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Leisha si portò la mano sulla bocca. Sentì il sapore del sangue. Il telefono si mise a squillare, la linea personale di Camden, quella non riportata sugli elenchi. Alice si incamminò verso l’apparecchio, sollevò il ricevitore, ascoltò e lo porse tranquillamente a Leisha: — È per te.
Inebetita, Leisha lo prese.
— Leisha? Sono Kevin. Ascolta, è successo qualcosa. Mi ha chiamato Stella Bevington, al telefono, non tramite la rete del Gruppo; penso che i genitori le abbiano portato via il modem. Ho sollevato il ricevitore e lei si è messa a gridare: "Sono Stella! Mi sta
— Sì — rispose Leisha, anche se non ne aveva. La rabbia, alla fine, prese forma. — Me ne occupo io.
— Non so come farai a tirarla fuori di li — disse Kevin. — Ti riconoscera
— Me ne occuperò io — ripeté Leisha.
— Occuparti di che? — chiese Alice.
Leisha la affrontò. Anche se sapeva che non avrebbe dovuto, disse: — Di quello che fa la tua gente. A uno di noi. Una bambina di sette a
Alice corse giù insieme con lei. — Non la tua auto, Leisha. Possono rintracciare un’automobile noleggiata in un attimo. La mia.
Leisha si mise a gridare: — Se pensi di…
Alice spalancò violentemente la portiera della sua Toyota ammaccata, un modello così vecchio che i coni a energia-Y non erano nemmeno nascosti e pendevano come mascelle cadenti su entrambe le fiancate. Spinse Leisha sul sedile del passeggero, sbatté la portiera e si incastrò con forza dietro al volante. Le sue mani erano ferme. — Dove?
Leisha ve
Diede ad Alice l’indirizzo di Skokìe.
— Rimani indietro — disse Alice. — C’è una sciarpa nel portaoggetti. Indossala. Fai che ti copra il più possibile la faccia.
Alice aveva fermato l’auto sulla superstrada 42. Leisha fece: — Questo non è…
— È un posto di sorveglianza rapida. Dobbiamo dare l’impressione di essere protette, Leisha. A lui non dobbiamo dire nulla. Farò in fretta.
Nel giro di tre minuti ritornò con un omone che indossava un dozzinale abito scuro. Lui si premette sul sedile anteriore accanto ad Alice e non disse una sola parola. Alice non lo presentò.
La casa era piccola, un po’ trascurata con alcune luci accese al piano inferiore e nessuna a quello superiore. Le prime stelle brillavano a nord, lontano da Chicago. Alice disse alla guardia: — Esca dall’auto e rimanga fermo qui presso la portiera. No, più alla luce. E non faccia nulla a meno che io non venga in qualche modo attaccata. — L’uomo a
— Alice, che diavolo stai facendo? Sono io che devo…
— Abbassa la voce — intimò Alice, lanciando un’occhiata alla guardia. — Leisha, rifletti. Tu verresti riconosciuta. Qui, vicino a Chicago, con una figlia Inso
— Alice…
— Per l’amor del cielo, ritorna in auto! — sibilò Alice, e bussò al portone d’ingresso.
Leisha si scansò dal vialetto, nascondendosi all’ombra di un salice. Un uomo aprì la porta. Aveva un’espressione completamente vacua.
Alice disse: — Assistenza Sociale Minori. Abbiamo ricevuto una telefonata da una bambina da questo numero. Mi faccia entrare.
— Non c’è nessuna bambina qui.
— Questa è un’emergenza a priorità assoluta — proseguì Alice. — Legge 186 sulla protezione dei minori. Mi faccia entrare!
L’uomo, ancora con l’espressione vacua, lanciò un’occhiata alla corpulenta figura accanto all’auto. — Ha un mandato di perquisizione?
— Non ne ho bisogno, in caso di emergenza a priorità assoluta. Se non mi farà entrare, andrà incontro a grane legali che nemmeno si può immaginare.
Leisha serrò le labbra. Nessuno ci avrebbe creduto, era un pomposo linguaggio legale. Il labbro le pulsò nel punto in cui Alice l’aveva colpita.
L’uomo si scansò di lato per lasciare entrare Alice.
La guardia cominciò a muoversi in avanti. Leisha esitò, quindi lo lasciò fare. L’uomo entrò insieme con Alice.
Leisha restò in attesa, da sola, nell’oscurità.
Nel giro di tre minuti uscirono, la guardia portava in braccio una bambina. Il volto largo di Alice riluceva, pallido, alla luce della veranda. Leisha balzò in avanti, aprì la portiera dell’auto e aiutò la guardia a deporre la bambina all’interno. La guardia aveva un’espressione corrucciata, un lento cipiglio sconcertato carico di diffidenza.
Alice disse: — Ecco qui. Questi sono cento dollari extra. Per tornare in città per suo conto.
— Ehi… — protestò la guardia, ma prese i soldi. Continuò a guardarle mentre Alice si allontanava.
— Andrà dritto filato alla polizia — disse Leisha disperata. Dovrà farlo altrimenti rischia di perdere la licenza.
— Lo so — rispose Alice. — Ma, a quel punto, noi saremo già fuori dall’auto.
— Dove?
— All’ospedale — rispose Alice.
— Alice, non possiamo… — Leisha non terminò. Si voltò verso il sedile posteriore. — Stella? Mi senti?
— Sì — confermò una vocina.
Leisha cercò a tastoni finché le dita non trovarono la luce per illuminare il sedile posteriore. Stella giaceva stesa sul sedile, col volto contorto dal dolore. Si teneva il braccio sinistro con il destro. Un singolo livido le macchiava il volto, al di sopra dell’occhio sinistro. Aveva i capelli rossi intrecciati e sporchi.
— Tu sei Leisha Camden — disse la bambina, e cominciò a piangere.
— Ha un braccio rotto — commentò Alice.
— Tesoro, riesci… — Leisha sentiva un groppo in gola e aveva difficoltà a pronunciare le parole — riesci a resistere finché non saremo arrivati da un dottore?
— Sì — rispose Stella. — Ma non mi riportate indietro!
— Non lo faremo — la rassicurò Leisha. — Mai. — Lanciò un’occhiata ad Alice e vide il volto di Tony.
Alice a
— Come fai a saperlo?
— Ci sono stata, una volta. Per overdose — spiegò brevemente Alice. Guidava incurvata sul volante, col volto di una persona che sta pensando furiosamente. Anche Leisha stava pensando, cercando di scovare un modo per aggirare l’accusa di rapimento. Probabilmente non avrebbero potuto dire che la bambina le aveva seguite spontaneamente. Stella avrebbe indubbiamente cooperato ma, alla sua età e nelle sue condizioni, non era probabilmente sui iuris, la sua parola non avrebbe avuto alcun peso legale.
— Alice, non riusciremo nemmeno a farla entrare in ospedale senza fornire informazioni previdenziali. Verificabili in rete.
— Stammi a sentire — disse Alice, non a Leisha ma al di sopra della spalla in direzione del sedile posteriore — ecco quello che faremo, Stella. Io dirò che tu sei mia figlia e che sei scivolata da una grossa roccia su cui ti stavi arrampicando, quando ci siamo fermate per uno spuntino in un’area da pic-nic al margine della strada. Stiamo andando dalla California a Philadelphia per far visita alla no
— Io ho sette a
— Sei una bambina di cinque a
— Sì — rispose la bambina. Aveva una voce più forte.
Leisha fissò Alice. — E tu pensi di farcela?
— Certamente — ribatté Alice. — Sono la figlia di Roger Camden.
Alice, in parte soste
Ormai il numero di targa dell’auto di Alice e il suo nome sarebbero stati in ogni banca dati della polizia e delle agenzie di autonoleggio. Le banche dati mediche erano più lente: spesso caricavano le informazioni dai distretti locali soltanto una volta al giorno, odiando l’interferenza governativa in quello che era ancora, nonostante un mezzo secolo di battaglia, un settore imprenditoriale privato. Probabilmente Alice e Stella non avrebbero avuto problemi in ospedale. Probabilmente. Ma Alice non avrebbe potuto noleggiare un’altra auto.
Leisha sì.
Ma i file di allerta nelle agenzie di autonoleggio su Alice Camden Watrous potevano, o no, includere il fatto che lei era la gemella di Leisha Camden.
Leisha esaminò le file di auto nel parcheggio. Una lussuosa Chrysler fiammante, un van Ikeda, una serie di Toyota e Mercedes di classe media, una Cadillac del ’99, riusciva a immaginare la faccia del proprietario se non l’avesse ritrovata, dieci o dodici utilitarie di scarso valore e l’aeromobile con il conducente in uniforme addormentato al volante. In più, un malconcio camioncino di campagna.
Leisha si avvicinò al camioncino. C’era un uomo che fumava seduto al volante. Lei pensò a suo padre.
— Salve — salutò Leisha.
L’uomo abbassò il finestrino ma non rispose. Aveva capelli scuri e unti.
— Vede quell’aeromobile laggiù? — fece Leisha. Cercò di far suonare la propria voce stridula, giovanile. L’uomo la fissò con indifferenza: da quell’angolazione non poteva essere in grado di vedere che il guidatore era addormentato. — È la mia guardia del corpo. Pensa che io sia dentro, proprio come mi ha detto mio padre, per farmi controllare questo labbro. — Riusciva ancora a sentire la bocca gonfia per il colpo di Alice.
— E allora?
Leisha sbatté un piede. — E allora io non voglio entrare. Lui è uno stronzo esattamente come mio padre. Io voglio uscire. Le darò 4000 crediti per il camioncino. In contanti.
Gli occhi dell’uomo si spalancarono. Gettò via la sigaretta e fissò nuovamente l’aeromobile. Le spalle del conducente erano larghe e l’auto era a una distanza tale che l’uomo avrebbe sentito eventuali grida.
— Tutto perfettamente legale — continuò Leisha, cercando di fare l’occhiolino. Sentiva le ginocchia indebolirsi.
— Fammi un po’ vedere i contanti.