Gli piaceva che fosse lei a esplorare per prima le situazioni, per poi parlarne con lui in seguito. Tutt’e due le parti erano importanti.

Leisha si mise a ridere. — Sai una cosa, Papà? Sei prevedibile.

Anche Camden si mise a ridere. Nel bel mezzo della risata arrivò Susan. — Non lo è di sicuro. Roger, che mi dici del meeting a Buenos Aires di giovedì? Ci vai o no? — Visto che lui non rispose, la voce della do

Leisha distolse lo sguardo. Due a

— Ci vado — rispose Roger.

— Be’, grazie per avermi quanto meno risposto. Devo andare?

— Se desideri.

— Desidero.

Susan lasciò la stanza. Leisha si alzò e si stiracchiò. Le sue gambe lunghe si alzarono sulla punta dei piedi. Era bello stiracchiarsi, allungarsi, sentire la luce del sole proveniente dalle ampie finestre inondarle il volto. Sorrise a suo padre e lo trovò a fissarla con un’espressione che non si aspettava.

— Leisha…

— Cosa c’è?

— Vai a trovare Keller. Ma stai attenta.

— A cosa?

Camden, però, non le rispose.

La voce al telefono era stata indifferente. — Leisha Camden? Si, so chi sei. Giovedì alle tre? — La casa era modesta, un edificio coloniale di trent’a

— Entra — disse Richard Keller.

Non era più alto di lei, era robusto e aveva una brutta acne. Probabilmente non aveva subito altre alterazioni genetiche oltre quella relativa al so

— Non posso ancora guidare — disse lei. — Ho solo quindici a

— Imparare è facile — commentò Richard. — Allora, mi vuoi dire perché sei qui?

Leisha gradì i modi diretti. — Per conoscere qualche altro Inso

— Vuoi dire che non ne hai mai incontrati? Nemmeno uno di noi?

— E tu vuoi dire che il resto di voi si conosce già? — La ragazza non se l’era aspettato.

— Vieni nella mia stanza, Leisha.

Lei lo seguì sul retro della casa. Sembrava non esserci nessun altro. La stanza di Richard era ampia e arieggiata, piena di computer e schedari. C’era un vogatore in un angolo: sembrava una versione più trascurata della camera di un qualsiasi brillante compagno di scuola della Sauley, solo che la mancanza di un letto la rendeva più spaziosa. Leisha si avvicinò al video del computer.

— Ehi, stai lavorando alle equazioni di Boesc?

— Una loro applicazione.

— Per che cosa?

— Schemi delle migrazioni dei pesci.

Leisha sorrise. — Già, andrebbe bene. Non ci avevo mai pensato.

Richard sembrò non sapere che farsene del suo sorriso. Fissò la parete, quindi il mento di lei. — Ti interessi degli schemi geologici? Dell’ambiente?

— Be’, no — confessò Leisha. — Non in particolare. Io andrò a studiare scienze politiche ad Harvard. Propedeutico a legge. Ovviamente, però, abbiamo studiato gli schemi geologici a scuola.

Finalmente lo sguardo di Richard le si scollò dal volto. Lui si passò una mano nei capelli scuri. — Siedi pure, se vuoi.

Leisha si sedette osservando, con ammirazione, i poster alle pareti che ondeggiavano dal verde al blu come correnti oceaniche.

— Mi piacciono molto. Li hai programmati da solo?

— Non sei affatto come ti avevo immaginato — disse Richard.

— Come mi avevi immaginato?

Lui non esitò. — Snob. Superba. Superficiale nonostante l’alto quoziente intellettivo.

Lei restò più ferita di quanto non si sarebbe aspettata.

Richard sbottò: — Sei una dei due unici Inso

— No, non lo sapevo. Non avevo mai controllato.

Richard prese la sedia accanto a quella di lei, allungandosi davanti al corpo le gambe tozze in una posizione scomposta che non aveva nulla a che fare con il rilassamento. — È una cosa sensata, in realtà. Le persone ricche non fa

— Anche mio padre stima cervello e tempo — disse Leisha. — È il più grande sostenitore di Kenzo Yagai.

— Oh, Leisha, pensi che non lo sapessi già? Ti stai vantando con me o cosa?

Leisha disse con tono estremamente ponderato: — Io sto parlando con te. — Un istante dopo, tuttavia, si rese conto del turbamento per l’offesa che le si diffondeva sul volto.

— Mi dispiace - bofonchiò Richard. Balzò via dalla seggiola e cominciò a camminare a lunghi passi avanti e indietro dal computer. — Mi dispiace davvero. Ma io non… non capisco che cosa ci fai tu qui.

— Io sono sola - disse Leisha, sorpresa di se stessa. Sollevò lo sguardo verso di lui. — È vero. Sono sola. Davvero. Ho degli amici, Papà e Alice. Ma nessuno sa realmente, capisce realmente… che cosa? Non so nemmeno io quello che sto dicendo.

Richard sorrise. Quel sorriso gli cambiò interamente il volto, aprendo alla luce le sue superfici scure. — Io si. Oh, se lo so. Che fai quando ti dicono "che razza di sogno ho fatto la notte scorsa"?

— Già! — replicò Leisha. — Ma è una cosa di minore importanza. Più che tutto quando io dico "te lo controllo io questa notte", e assumono tutti quella espressione strana che significa "lo farà mentre io dormo".

— Ma anche questa è una cosa da poco — ribatté Richard. — È quando giochi a pallacanestro in palestra dopo cena, poi mangi qualcosa e poi dici "andiamo a fare una passeggiata al lago" e ti rispondono "adesso sono davvero stanco, vado a casa a letto".

— Ma questo è meno importante ancora — disse Leisha balzando in piedi. — E quando sei preso da un film e si arriva al punto cruciale e tutto è così maledettamente bello che tu scatti su e gridi "Sì! Sì!" e Susan dice: "Leisha, credi davvero che nessuno oltre te abbia mai goduto di qualcosa?".

— Chi è Susan? — chiese Richard.

L’atmosfera si infranse. Non fino in fondo, però. Leisha riuscì a dire "la mia matrigna" senza provare un grande disagio per ciò che Susan aveva promesso di essere e ciò che invece era diventata. Richard era in piedi a qualche centimetro da lei, le sorrideva in quel modo gioioso, la comprendeva e, all’improvviso, Leisha si sentì avvolgere da un sollievo così forte che si diresse da lui e gli gettò le braccia al collo, irrigidendole solo quando si accorse dello scatto del ragazzo. Leisha cominciò a singhiozzare, lei che non piangeva mai.

— Ehi — disse Richard. — Ehi.

— Brillante — rispose Leisha, ridendo. — Commento brillante.

La ragazza si accorse dell’imbarazzo nel sorriso di lui. — Vuoi vedere le curve relative alla migrazione dei pesci?