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«Da

Il Deep Rover cominciò a sprofondare a vite.

«Seguiamo l'oleodotto», ordinò Stone.

«È una follia. Dovremmo risalire.»

«La stazione è qui», dichiarò Stone. «Dovremmo vederla da un momento all'altro.»

«Non vedremo niente. Qui è tutto distrutto.»

Stone non replicò. Davanti a loro, l'oleodotto era piegato verso l'alto, come se un pugno gigantesco l'avesse colpito, e terminava con un troncone strappato. L'acciaio frastagliato formava bizzarre sculture.

«Vuole andare ancora avanti?»

Stone a

«Qui si precipita», disse Eddie.

Intorno a loro riapparvero le perle.

Stone strinse i pugni. Si rese conto che Alban aveva visto giusto. Avrebbero dovuto mandare il robot. Ma ormai rinunciare gli appariva assurdo. Doveva sapere! Si sarebbe presentato a Skaugen solo con un rapporto dettagliato. Stavolta non si sarebbe fatto liquidare.

«Avanti, Eddie.»

«Lei è pazzo.»

Dietro il tubo strappato, il campo di macerie scendeva a strapiombo e la pioggia di sedimenti aumentava. Per la prima volta, anche Eddie mostrava una certo nervosismo. In ogni momento potevano incontrare nuovi ostacoli.

Poi videro la stazione.

In realtà scorsero soltanto dei sostegni trasversali, ma Stone comprese subito che il prototipo Kongsberg non esisteva più. Giaceva sotto le macerie del plateau crollato, cinquanta metri più in basso rispetto alla posizione originale.

Osservò con attenzione. Dai puntelli metallici si staccava qualcosa che saliva verso di loro.

Bolle.

No, più che semplici bolle. A Stone ve

Improvvisamente fu preso dal panico. «Via!» gridò.

Eddie sganciò la restante zavorra. Il batiscafo fece un balzo e schizzò verso l'alto, seguito dalle bolle gigantesche. Poi si ritrovarono in mezzo al vortice e colarono a picco. Intorno a loro, il mare ribolliva.

«Merda!» urlò Eddie.

«Che succede là sotto?» Era la voce stridula del tecnico a bordo della Thorvaldson. «Eddie? Rispondi! Qui registriamo qualcosa di strano… Sta salendo una gran quantità di gas e di idrati.»

Eddie schiacciò il tasto per rispondere. «Mollo l'involucro! Risaliamo.»

«Cos'è successo? Avete…» La voce del tecnico sparì sotto un rumore assordante. Sibili e schiocchi. Eddie aveva sganciato il blocco delle batterie e parte dell'involucro. Era l'estrema manovra d'emergenza per perdere peso. Il resto dello scafo con la sfera di vetro acrilico iniziò a risalire ruotando. Poi un violento colpo scosse il veicolo. Stone vide un gigantesco blocco di roccia trascinato in alto dal gas. La sfera si ribaltò. Furono colpiti un'altra volta e Stone sentì il pilota gridare. Stavolta il colpo li scagliò fuori dal blowout e il Deep Rover ve

Eddie glielo aveva mostrato. Era quel bottone.

Stone lo schiacciò mentre cercava di togliersi di dosso il pilota. Non era sicuro che l'elica funzionasse ancora dopo che l'involucro era stato sganciato. Sul batimetro le cifre scorrevano, mostrando che ora stavano risalendo molto velocemente. In fondo poter manovrare non era importante; l'importante era continuare a salire. Nel Deep Rover non c'erano problemi di decompressione. La pressione della cabina corrispondeva alla pressione sulla superficie dell'acqua.

Si accese una luce d'allarme.

Il proiettore sul pattino destro si spense. Poi si spensero tutte le altre luci. Tutto intorno a Stone dive

Lui cominciò a tremare.

Stai calmo, pensò. Eddie ti ha spiegato il funzionamento. C'è un apparato di emergenza per l'energia. Uno dei bottoni nelle file superiori della console di servizio. Se non s'inserisce in automatico, bisogna farlo manualmente. Toccava gli interruttori e intanto continuava a fissare il buio.

Che c'era laggiù?

Coi proiettori spenti doveva essere buio pesto. Invece si vedeva una luce.

Erano già così vicini alla superficie? Le ultime cifre del batimetro, poco prima che i riflettori si spegnessero, indicavano poco più di settecento metri. Il batiscafo stava sempre scivolando lungo la scarpata. Erano ancora molto al di sotto dello zoccolo continentale, fuori dalla portata della luce del giorno.

Un'allucinazione?

Stone socchiuse le palpebre.

La luce risplendeva di un debole blu, così debole che si poteva intuire più che vedere. Si levava dagli abissi, e aveva la forma di una specie di tubo a imbuto, la cui parte inferiore si perdeva nell'oscurità. Stone tratte

E gigantesca.

Il tubo si mosse.

L'imbuto sembrò allungarsi, mentre il resto della struttura si piegò. Immobile, come stregato, con le dita bloccate alla ricerca dell'interruttore per inserire la batteria d'emergenza, Stone fissò quella cosa. Non poteva che essere bioluminescenza filtrata da milioni di metri cubi d'acqua, particelle e gas. Ma quale essere vivente luminoso aveva quelle dimensioni incredibili? Un calamaro gigante? Era più grande di qualsiasi calamaro. Era più grande anche della più audace rappresentazione fantastica di un calamaro.

O era la sua fantasia? Un'allucinazione provocata dall'improvviso passaggio dalla luce alle tenebre? Immagini fantasma dei proiettori spenti?

Più fissava la cosa luminosa, più gli sembrava impallidire. Il tubo sprofondava lentamente.

Poi sparì.

Immediatamente, Stone riprese la ricerca del tasto per attivare la batteria d'emergenza. Il batiscafo saliva, tranquillo e regolare. Sentì un brivido di sollievo all'idea che tra poco sarebbe arrivato in superficie e si sarebbe lasciato alle spalle quell'incubo. Quando Eddie aveva sganciato l'involucro, non si era liberato delle telecamere. Che avessero ripreso anche quella cosa luminosa? Riuscivano a registrare un impulso così debole?

Doveva essere così. Non si era trattato di un'allucinazione. Stone rammentò le straordinarie riprese fatte da Victor. Quella cosa che improvvisamente era uscita dal cono di luce. Mio Dio, pensò. In cosa ci siamo imbattuti?

Ah, ecco l'interruttore!

Ronzando, il sistema elettrico d'emergenza si mise in funzione. Per prima cosa si accesero le luci sulla console, poi i proiettori esterni. Da un momento all'altro, il Deep Rover si ritrovò a scivolare in un bozzolo di luce.

Eddie era disteso, immobile, con gli occhi aperti.

Stone si chinò su di lui, ma, improvvisamente, dietro Eddie, comparve qualcosa. Una nuvola rossastra. Si stava rovesciando sul batiscafo. Convinto di dover manovrare per non sbattere contro la parete, Stone afferrò i comandi.

Ma poi si rese conto che era il contrario. Era la parete che stava sbattendo contro di loro.

Stava andando verso di loro.

La scarpata continentale gli stava crollando addosso.

Fu l'ultima cosa che Stone comprese prima che la violenza dell'impatto mandasse in mille pezzi il vetro acrilico della sfera.

Elicottero Bell 430, mar di Norvegia

Quand'erano decollati da Trondheim, Johanson aveva previsto di fare un volo tranquillo. Invece si ballava e lui non riusciva a dedicarsi adeguatamente a Whitman. Nella mezz'ora precedente, il cielo era diventato minacciosamente nero. Sembrava così basso da dare l'impressione di voler schiacciare in mare l'elicottero, che era anche scosso da violente raffiche di vento.

Il pilota si voltò. «Tutto a posto?»

«Benissimo.» Johanson chiuse il libro e guardò fuori. La superficie del mare era coperta da una nebbia fittissima. Lui riusciva a malapena a distinguere qualche piattaforma o nave. Si rese conto che in quei minuti il moto ondoso era sensibilmente aumentato. Si stava avvicinando una violenta tempesta.

«Non si preoccupi», disse il pilota. «Non abbiamo nulla da temere.»

«Non mi preoccupo. Cosa dice il servizio meteorologico?»

«Che ci sarà vento.» Il pilota lanciò un'occhiata al barometro sulla console di comando. «A quanto pare, avremo un piccolo uragano.»

«Carino da parte sua non avermi detto niente prima.»

«Non lo sapevo. Le previsioni del tempo non sono sempre affidabili. Ha paura di volare?»

«Certo che no. Trovo che volare sia fantastico», disse Johanson con decisione. «È precipitare che non mi piace.»

«Non precipiteremo. Per chi lavora nel settore offshore questa è robetta da bambini. Oggi non succederà niente di peggio che qualche sballottamento.»

«Quanto abbiamo ancora?»

«Siamo oltre la metà.»

«Va bene.» Johanson riaprì il libro.

Mille altri suoni si mescolavano al rumore del motore. Schiocchi, strepiti, fischi… A un certo punto, gli sembrò perfino di sentire un segnale, che risuonava a intervalli regolari da qualche parte dietro di lui. Che cosa non sapeva fare il vento con l'acustica! Johanson si girò verso i sedili posteriori, ma il segnale pareva cessato.

Tornò a dedicarsi al pensiero di Walt Whitman.

L'effetto Storegga

Diciottomila a

La diminuzione della pressione dell'acqua, tra l'altro, provocò in diverse parti del globo l'instabilità degli idrati di metano. Nelle regioni più elevate della scarpata continentale si liberarono in breve tempo gigantesche quantità di gas. La gabbia di ghiaccio in cui il metano era prigioniero e compresso si sciolse. Ciò che per migliaia di a