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Quell'acqua costituiva il teleriscaldamento dell'Europa: la Corrente del Golfo. Scorreva fino a Terranova — trasportando con sé un miliardo di megawatt di calore, corrispondenti alla produzione di duecentocinquantamila centrali atomiche — dove s'incontrava con la corrente fredda del Labrador e si disperdeva. Là si formavano i cosiddetti eddies, masse circolari d'acqua calda, che si spostavano verso nord. I venti da ovest facevano evaporare l'acqua, provocando fruttuose piogge sull'Europa e, nel contempo, elevando la concentrazione salina nel mare. La corrente avanzava oltre la costa norvegese, dove prendeva il nome di «corrente norvegese», e portava calore nell'estremo Nordatlantico, permettendo alle navi di passare a sud-ovest delle Svalbard. L'influsso caldo terminava soltanto tra la Groenlandia e la Norvegia settentrionale. In quel punto la corrente norvegese, alias Corrente del Golfo, incontrava l'acqua fredda dell'Artico che, accompagnata da venti gelidi, la raffreddava rapidamente. Già molto salata e ormai assai fredda, l'acqua diventava così pesante che la sua massa precipitava. Ciò non avveniva su tutto il fronte, ma in vortici, che cambiavano la propria posizione a seconda del moto ondoso e quindi non si potevano trovare al primo tentativo. Quei vortici avevano un diametro compreso tra i venti e i cinquanta metri e circa una decina di essi arrivava al chilometro quadrato; dove fossero esattamente, però, dipendeva dalla configurazione quotidiana di mare e vento. Causa prima di tutto era il mostruoso gorgo prodotto dalle masse d'acqua che sprofondavano. Era quello il segreto della Corrente del Golfo e delle sue propaggini. In realtà, essa non scorreva verso nord, veniva piuttosto trascinata là dalla gigantesca pompa appena sotto l'Artico. A una profondità di due o tremila metri, l'acqua freddissima riprendeva la via del ritorno compiendo l'intero viaggio intorno alla Terra.

Bauer aveva preparato una serie di drifter nella speranza che seguissero il corso dei canali. Ma, nel frattempo, sembrava aver perso la speranza di trovarne uno. Avrebbero dovuto essere ovunque. E invece sembrava che la grande pompa avesse interrotto il proprio lavoro, oppure che si fosse spostata in una zona sconosciuta.

Bauer era lì proprio perché sapeva di quel problema e dei suoi effetti. Non si aspettava quindi di trovare tutto in ordine, ma neanche di non trovare nulla. E questo era causa per lui di gravi, gravissime preoccupazioni.

Prima che sbarcasse, aveva condiviso le sue preoccupazioni con Karen Weaver. Da allora, le mandava regolarmente e-mail coi rapporti sulla situazione e le confidava i suoi peggiori timori. Alcuni giorni prima, il suo team aveva rilevato che la concentrazione di gas nel mare del Nord era salita a picco, e lui aveva valutato la possibilità che ciò fosse in qualche modo in relazione con la scomparsa dei canali.

Adesso, solo nella sua cabina, ne era quasi sicuro.

Lavorava senza posa, mentre la notte polare induceva anche i più incalliti marinai a starsene appoggiati al parapetto a guardare lo spettacolo. Sedeva, curvo su pile di calcoli, diagrammi e schede. Di tanto in tanto, mandava un'e-mail a Karen Weaver per salutarla e per metterla al corrente delle sue ultime scoperte.

Era così sprofondato nel suo lavoro, che per un po' riuscì a ignorare il tremolio che percorreva la nave, finché la tazza di tè sulla sua scrivania non gli si rovesciò sui pantaloni.

«Al diavolo!» sbraitò. Il tè bollente gli scorreva sulla coscia e tra le gambe. Spinse indietro la sedia e si alzò per constatare i da

Poi si bloccò, le mani aggrappate allo schienale della sedia, e si mise in ascolto.

Si sbagliava?

Ma no, sentiva davvero gridare. A quel suono, si aggiunse un rumore di passi pesanti, frenetici. Là fuori stava succedendo qualcosa. Il tremolio si fece più intenso. La nave vibrava. Improvvisamente qualcosa gli fece perdere l'equilibrio. Gemendo, sbatté contro la scrivania. Un attimo dopo il pavimento gli mancò sotto i piedi, come se tutta la nave fosse finita in un buco. Bauer fu sbattuto a terra sulla schiena. Fu preso dal terrore, un terrore profondo, mostruoso. Si rialzò a fatica e barcollò fuori dalla cabina. Sentiva urla altissime. I motori erano stati accesi. Qualcuno gridò qualcosa in islandese. Bauer non capì che cosa, perché conosceva solo l'inglese, ma non gli sfuggì il panico che permeava quella voce e che ve

Un maremoto?

Lo scienziato percorse in fretta il corridoio e la scala per raggiungere la coperta. La nave ondeggiava selvaggiamente e lui faticava a reggersi in piedi. Barcollando, arrivò all'aperto e sentì un odore disgustoso.

Allora comprese cosa stava succedendo.

Riuscì a raggiungere il parapetto e a guardare fuori. Tutt'intorno, il mare ribolliva di bianco. Come se fossero in una pentola.

Non c'erano onde. Non c'era tempesta. Erano bolle. Gigantesche bolle che salivano.

Di nuovo perse l'equilibrio e cadde in avanti, battendo violentemente la faccia contro l'assito. Il dolore gli esplose nella testa. Quando riuscì a sollevare lo sguardo, gli occhiali si erano rotti. Senza occhiali, lui era praticamente cieco. Riuscì comunque a vedere il mare che si richiudeva sopra la nave.

Mio Dio! pensò. Mio Dio, aiutaci.