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L'umore di Jörensen migliorò un po'. Non era una cattiva idea. Forse non era un giorno così di merda.

Kiel, Germania

Gerhard Bohrma

Andava continuamente da Erwin Suess e Yvo

Alla fine, si era rivolto di nuovo a Suess.

«Deve pur esserci qualcuno che gravita nell'orbita di Johanson e che è in grado di prendere una decisione», disse Erwin.

«Tutti quelli della Statoil, ma sarebbe come se non avessimo detto niente. Questione di riservatezza… Però, se questo problema continua a essere trattato in segreto e si arriva all'effetto Storegga, allora ci troveremo di fronte a una situazione che nessuno sarà in grado di gestire.»

«Che facciamo quindi?»

«Con la Statoil non otterremo nulla.»

«Va bene.» Suess si stropicciò gli occhi. «Hai ragione. Allora ci rivolgeremo al ministero della Ricerca Scientifica e a quello dell'Ambiente.»

«A Oslo?»

«E a Berlino. Ma anche a Copenhagen, ad Amsterdam. Ah, sì, e a Londra. Ne ho dimenticata qualcuna?»

«Reykjavik.» Bohrma

Suess guardò fuori dalla finestra del suo ufficio. Da lì si vedevano il fiordo di Kiel, la zona con le imponenti gru dove si caricavano le navi, gli uffici commerciali e i silos. Un cacciatorpediniere della Marina galleggiava come sospeso tra il grigio dell'acqua e del cielo.

«Cosa dicono le simulazioni su Kiel?» chiese Bohrma

«Potrebbe andare bene.»

«È pur sempre una consolazione.»

«Cerca comunque di parlare con Johanson.»

Bohrma

Deep Rover, scarpata continentale norvegese

Benché Eddie avesse acceso i sei riflettori esterni, la visuale rimaneva molto limitata. I quattro proiettori alogeni al quarzo da centocinquanta watt e le due luci da quattrocento watt HMI illuminavano debolmente una zona di circa venticinque metri di raggio. Non si riuscivano a distinguere strutture solide. Quasi accecato dopo il lungo viaggio nel buio, Stone socchiuse le palpebre. Il Deep Rover s'inabissava tra cortine di perle scintillanti.

«Che cosa sono?» chiese, chinandosi in avanti. «Dov'è il fondale marino?» Poi capì che cosa stava risalendo verso di loro. Erano bolle. Salivano a vite, alcune goffamente e sussultando, altre — più piccole — come se fossero legate a un filo.

Il sonar continuava a emettere i suoi caratteristici sibili e schiocchi. Con le sopracciglia aggrottate, Eddie studiava i segnali luminosi della console: stato delle batterie, temperatura esterna e interna, riserve di ossigeno, pressione della cabina e tutti gli altri dati ricevuti dai sensori esterni.

«Tanti auguri», ringhiò. «È metano.»

La cortina di perle dive

«Non riusciamo a portare su il culo. Non posso crederci!»

Nella luce dei proiettori apparve il fondale. Si avvicinavano troppo velocemente. Stone riuscì a vedere fessure e buchi, poi furono di nuovo avvolti dalle bolle. Eddie imprecò e fece uscire altra acqua dai serbatoi.

«Cos'è successo?» chiese Stone. «Abbiamo problemi con la spinta?»

«Credo sia il gas. Siamo in mezzo a un blowout.»

«Da

«Calma.»

Il pilota accese l'elica. Il batiscafo cominciò a muoversi in avanti attraverso le collane di bolle. Per un momento, Stone si sentì come su un ascensore che si ferma dolcemente. Cercò con lo sguardo il batimetro. Il Deep Rover sprofondava più lentamente, ma la velocità con cui si avvicinava al fondale era ancora troppo elevata. Tra poco si sarebbero schiantati.

Stone si morse le labbra e lasciò che Eddie facesse il proprio lavoro. In una situazione del genere non c'era niente di peggio che distrarre il pilota con le chiacchiere. Vide le cortine di bolle diventare più spesse e il fondale che s'intravedeva in mezzo al blowout inclinarsi lentamente. Il pattino destro sparì in un violento gorgoglio e il batiscafo si piegò di lato.

Tratte

Erano fuori.

Fino a un attimo prima, il mare ribolliva; adesso invece avevano davanti agli occhi il fondale tranquillo. Il batiscafo riprese a salire. Senza particolare fretta, Eddie manovrò la valvola e fece entrare acqua marina nei serbatoi finché il Deep Rover non si fu stabilizzato e scese dolcemente lungo la scarpata.

«Tutto sotto controllo», disse.

Ora procedevano a una velocità massima di due nodi, cioè di 3,7 chilometri all'ora. Facendo jogging si andava più veloci, ma negli abissi non ci si poteva muovere troppo in fretta. Inoltre si trovavano nella zona in cui Stone aveva installato la stazione. Non poteva essere lontana.

Il pilota sorrise. «Avremmo dovuto metterlo in preventivo, vero?»

«Non un blowout di questa violenza.»

«No? Il mare puzza come una fogna, quindi il gas da qualche parte deve uscire. Già, ma per lei non aveva importanza. Lei voleva assolutamente immergersi.»

Stone non si degnò di rispondere. Si concentrò, cercando i segni degli idrati, ma al momento non ne vedeva. L'unica cosa visibile erano i vermi. Sul fondale riposava un pesce piatto, simile a una sogliola. Al loro avvicinarsi, si sollevò pigramente, fece vorticare il fango e nuotò fuori dalla zona illuminata.

Era irreale stare là, mentre sulla sfera di vetro acrilico l'acqua esercitava una pressione di cento chili per centimetro quadrato. Era tutto artificiale: la zona illuminata del plateau abissale con le sue ombre cangianti prodotte dal passaggio del Deep Rover, il nero in ogni direzione oltre la luce diffusa, la pressione interna mantenuta costante dalle apparecchiature, l'aria che usciva regolarmente dalle bombole, e il biossido di carbonio della respirazione che veniva eliminato chimicamente.

Nulla invitava a trattenersi in quella situazione.

Stone provò a parlare, ma la lingua gli si appiccicò al palato. Ricordò che non beveva da ore. Per ogni evenienza, a bordo c'erano delle Human Range Extender, bottiglie speciali cui far ricorso se proprio non si poteva aspettare, benché, prima di salire su un batiscafo, si consigliava caldamente di vuotare la vescica. Dal primo mattino, lui e Eddie avevano mangiato solo sandwich con burro di noccioline e durissime barrette di cioccolato e crusca. Alimenti per l'immersione. Alimenti nutrienti e secchi come la sabbia del Sahara.

Cercò di rilassarsi. Eddie fece un breve rapporto alla Thorvaldson. Di tanto in tanto vedevano molluschi e stelle marine. Con un movimento della mano, il pilota indicò l'esterno. «Sorprendente, vero? Siamo a più di novecento metri e c'è buio pesto. Tuttavia questo luogo è chiamato zona della luce residua.»

«Non ci sono zone in cui l'acqua è così limpida che la luce arriva fino a mille metri?» chiese Stone.

«Certo. Ma nessun occhio umano è in grado di percepirla. Oltre i cento, centocinquanta metri per noi è buio pesto. È mai stato oltre i mille metri?»

«No, e lei?»

«Qualche volta.» Eddie scrollò le spalle. «È più o meno da

«Come? Nessuna ambizione di raggiungere le grandi profondità?»

«A quale scopo? Picard è riuscito ad arrivare a 10.740 metri. Io non ne ho voglia. È stata un'impresa scientifica di prima classe, ma non c'era quasi niente da vedere.»

«Come fa a saperlo?»

«Non lo so, ma posso immaginarlo. Voglio dire, anche se la bentosfera è più divertente del batiscafo, è comunque un mortorio.»

«Scusi, ma… Picard non è arrivato a 11.340 metri di profondità?» chiese Stone.

«Oh, già.» Eddie sorrise. «Lo so, è scritto in tutti i libri di scuola. Un errore. Dipende dallo strumento di misurazione. Lo avevano calibrato in Svizzera, nell'acqua dolce. Capisce? L'acqua dolce ha una densità diversa. Per questo ha

«Ehi!»

Davanti a loro, il cono di luce sparì nell'ombra. Nell'avvicinarsi, si resero conto che il fondale cadeva a strapiombo. La luce si perdeva nel precipizio.

«Si fermi.»

Le dita di Eddie volarono su tasti e bottoni. Sviluppò una controspinta e il Deep Rover si fermò. Poi cominciò progressivamente a girarsi. «Una corrente piuttosto forte», mormorò il pilota. Il batiscafo continuò lentamente a ruotare finché i proiettori non illuminarono il bordo del precipizio. «Sembra quasi che sia crollato da poco… Una cosa molto fresca.»

Gli occhi di Stone si muovevano nervosamente. «Che dice il sonar?»

«Si scende di almeno quaranta metri. A destra e a sinistra non sono in grado di dirlo.»

«Questo vuol dire che il plateau…»

«Qui non c'è più. È crollato.»

Stone si mordicchiò il labbro inferiore. Dovevano essere nelle immediate vicinanze della stazione. Ma un a

Il Deep Rover si mise in moto e scese lungo la parete dello strapiombo. Dopo circa due minuti, i proiettori illuminarono di nuovo il fondo. Sembrava un campo di macerie.

«Dovremmo risalire di qualche metro», disse Eddie. «Qui è troppo frastagliato, potremmo sbattere da qualche parte.»

«Sì, un attimo. Maledizione, davanti a noi! Guardi.»

Nel campo visivo era comparsa una grossa tubatura pesantemente da

«È un oleodotto», gridò Stone, sconvolto. «Mio Dio.»

«Era un oleodotto», precisò Eddie.

«Seguiamone il corso.»

Stone rabbrividì. Sapeva dove andava quell'oleodotto, sapeva da dove arrivava. Erano nella zona della stazione.

Ma non c'era più niente.

D'un tratto, davanti a loro, comparve una parete frastagliata ed Eddie la evitò per un pelo, riuscendo ad alzare il batiscafo. La seguirono per un pezzo — sembrava non finire mai — e alla fine passarono appena sopra il bordo. In quell'istante, Stone si rese conto che quella non era una parete, bensì un gigantesco pezzo di fondale marino che si era sollevato. Dalla parte opposta scendeva ancora verticalmente. Nella luce, vorticavano particelle di sedimenti che rendevano più difficile vedere i dintorni. Poi le luci illuminarono un'altra corrente di bolle che risalivano velocemente. Schizzavano fuori da una fossa coi bordi a spigolo.

«Santo cielo», sussurrò Stone. «Cos'è successo qui?»

Eddie non rispose. Virò in modo da evitare le bolle. La visuale peggiorò. Per un po', persero di vista l'oleodotto, poi esso ricomparve nel fascio di luce dei proiettori. Proseguiva verso il basso.