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Dio, mi sono i
Chi è stato ferito vuole il potere e niente altro, perché pensa che esso gli impedirà di essere ferito ancora. Questa do
– Signora – esordì, – sono qui per offrirle il comando di questo campo.
La do
– Che indubbiamente tieni riposto nella tua sacca da viaggio – commentò infine la do
Miles schivò la presa della rossa, riservandosi di correggere in seguito quell'errore relativo alla sua natura.
– Il comando di questo campo è mio nel senso che posso crearlo, - asserì. – Ti prego di notare che quello che sto offrendo è potere, non vendetta, perché la vendetta è un lusso troppo costoso, che i comandanti non si possono permettere.
Tris si alzò dalla stuoia fino a raggiungere il massimo della sua altezza, e fu poi costretta a piegare le ginocchia per portare la faccia al livello di quella del suo interlocutore.
– È un vero peccato, ometto, perché eri quasi riuscito ad interessarmi. Io voglio la vendetta, contro ogni uomo di questo campo.
– Allora i Cetagandani ha
– Diciamo piuttosto che io ho scoperto quale sia il mio vero nemico. Vuoi sapere le cose che ci ha
– I Cetagandani – ritorse Miles, abbracciando l'intero campo con un gesto del braccio, – vogliono indurvi a credere che questo è qualcosa che voi vi state facendo a vicenda, in modo che combattiate gli uni contro gli altri e diventiate così le loro marionette. E nel frattempo si divertono a guardarvi di continuo e ad assistere alla vostra umiliazione.
Lo sguardo di Tris si spostò in maniera infinitesimale verso l'alto, il che era un buon segno: il modo in cui quella gente era disposta a guardare in qualsiasi direzione piuttosto che verso l'alto della cupola aveva assunto quasi la forma di una malattia.
– Il potere è migliore della vendetta – insistette Miles, senza sussultare davanti al volto gelido e inespressivo e agli occhi roventi di rabbia della sua interlocutrice. – Il potere è una cosa viva, grazie alla quale ci si può protendere per afferrare il proprio futuro, mentre la vendetta è una cosa morta che si protende dal passato per afferrarci.
– … e tu sei un artista in menzogne che si protende ad afferrare qualsiasi cosa stia andando a fondo – lo interruppe la do
– No – confutò Miles, e si batté un colpetto sulla fronte, aggiungendo: – Questo è il vero potere: sono io a possedere il negozio in cui viene venduto e con esso posso controllare questi. – Nel parlare batté un colpetto sul pugno serrato della do
«Quando avete permesso ai Cetagandani di ridurre il vostro potere soltanto a questi - insistette, stringendo la mano intorno al bicipite di Tris… fu come stringere una roccia rivestita di velluto e la do
– Vincono comunque loro – scattò Tris, liberandosi con una scrollata dalla sua mano, e Miles trasse un respiro di sollievo per il fatto che non avesse deciso di rompergli un braccio per buona misura. – Nulla di ciò che facciamo all'interno di questo cerchio produrrà mai nessun drastico cambiamento: qualsiasi cosa tentiamo saremo sempre prigionieri. Loro ci possono togliere il cibo, o l'aria, o serrare la cupola fino a ridurci in gelatina, e il tempo gioca a loro favore. Se ci sca
– È una canzone che ho già sentito in passato – ribatté Miles. – Usa la testa: se avessero intenzione di tenervi qui per sempre, vi avrebbero inceneriti fin dall'inizio e si sarebbero risparmiati le considerevoli spese derivanti dalla gestione di questo campo. No, è la vostra mente che vogliono: siete tutti qui perché eravate i migliori di Marilac, i più duri e forti combattenti, i più pericolosi avversari, quelli a cui chiunque volesse ancora resistere all'occupazione avrebbe guardato come a potenziali capi. Il piano dei Cetagandani è quello di spezzarvi e poi di restituirvi al vostro mondo come piccoli centri d'infezione inoculati in esso, perché consigliate la resa al vostro stesso popolo.
«Quando questo verrà ucciso – proseguì, sfiorando appena la fronte della do
Per un momento pensò che la do
Poi Tris ritrovò il suo amaro guscio protettivo di tensione con una scrollata del capo e un profondo respiro.
– Se quanto affermi è vero, allora seguirti ci allontanerà maggiormente dalla libertà, invece di portarci più vicini ad essa.
Da
– Esiste una sottile differenza fra essere un prigioniero ed essere uno schiavo. Io non confondo nessuna delle due condizioni con l'essere libero e non dovreste farlo neppure voi.
Tris tacque per un lungo momento, fissandolo attraverso le palpebre socchiuse e tormentandosi inconsciamente il labbro inferiore.
– Sei un tipo strano – affermò infine. – Perché hai detto «voi» e non «noi»?
Miles scrollò le spalle con noncuranza mentre riesaminava mentalmente le proprie parole… da
– Ti sembro forse un esemplare del fiore delle truppe di Marilac? Io sono un estraneo, intrappolato in un mondo che non sono stato io a creare. Un viaggiatore… un pellegrino di passaggio per caso. Chiedilo a Suegar.
– Quel folle – sbuffò Tris.
Non aveva abboccato all'esca. Sterco di topo, come avrebbe detto Elli… sentiva la mancanza di Elli. Non importava, ci avrebbe riprovato in seguito.
– Non sottovalutare Suegar: ha un messaggio per voi che io ho trovato affascinante.
– L'ho sentito anch'io e l'ho trovato irritante… Allora, cos'è che vuoi ricavare da questo? E non mi rispondere «niente» perché non ti crederei. Francamente, la mia idea è che stia mirando tu stesso ad avere il comando del campo, ed io non sono disposta ad essere il tuo scalino in qualche piano per costruire un impero.
Adesso Tris stava pensando in fretta e in maniera costruttiva, seguendo ragionamenti diversi dalla semplice intenzione di farlo riportare in pezzi ai confini del suo campo, e Miles cominciava dal canto suo a riscaldarsi sull'argomento…
– Io desidero soltanto essere il tuo consigliere spirituale: non voglio il comando, non potrei gestirlo. Mi basta consigliarti.
Nel termine «consigliere» dovette esserci qualcosa che fece scattare antiche associazioni nella mente della do
– Che qualifica hai detto di aver avuto, prima?
– Ero un impiegato dell'ufficio di reclutamento – rispose Miles, impassibile.
– Capisco…
E se ciò che Tris capiva era l'assurdità di qualcuno che sosteneva di essere stato un impiegato delle retrovie pur avendo indossato l'armatura da combattimento abbastanza spesso da portarne le stigmate, allora era fatta. Forse.
La do
– Siediti, cappellano – disse, – e continua a parlare.
Suegar stava effettivamente dormendo, seduto a gambe incrociate e russando un poco, quando Miles finalmente lo raggiunse e lo svegliò con un colpetto sulla spalla.
– Svegliati, Suegar – chiamò. – Siamo a casa.
– Dio, quanto sento la mancanza del caffè – borbottò lui, aprendo gli occhi con un verso sbuffante, poi fissò Miles con incredulità. – Sei ancora tutto d'un pezzo?
– Sì, ma c'è mancato poco che facessi una triste fine. Senti, a proposito di quella faccenda dei vestiti persi nel fiume e via dicendo… adesso che ci siamo trovati dobbiamo per forza continuare a girare nudi? Non credi che la profezia sia stata sufficientemente adempiuta?
– Eh?
– Adesso ci possiamo vestire? – ripeté Miles, con pazienza.
– Ecco… non lo so. Suppongo che se fossimo destinati ad avere degli indumenti essi ci verrebbero dati…
– Là – indicò Miles. – Ce li ha
Beatrice era ferma a qualche metro di distanza con un atteggiamento che denotava a
– Voi due svitati volete questa roba oppure no? Io devo tornare indietro.
– Le hai convinte a darti dei vestiti? – sussurrò Suegar, stupefatto.
– A darceli, Suegar, a darceli – lo corresse Miles, poi rivolse un ce