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Uscì sulla terrazza del Fiskehuset e la pioggia la colpì sul viso. Altri sarebbero rientrati immediatamente, ma Tina era insensibile al cattivo tempo. Aveva trascorso l'infanzia in campagna e amava le giornate di sole, ma anche le tempeste e la pioggia. Solo in quel momento si accorse come le raffiche di vento che nell'ultima mezz'ora avevano scosso la jeep si fossero trasformate in una vera tempesta. Non c'era più nebbia, ma in compenso le nuvole, basse nel cielo, s'inseguivano. Il mare era increspato e coperto di schiuma bianca.
C'era qualcosa di strano.
Era stata spesso lì e conosceva bene la zona. Tuttavia le sembrava che la riva fosse più ampia del solito. La ghiaia e le rocce, sebbene le onde s'infrangessero con violenza, si estendevano più del consueto. Sembrava quasi che ci fosse una bassa marea fuori programma.
Ti sbagli, pensò.
Con decisione improvvisa, prese il cellulare e compose il numero di Kare. Poteva dirgli che era già lì. Meglio così che veder naufragare la sorpresa. Quel giorno non sarebbe riuscita a sopportare un muso lungo o anche solo la minima mancanza di gioia.
Il telefono suonò quattro volte, poi rispose la segreteria.
Va bene. Il destino ha voluto diversamente, rifletté.
Si scostò dalla fronte i capelli ormai bagnati e rientrò, nella speranza di trovare in funzione la macchina del caffè.
Tsunami
Il mare era pieno di mostri.
Da tempo immemorabile, esso offriva spazio a miti, metafore e paure primordiali. I compagni di Ulisse erano caduti vittime di Scilla, un orrendo mostro a sei teste. Per intimorire la vanitosa Cassiopea, Poseidone aveva creato Ceto e, per vendetta, aveva scatenato contro Laocoonte — insospettito dal cavallo di legno lasciato sulla spiaggia di Troia — due giganteschi serpenti marini, che avevano avvolto nelle loro spire lui e i suoi figli. Alle sirene si poteva sfuggire soltanto tappandosi le orecchie con la cera. Ondine, sauri di mare, polpi giganti, Vampyroteuthis infernalis popolavano le fantasie più inquietanti. Persino la bestia della Bibbia, quella con «dieci corna e sette teste», era uscita dal mare. Ma proprio la scienza, per sua natura votata allo scetticismo, da quand'era stata ritrovata la latimeria e dimostrata l'esistenza dei calamari giganti, parlava del nocciolo di verità contenuto non solo nelle leggende, ma anche nelle notizie più inquietanti. Per mille
Tra
Il peggiore di tutti. Esso trascinava nel panico anche la mente più illuminata. Quando si sollevava dal mare e arrivava sulla terra portava morte e distruzione. Il suo nome si doveva ai pescatori giapponesi, che in alto mare non percepivano nulla del suo orrore e poi, al loro ritorno, trovavano il villaggio distrutto e i parenti morti. Avevano trovato per quel mostro una parola che tradotta alla lettera voleva dire «onda in porto». Infatti tsu stava per «porto» e nami per «onda».
Tsunami.
La decisione di Alban di far rotta verso le acque profonde dimostrava che lui conosceva il mostro e le sue caratteristiche. L'errore più grande sarebbe stato quello di cercare l'apparente protezione del porto.
Così fece l'unica cosa giusta.
Mentre la Thorvaldson combatteva col mare grosso, la scarpata e i margini dello zoccolo continentale continuavano a scivolare nell'abisso. Si era generato un vortice che faceva sprofondare ampie superfici del mare. Le onde si allargavano dal luogo della frana, propagandosi con violenza ad anello in tutte le direzioni. Ma sopra il centro di quel cataclisma — un'area di diverse migliaia di chilometri quadrati — erano ancora così piatte da risultare indistinguibili dalle onde di tempesta. Superavano di circa un metro il livello del mare.
Ma poi raggiungevano la zona piatta dello zoccolo continentale.
A suo tempo, Alban aveva imparato che cosa rendeva diverse le onde di uno tsunami da quelle normali… In pratica tutto. Normalmente, il moto ondoso dipendeva dai venti. Quando l'irradiazione solare riscaldava l'atmosfera, il calore non si divideva equamente in tutte le zone della superficie terrestre. C'erano venti regolatori che, facendo attrito con la superficie dell'acqua, generavano onde. Gli stessi uragani sollevavano il mare al massimo a quindici metri. Le onde giganti, come le famigerate freak waves, erano eccezioni. La velocità di punta delle normali onde di tempesta era intorno ai novanta chilometri all'ora e l'effetto dei venti era limitato agli strati superficiali del mare. A una profondità di duecento metri era tutto tranquillo.
Le onde dello tsunami, invece, non venivano create in superficie, ma negli abissi. Non erano il risultato della velocità del vento, ma di una scossa sismica, e le onde generate dalla scossa si muovevano a una velocità molto superiore. E l'energia si diffondeva lungo tutta la colo
Il miglior esempio di cosa fosse uno tsunami era stato mostrato ad Alban non con una simulazione al computer, ma in un modo molto più semplice. Qualcuno aveva riempito d'acqua un secchio di stagno e l'aveva colpito sul fondo, dall'esterno. Sulla superficie si erano formate diverse onde concentriche. I colpi si erano diffusi a tutta l'acqua contenuta nel secchio, che era stata spinta fuori sotto forma di onda.
Gli avevano detto che doveva immaginarsi quell'effetto moltiplicato per milioni di volte.
Semplice.
Lo tsunami generato dallo smottamento viaggiò all'inizio in tutte le direzioni a una velocità che toccava i settecento chilometri all'ora, con creste molto lunghe e basse. Soltanto la prima ondata trasportò un milione di to
Quindici metri non erano un'altezza tale da preoccupare eccessivamente le piattaforme. Almeno finché si trattava di normali onde di tempesta.
Ma le ondate che si propagavano dal fondale marino fino alla superficie dell'acqua, accompagnate da una montagna d'acqua alta quindici metri, avevano l'effetto d'urto di un jumbo jet.
Gullfaks C, zoccolo continentale norvegese
Per un momento, Lars Jörensen pensò addirittura di essere troppo vecchio per trascorrere gli ultimi mesi sulla Gullfaks C. Tremava. Che cos'era successo? Tremava con tale intensità che ogni cosa sembrava tremare con lui. Non riusciva a spiegarsi il perché. Non si sentiva male. Forse era depresso, ma non malato. Cominciava così un attacco di cuore?
Poi si accorse che era la piattaforma a tremare, non lui.
La Gullfaks C tremava.
Rendersene conto fu uno shock.
Fissò la torre di perforazione e poi il mare aperto. Sotto, infuriava la tempesta, ma lui ne aveva viste di peggiori e non avevano mai fatto tremare la piattaforma. Quel tremito Jörensen lo conosceva solo dai racconti: quando si sbagliava a fare una perforazione e si creava un blowout, che spingeva gas o petrolio ad alta pressione verso l'alto, allora poteva succedere che tutta la piattaforma vibrasse violentemente. Ma sulla Gullfaks una cosa del genere era impossibile. Il petrolio veniva pompato da giacimenti semivuoti in cisterne sottomarine, e ciò non avveniva sotto la piattaforma, bensì a una certa distanza.
Nel lavoro offshore esisteva una sorta di top ten delle potenziali catastrofi. Gli scheletri d'acciaio su cui poggiava la maggior parte delle piattaforme potevano cedere. Le freak waves, le onde giganti che, di tanto in tanto, erano formate dal vento e dalle tempeste, rappresentavano uno dei peggiori incidenti ipotizzabili nel settore dell'industria petrolifera. Allo stesso modo, si temevano le collisioni coi barconi staccatisi dagli ormeggi e con le petroliere sfuggite al controllo. Tutto ciò faceva parte della hit parade degli orrori, in cima alla quale c'era la perdita di gas. Le perdite erano difficili da trovare, in genere si scoprivano solo quand'era troppo tardi ed esse erano entrate in contatto col fuoco. In tal caso, esplodeva tutta la piattaforma, com'era successo alla Piper alpha sul versante inglese. Era stata la più grande catastrofe dell'industria petrolifera, costata la vita a centosessanta persone.
Ma i maremoti erano l'incubo per antonomasia.
Jörensen lo capì. Quello era proprio un maremoto.
Poteva succedere qualsiasi cosa. Se la terra tremava, si perdeva ogni controllo. Il materiale si deformava e si strappava. C'erano fughe e incendi. Se un terremoto faceva vibrare una piattaforma, si poteva soltanto sperare che non succedesse di peggio, che il fondale marino non sprofondasse e non franasse, che le costruzioni ancorate reggessero al colpo. Ma subito dopo la scossa c'era un altro problema contro cui non c'era nulla da fare, proprio nulla.
E quel problema stava raggiungendo la piattaforma.
Jörensen lo vide avvicinarsi e comprese che non c'erano più speranze. Si girò per scendere di corsa le scale d'acciaio e fuggire dalla zona esposta ai venti.
Accadde tutto in fretta.
Inciampò e cadde. Istintivamente si aggrappò alla grata del pavimento. Esplose un rumore infernale, una serie di ruggiti e rimbombi, come se la piattaforma si stesse spezzando. Si sentirono grida, poi un boato assordante lacerò l'aria e Jörensen ve
Le forze lo abbandonarono. Le dita della mano destra si staccarono dalla grata di metallo e lui rimase aggrappato col solo braccio sinistro, che prese un colpo tremendo. Gridando come un pazzo, sollevò la testa e vide la torre di trivellazione che si rovesciava e il braccio con la fiamma del gas non più orizzontale sull'acqua, ma verticale, stagliato contro il cielo nero come la pece.
Per un istante sembrò quasi che la fiamma si levasse ancora di più. Un saluto agli dei. Ehi, lassù, stiamo arrivando…