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30 aprile

Vancouver Island, Canada

La notte risplendeva di un verde cupo.

Non faceva né caldo né freddo… C'era una sorta di gradevole assenza di temperatura. L'atto del respirare sembrava finito tra gli eventi privi di sviluppo, rimpiazzato da una funzione estesa, che permetteva di muoversi liberamente tra gli elementi. Dopo essere caduto attraverso quell'universo verde scuro, Anawak fu preso dall'euforia e distese le braccia, sentendosi un Icaro che aveva scelto gli abissi come cielo. Sprofondava, ubriacato dalla sensazione di mancanza di peso. Sul fondo c'era qualcosa che splendeva, un paesaggio ampio e ghiacciato. Poi l'oceano verde scuro si trasformò in un cielo notturno.

Era sul bordo di una distesa di ghiaccio e guardava l'acqua nera e tranquilla. Sopra di lui, un'infinità di stelle.

Com'era meraviglioso starsene lì. Il bordo di ghiaccio si sarebbe staccato dalla terraferma e avrebbe navigato per il mare del Nord, sempre più a settentrione, e lui, come passeggero, sarebbe andato là dove non lo attendevano domande pressanti, bensì una casa. La sua casa. Sarebbe stato a casa. La nostalgia si liberò nel petto di Anawak e gli fece venire le lacrime agli occhi, lacrime che scintillavano, che lo accecavano. Le scrollò via ed esse caddero nel mare nero, illuminandolo. Dalle profondità, qualcosa saliva verso di lui. L'acqua prese la forma di una figura che sembrava attenderlo a una certa distanza, là dove lui non poteva andare. Era là, rigida e cristallizzata, e la sua superficie imprigionava la luce delle stelle.

«L'ho trovata», disse la figura.

Non aveva né viso né bocca, ma Anawak conosceva quella voce. Si avvicinò, ma c'era il bordo del ghiaccio e nell'acqua nera nuotava qualcosa di grande che faceva venir voglia di fuggire.

«Che cos'hai trovato?» chiese Anawak.

Fu terrorizzato dalla sua stessa voce. Le parole gli arrivavano a fatica alle labbra, dopo averlo tormentato come animali feroci. Al contrario di quanto pronunciato, o forse solo pensato, dalla figura, le sue parole non attraversarono il perfetto silenzio del paesaggio ghiacciato. D'un tratto un freddo tagliente lo colpì. Cercò con lo sguardo quella cosa nell'acqua, ma era sparita.

«Allora, come va?» gli chiese una voce.

Anawak girò la testa e vide l'esile figura di Samantha Crowe, la ricercatrice del SETI.

«Ti manca la pratica nel parlare», gli disse. «Il resto riesci a farlo meglio. A dire la verità, è terribile!»

«Mi dispiace», balbettò Anawak.

«Sì? Va bene. Forse dovresti iniziare a esercitarti. Ho trovato i miei extraterrestri. Lo sapevi? Finalmente abbiamo stabilito un contatto. Non è meraviglioso?»

Anawak sussultò. Non lo trovava affatto meraviglioso. Aveva una paura terribile degli extraterrestri di Samantha Crowe, e non sapeva perché. «E… chi sono? Che cosa sono?»

La ricercatrice del SETI indicò l'acqua nera oltre il bordo del ghiaccio. «Sono là fuori», disse. «Credo che sara

«Non posso», disse Anawak.

«Non puoi?» Samantha Crowe scosse la testa, perplessa. «Perché non puoi?»

Anawak fissò gli imponenti dorsi scuri che solcavano l'acqua. Erano dozzine, centinaia. Sapeva che erano lì per lui. Improvvisamente comprese che si stavano avvicinando a causa della sua paura. Si nutrivano di paura. «Io… non posso».

«Su, su, non fare il vigliacco. Devi cominciare», replicò Samantha con ironia. «È la cosa più facile del mondo. Per te è molto più facile che per noi. Noi dobbiamo stare in ascolto di tutto il maledetto universo.»

Anawak tremava ancora di più. Si avvicinò al bordo e guardò fuori. All'orizzonte, dove il cielo stellato accoglieva in sé il mare nero, splendeva una luce lontana.

«Va'», disse Samantha.

Ho volato, pensò Anawak. Ho volato attraverso un oceano verde scuro, pieno di vita, e non ho avuto la minima paura. Che cosa può succedere? L'acqua sarà solida come il terreno e io raggiungerò quella luce, trascinato dalla mia volontà. Sam ha ragione. È facile. Non c'è nulla di cui avere paura.

Davanti ai suoi occhi emerse un animale gigantesco, e una colossale coda a due punte si levò contro le stelle.

Nulla di cui avere paura.

Ma aveva esitato troppo e la vista delle pi

Sprofondava implacabilmente, a

Anawak trasalì e batté la testa contro l'asse. «Maledizione», imprecò.

Si sentiva ancora battere. Ma non era più un rimbombo. Anzi era un rumore smorzato, come di nocche sul legno. Si rotolò su un fianco e vide Alicia, che, leggermente chinata in avanti, spiava nella sua cuccetta.

«Scusa», disse la ragazza. «Non sapevo che ti saresti alzato di scatto.»

Anawak la fissò. Alicia? Ah, sì. Lentamente i ricordi si ricomposero. Si te

«Le nove e mezzo.»

«Da

«Hai un aspetto terribile. Hai fatto un brutto sogno?»

«Mah, cose assurde.»

«Posso preparare il caffè.»

«Un caffè? Ottima idea.» Si toccò il punto in cui aveva battuto la testa e sussultò. Sarebbe spuntato un bel bernoccolo. «Dov'è quella stupida sveglia? Doveva suonare alle sette.»

«Non l'hai sentita. E non c'è da meravigliarsi, dopo quello che e successo.» Alicia andò nella piccola cucina e si guardò intorno. «Dov'è…»

«Nel pensile, a sinistra. Caffè, filtri, latte e zucchero.»

«Hai fame? So preparare colazioni fantastiche…»

«No.»

Lei scrollò le spalle e riempì d'acqua la caldaia della macchina del caffè. Anawak la osservò per qualche secondo, poi si sollevò dalla cuccetta. «Girati, devo infilarmi qualcosa.»

«Non fare tante scene. Non ti guardo mica.»

Lui aggrottò la fronte mentre osservava i suoi jeans. Erano appallottolati sulla panca vicino alla cuccetta. Vestirsi si rivelò molto difficile. Aveva le vertigini e la gamba ferita gli faceva male se la piegava. «John ha chiamato?» chiese.

«Sì. Prima.»

«Da

«Che cosa c'è?»

«Anche un vecchio decrepito ci mette meno tempo a infilarsi i pantaloni. Al diavolo, perché non ho sentito la sveglia? Volevo assolutamente…»

«Sai una cosa? Sei uno scemo, Leon. Un vero scemo. Due giorni fa sei sopravvissuto a un incidente aereo. Hai un ginocchio gonfio e, secondo me, qualche rotella del tuo cervello è andata fuori posto. Abbiamo avuto una fortuna incredibile. Potremmo essere morti come Da

Anawak si sedette sulla panca. «Sì, ho finito. Cos'ha detto John?»

«Ha raccolto tutti i dati e ha guardato i video.»

«Fantastico. E allora?»

«Niente. Ti devi formare da solo la tua opinione.»

«È tutto?»

Alicia riempì il filtro con la polvere di caffè, lo mise sulla caldaia e accese la macchinetta. Dopo qualche secondo, la stanza si riempì di leggeri schiocchi e gorgoglii. «Gli ho detto che stavi ancora dormendo», disse. «Ha risposto che non ti dovevo svegliare.»

«Perché?»

«Perché devi guarire. Ha detto così, e a ragione.»

«Io sono guarito», ribatté Anawak, testardo. Ma non ne era sicurissimo. Quando il DHC-2 era entrato in collisione con la balena grigia aveva perso la superficie portante. Da

Subito dopo, aveva visto Alicia sdraiata vicino a lui, e il dolore aveva perso ogni importanza. Sembrava morta. Prima che l'orrore lo sopraffacesse, gli avevano spiegato che non era morta e che aveva avuto ancora più fortuna di lui. Il corpo del pilota aveva attutito il colpo. Benché fosse semincosciente, Alicia era uscita dal relitto che si stava inabissando. L'idrovolante era affondato nel giro di un minuto. L'equipaggio del Whistler era riuscito a recuperare Anawak e Alicia, ma lo sfortunato pilota era sparito negli abissi col suo DHC-2.

Nonostante la tragedia, l'operazione si poteva comunque definire un successo. Da

E invece la situazione stava peggiorando. Morivano sempre più uomini. Anawak stesso era stato per due volte vicinissimo alla morte. Forse aveva elaborato così in fretta la morte di Susan Stringer perché la rabbia contro Greywolf aveva cauterizzato tutti gli altri sentimenti. Ora, due giorni dopo la caduta dell'aereo, si sentiva malissimo. Come colpito da una malattia che, dopo essere stata repressa per a

No, non era guarito, e lo stiramento del ginocchio non era il vero problema.

Anawak si sentiva mutilato dentro.

Aveva trascorso quasi tutto il giorno precedente dormendo. Erano venuti a trovarlo Davie, Shoemaker e gli skipper. Ford aveva telefonato più volte, chiedendo sue notizie. Nessun altro si era particolarmente preoccupato per lui. Mentre i genitori di Alicia e un mucchio di suoi amici — compreso un suo ex fidanzato deciso a far valere i diritti maturati nel corso di una relazione durata due a

Era malato e sapeva che nessun medico avrebbe potuto aiutarlo.

Alicia gli mise davanti una tazza di caffè appena fatto e lo fissò attraverso i suoi occhiali blu. Anawak ne bevve un sorso, si scottò la lingua e si allungò per prendere il radiotelefono.

«Posso farti una domanda personale, Leon?» disse lei.

Lui si fermò e scosse la testa. «Più tardi.»

«Più tardi quando?»

Anawak sospirò e compose il numero di Ford.

«Non abbiamo ancora finito con le osservazioni», spiegò il direttore. «Prenditi del tempo e riposati.»