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— N-n-no — sussurrò lei a Tony. La mano di lei si serrò convulsamente a quella del fratello. — N-n-n-non… — Le parole non volevano uscire. Soltanto pensieri e non in stringhe complesse: nella diritta e lineare ristrettezza della paura.
"Non glielo permetterò. Combatterò con tutti i mezzi che ho. Io sono forte come loro, più intelligente, noi siamo Super, combatterò per te; non glielo permetterò; non mi possono impedire di proteggerti; nessuno mi può fermare".
Je
— Miranda.
Miri si spostò attorno al fondo del letto, portandosi fra la no
— Miranda. Sta soffrendo.
— La v-v-vita è d-d-dolore — rispose Miri, e non riconobbe la propria voce, — D-d-dura n-n-necessità. M-m-me lo hai i-i-insegnato t-t-tu.
— Non guarirà.
— N-n-non puoi s-s-saperlo! N-n-non ancora!
— Possiamo esserne abbastanza certi. — Je
— Se u-u-ucciderai T-t-t-t-t — non riuscì a tirar fuori le parole. Le parole più importanti che avesse mai detto, e non riusciva a tirarle fuori.
Je
Miri si scagliò contro la no
Tutto si fece nero.
Miri restò sotto l’effetto dei sedativi per tre giorni. Quando finalmente riprese conoscenza, trovò il padre seduto accanto al suo giaciglio, con le spalle incurvate e le mani che gli penzolavano fra le ginocchia. Le disse che Tony era morto per le ferite. Miri lo fissò, non disse nulla, quindi voltò la faccia verso il muro. La parete era di vecchia pietra spugnosa, macchiata di chiazze nere che potevano essere sporco, muffa oppure i negativi di piccole stelle in una galassia piatta, bidimensionale e morta.
Miri non volle lasciare il suo laboratorio, nemmeno per mangiare. Si bloccò dentro, e per due giorni digiunò. Gli adulti non erano in grado di superare la serratura di sicurezza, che aveva progettato Tony, ma non ci provarono neanche. Quanto meno, Miri non pensò che ci avessero provato: a lei non importava niente.
Sua madre iniziò un contatto tramite videotelefono. Miri scurì lo schermo e lei non ritentò. Suo padre provò svariate volte. Miri stette a sentire, pietrificata, quello che lui aveva da dire in modalità unidirezionale, così che lui non potesse né vederla né sentirla. Non c’era comunque nulla da sentire. Lei non rispose. Sua no
Rimase seduta in un angolo del laboratorio, sul pavimento, con le ginocchia tirate su fino al petto e le sottili braccia tremanti serrate attorno. Era pervasa dall’ira, tempeste di rabbia che periodicamente spazzavano via tutte le stringhe, tutti i pensieri, spazzavano vìa tutto ciò che fosse ordinato e complesso in torrenti di furia primitiva che non la spaventavano. Non c’era spazio per essere spaventati. La rabbia non lasciava spazio per altro eccetto che per un singolo pensiero, al limite di quello che era stato il suo precedente sé: "le ipermodificazioni agiscono sulle emozioni esattamente come sui processi corticali". Il pensiero non le sembrò interessante. Nulla sembrava essere interessante, a parte la furia per la morte di Tony.
L’assassinio di Tony.
Il terzo giorno, una comunicazione di emergenza a sovrapposizione accese tutti gli schermi del laboratorio, perfino quelli che non erano in grado di ricevere trasmissioni locali. Miri sollevò lo sguardo a pugni serrati. Gli adulti erano più bravi di quanto lei non avesse pensato se riuscivano a far fare al sistema informatico una cosa simile, se potevano sovrapporsi alla programmazione di Tony. Ma non erano capaci, nessuno era stato tanto bravo con i sistemi come Tony, nessuno. Tony…
— M-m-miri — disse il volto di Christina Demetrios — l-l-lasciaci entrare p-p-per f-f-favore. — E, quando Miri non rispose, aggiunse: — A-a-anche io l-l-lo a-a-a-mavo!
Miri strisciò fino alla porta su cui Tony aveva installato una complessa serratura, combinando dispositivi manuali a campi a energia-Y. Lo strisciare la fece quasi svenire: non si era resa conto che il suo corpo fosse così debole. Un metabolismo potenziato consumava generalmente immense quantità di cibo.
Aprì la porta. Christina entrò, portando una grossa ciotola di piselli di soia. Alle sue spalle c’erano Nikos Demetrios e Allen Sheffield, Sara Cerelli e Jonathan Markowitz, Mark Meyer e Diane Clarke più altri venti. Ogni Super del Rifugio che avesse più di dieci a
Nikos disse: — L-lo ha
Miri voltò lentamente la testa per guardarlo.
— T-t-t-toni e-e-e — la parola non voleva uscire. Nikos balzò al terminale di Miri., richiamò il programma che Tony aveva studiato per costruire stringhe secondo gli schemi di pensiero di Nikos e il programma di conversione negli schemi di Miri. Digitò le parole chiave, studiò il risultato, alterò dei punti cruciali, esaminò ancora e corresse nuovamente. Christy, senza dire una parola, porse a Miri la ciotola di piselli di soia. Miri la scansò, guardò il volto di Christy e mangiò una cucchiaiata. Nikos premette il tasto per convertire la sua struttura a stringhe in quella di Miri. Lei la studiò.
C’era tutto: la documentata convinzione dei Super che la morte di Tony fosse stata diversa da quella di Tabitha Selenski. Le differenze cliniche erano presenti: era stato dimostrato che il cervello di Tabitha era distrutto a livello corticale, ma le scansioni del cervello di Tony e il rapporto dell’autopsia mostravano soltanto un incerto grado di handicap, e i risultati non erano conclusivi rispetto al quoziente di personalità rimasto. Erano assolutamente certi, tuttavia, della distruzione di determinate strutture della zona pontina cerebrale che regolavano la produzione di enzimi modificati geneticamente. Tony poteva essere o non essere più lo stesso Tony; poteva avere o non avere più intatte le sue capacità intellettive, non c’era stato tempo a sufficienza per scoprirlo. In tutt’e due i casi, senza dubbio, avrebbe passato una parte indefinibile di ogni giornata addormentato.
La cartella clinica, ottenuta dalla documentazione ospedaliera del Rifugio senza che fosse rimasta traccia della loro intrusione nel programma, non sì presentava da sola sull’olovisore di Miri. Era a
Era la stringa più complessa che Miri avesse mai visto. Sapeva, senza che le venisse detto, che per pensarla a Nikos era occorsa l’intera giornata successiva all’autopsia di Tony, che rappresentava i pensieri e i contributi degli altri Super e che era la stringa più importante che lei avesse mai esaminato, pensato o sentito in vita sua.
E che quel qualcosa, ancora, sempre mancava dalla stringa.
Nikos disse: — T-t-t-tony mi ha i-i-insegnato c-c-come f-f-fare. — Miri non rispose. Si accorse che Nikos aveva pronunciato quella frase, che era già evidente in sé, per trattenersi dal dire l’altra che era implicata in ogni elemento della complessa molecola che formava la stringa: "I Normali pensano che noi Super siamo così differenti da loro da formare una comunità separata, creata da loro per servire ai bisogni dei loro. Non sa
Lei guardò tutto attorno i volti degli altri bambini. Tutti comprendevano. Non erano bambini nemmeno quelli di undici a
E lei, la stessa Miri, fino a che punto era figlia di Hermione Wells Keller che non sopportava nemmeno di guardarla in faccia? La figlia di Richard Anthony Keller, la cui intelligenza era in un sottomesso stato di schiavitù rispetto a sua madre? La nipote di Je
Christina disse con un filo di voce: — M-m-m-miri, mangia.
Nikos aggiunse: — N-n-n-non d-d-dobbiarno p-p-ermettergli di f-f-farlo a-a-ancora.