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Nella seconda metà del XX secolo, gli scienziati fecero un'inquietante scoperta. Davanti alla costa della Norvegia centrale, s'imbatterono nelle tracce di un simile smottamento. Per la precisione, erano stati più smottamenti a trascinare via buona parte della scarpata continentale. Un processo avvenuto nel corso di quarantamila a
Ma in una simile eccezione vivevano gli uomini della cosiddetta epoca moderna. Ed essi tendevano a interpretare la loro condizione di tranquillità come la regola. Un errore.
A quell'epoca, cinquemilacinquecento chilometri cubi dello zoccolo continentale norvegese erano stati trascinati negli abissi da frane gigantesche. Tra Scozia, Islanda e Norvegia, gli scienziati avevano trovato un deposito di sedimenti lungo ottocento chilometri. La cosa davvero inquietante era che la più grande delle frane della scarpata continentale non risaliva a molto tempo prima: si parlava di meno di diecimila a
Naturalmente era una speranza priva di senso. Ma forse la tranquillità sarebbe durata ancora per altri mille
Non appena s'interruppe il contatto col batiscafo, Jean-Jacques Alban, a bordo della Thorvaldson, intuì che non avrebbe mai più rivisto il Deep Rover e i suoi occupanti. Ma non aveva la minima idea delle dimensioni di ciò che stava accadendo a poche centinaia di metri sotto lo scafo della nave oceanografica. Senza dubbio la decomposizione degli idrati era in uno stadio molto avanzato: durante l'ultimo quarto d'ora, la puzza aveva raggiunto un'intensità insopportabile e sulle onde, che diventavano sempre più alte, galleggiavano schiumando pezzi di ghiaccio di dimensioni sempre maggiori. Alban sapeva altresì che indugiare sulla scarpata continentale equivaleva a un suicidio. L'aumento del gas avrebbe abbassato la tensione superficiale dell'acqua e la nave sarebbe affondata. Qualunque cosa stesse accadendo negli abissi era assolutamente imprevedibile. Alban detestava il pensiero di abbandonare il Deep Rover e il suo equipaggio, ma qualcosa gli diceva senza possibilità di equivoci che Stone e il pilota erano morti.
Tra gli scienziati e i membri dell'equipaggio regnava una grande agitazione. Non tutti erano in grado d'interpretare correttamente il significato della schiuma e della puzza, ma la tempesta generava negli uomini un senso d'insicurezza. Si era scagliata dal cielo come un dio infuriato e sollevava con violenza crescente le onde del mar di Norvegia, che si schiantavano contro lo scafo della Thorvaldson, frangendosi in una miriade di gocce luccicanti. Tra poco sarebbe stato quasi impossibile reggersi in piedi.
In quella situazione, Alban doveva soppesare molti fattori contrastanti. La sicurezza della Thorvaldson non si valutava con gli interessi degli armatori né con le esigenze degli scienziati. Si misurava unicamente col valore delle vite umane. E tra di esse c'erano anche quelle degli uomini sul batiscafo, sul cui destino il suo istinto era molto più convincente di quello che gli diceva la testa. Restare e scappare erano scelte sbagliate e giuste nel contempo.
Alban fissò il cielo nero e si asciugò la pioggia dal volto. Nello stesso momento, il mare sconvolto si calmò per qualche istante. Lui sapeva che si trattava soltanto di una tregua, che la tempesta sarebbe poi ripresa con furia raddoppiata.
E decise di restare.
Sotto di lui era in corso un disastro.
Improvvisamente gli idrati decomposti — fino a poco prima stabili estensioni di ghiaccio che s'infiltravano nei sedimenti, ora trasformati da vermi e batteri in un ammasso di rovine — crollarono su loro stessi. Per un tratto di centocinquanta chilometri, il legame ghiacciato di acqua e metano si trasformò in un'esplosione di gas. Mentre Alban decideva di mantenere la posizione, il gas si apriva la strada verso la libertà, faceva saltare pareti verticali, strappava pezzi di roccia, faceva tremare la scarpata continentale. E la fece precipitare. Nel giro di qualche secondo, chilometri cubi di detriti crollarono. Tutta la parte superiore del bordo continentale si mise in movimento, mentre, più in basso, gli strati collassavano e crollavano. In una mostruosa reazione a catena, le masse scivolarono l'una sull'altra, sfondarono le ultime strutture ancora solide e le trasformarono in fango.
La piattaforma continentale tra Scozia e Norvegia, con le sue pompe, i suoi oleodotti e le sue piattaforme mostrò le prime fenditure.
In mezzo alla tempesta, qualcuno gridò verso Alban. Lui girò su se stesso e scorse il vice direttore scientifico che gesticolava freneticamente. Nella tempesta, le sue parole si comprendevano appena. «La scarpata!» Fu l'unica cosa che Alban riuscì a sentire.
Dopo la breve calma inga
«Venga, Alban! Mio Dio! Deve vedere.»
La nave vibrava. Dal fondo del mare saliva un cupo gorgoglio. Entrambi gli uomini avanzarono barcollando sulla stretta scala fino al ponte.
«Là!»
Alban fissò il monitor del sonar, che rilevava costantemente il fondale marino. Non credeva ai suoi occhi.
Il fondale non c'era più.
Era come guardare in un maelstrom.
«La scarpata sta scivolando.»
Nello stesso istante, Alban ebbe la conferma di quello che il suo istinto gli aveva suggerito: l'ingegnere pazzo e il pilota erano morti. «Dobbiamo andar via! Subito!»
Il timoniere si girò verso di lui. «E dove?»
Alban cercò di riflettere. Aveva la piena consapevolezza di quello che stava succedendo là sotto e sapeva cosa li aspettava. Correre verso un porto era escluso. Alla Thorvaldson restava una sola possibilità: dirigersi il più velocemente possibile verso le acque profonde. «Comunicare per radio», ordinò. «Norvegia, Scozia, Islanda… Tutti i residenti devono evacuare immediatamente la costa. Trasmettere in continuazione! Informiamo tutti quelli che possiamo raggiungere.»
«Che ne è di Stone e di…» iniziò il vice direttore.
Alban lo guardò. «Sono morti.» Non osava neppure immaginare la violenza dello smottamento. E quello che mostrava il sonar era sufficiente a farlo rabbrividire. Si trovavano ancora in una zona critica. Pochi chilometri all'interno dello zoccolo continentale e sarebbero affondati. Andando al largo, diretti verso il cuore della tempesta, probabilmente ne sarebbero usciti con le ossa rotte, ma si sarebbero salvati.
Alban pensò alla morfologia della scarpata. Da nord-ovest, il fondale digradava in ampie terrazze. Se avevano fortuna, la slavina si sarebbe fermata nelle zone superiori. Nel caso di un effetto Storegga, però, non si sarebbe più fermata. Tutta la scarpata continentale sarebbe scivolata negli abissi per una larghezza di centinaia di chilometri e fino a una profondità di oltre tremila metri. Le masse sarebbero penetrate sino al fondo abissale a est dell'Islanda e quindi avrebbero scosso il mar di Norvegia e il mare del Nord con violenza inaudita.
Dove dovevano andare?
Alban distolse lo sguardo dalla strumentazione.
«Rotta verso l'Islanda», disse.
Franarono milioni di to
Quando le prime propaggini della slavina raggiunsero il canale Fær Øer-Shetland, sulla scarpata continentale tra Scozia e fossa norvegese non c'erano più terrazze, ma c'era soltanto una massa libera che precipitava sempre più, devastando tutto ciò che fino a poco prima aveva forma e struttura. Una parte della slavina si diresse a ovest delle isole Fær Øer e infine si fermò contro i banchi che circondavano il bacino islandese. Un'altra parte della slavina si divise lungo il rialzo tra l'Islanda e le Fær Øer.
La maggior parte, però, avanzava nel canale Fær Øer-Shetland come su un gigantesco scivolo. Nulla poteva fermarla. Lo stesso bacino abissale che migliaia di a
Poi crollò il bordo dello zoccolo continentale.
Fu semplicemente strappato via per una larghezza di cinquanta chilometri. Ed era solo l'inizio.
Sveggesundet, Norvegia
Subito dopo la partenza di Johanson, Tina Lund aveva caricato i bagagli sulla jeep di Johanson e se n'era andata.
Guidava velocemente. La pioggia che stava iniziando a cadere rendeva le strade viscide e la foschia riduceva la visibilità. Probabilmente Johanson avrebbe protestato, ma Tina era dell'idea che dalle auto si dovesse sempre pretendere il massimo.
A ogni chilometro che l'avvicinava a Sveggesundet, si sentiva più leggera.
Finalmente aveva deciso. Dopo aver chiarito la faccenda con Stone, aveva chiamato Kare e gli aveva proposto di passare insieme un paio di giorni al mare. Sebbene contento, Kare era stato anche un po' sorpreso… almeno così le era sembrato. Qualcosa nella sua reazione le aveva fatto sospettare che forse Johanson aveva ragione. Doveva raddrizzare l'andamento a zig-zag delle settimane precedenti, altrimenti Kare l'avrebbe lasciata. Ebbe quasi paura che quell'istante fosse già passato e che Kare avesse in serbo parole inquietanti sul futuro del loro rapporto.
Johanson aveva distrutto una casa, certo. Ma si poteva sempre cercare di costruirne un'altra.
La jeep percorreva velocemente la strada principale di Sveggesundet, che si snodava lungo la costa. Tina sentiva il battito cardiaco accelerare. Lasciò la macchina in un parcheggio pubblico al di sopra del Fiskehuset. Di lì, una strada e un sentiero conducevano alla spiaggia, che non era di sabbia, ma di rocce e ghiaia levigata, coperta di muschio e felci. Il paesaggio intorno a Sveggesundet era piatto, ma romanticamente selvaggio, e il Fiskehuset, con la sua terrazza sul mare, offriva uno splendido panorama anche quel giorno, nonostante la pioggia e la scarsa visibilità.
Tina percorse lentamente la breve distanza che la separava dal ristorante ed entrò. Era ancora chiuso e Kare non c'era. Un'aiuto cuoca, che stava trasportando ceste di verdura, le disse che era andato in paese. Forse doveva recarsi in banca o dal barbiere, comunque non aveva detto quando sarebbe stato di ritorno.
Colpa mia, pensò Tina.
Avevano appuntamento lì. Era stata troppo veloce, arrivando con molto anticipo. Adesso non le rimaneva che sedersi nel ristorante ad aspettare. Ma le sembrava una cosa troppo stupida. Sarebbe stato del tutto fuori luogo, uscirsene con un: «Cucù, guarda un po', sono già arrivata!» O peggio ancora con un: «Ciao, Kare, dov'eri finito? È un po' che ti aspetto!»