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PARTE QUINTAContatto
«La ricerca di un'intelligenza aliena è sempre la ricerca della propria.»
Sogni
Sveglia!
Sono sveglia.
Come fai a saperlo? Intorno a te c'è la più totale oscurità. Ti stai avvicinando alle origini del mondo. Cosa vedi?
Niente.
Cosa vedi?
Vedo le luci verdi e rosse degli strumenti davanti a me. Strumenti che indicano la pressione interna ed esterna, le riserve di ossigeno del Deepflight, l'angolazione con cui scivolo in basso, le riserve di combustibile, la velocità. Il batiscafo esamina la composizione chimica dell'acqua e mi mostra dati e tabelle. I sensori registrano la temperatura esterna e me la trasmettono.
Cos'altro vedi?
Vedo un vortice di particelle. Nella luce dei proiettori sembra neve. Sostanze organiche che sprofondano. L'acqua è satura di composti organici. Un po' torbida. No, molto torbida.
Puoi vedere ancora molto. Non vuoi vedere tutto?
Tutto?
Karen ha messo quasi mille metri tra sé e la superficie dell'acqua e non è ancora stata aggredita. Non ha incontrato né orche né yrr. Il Deepflight lavora in maniera impeccabile. Si avvita verso il basso in un'ampia spirale ellissoidale. Di tanto in tanto, qualche piccolo pesce finisce nella luce e scappa via subito. Tutt'intorno danzano detriti. Krill, granchi minuscoli… Nient'altro che punti bianchi nel cono del proiettore. L'abbondanza di particelle riflette la luce verso la sorgente.
Da dieci minuti, Karen fissa concentrata il bozzolo sporco, grigio, formicolante che le luci del Deepflight proiettano davanti a sé. Oscurità illuminata artificialmente. Luce che non illumina. Dieci minuti in cui ogni senso del sopra e del sotto è scomparso. Ogni due o tre secondi controlla sugli strumenti quello che la vista all'esterno non può dirle: a che velocità va, con quale inclinazione, da quanto tempo.
L'affidabilità del computer.
Naturalmente sa che è la sua voce quella con cui sta dialogando quasi inconsapevolmente. È la quintessenza delle esperienze fatte, della vita imparata e vissuta: punti di vista solo al limite della coscienza. Qualcosa le sta parlando, qualcosa che, nel contempo, è fuori di lei e con lei, la cui esistenza le era rimasta nascosta fino a quel momento. Quella cosa nella sua testa le pone domande, le fa proposte, la confonde.
Cosa vedi?
Poco.
Poco è già un'esagerazione. Solo gli uomini accettano l'idea assurda di affidarsi a un apparato sensoriale artificiale quando il loro non funziona più. Con tutto il rispetto per i tuoi strumenti, per sapere dove va la tua specie, un cono luminoso è assai inadatto, Karen. Quella luce è solo uno spazio angusto, una prigione. Libera la tua mente. Vuoi vedere tutto?
Sì.
Allora spegni i proiettori.
Karen esita. Aveva comunque intenzione di farlo. Sarebbe stato necessario per vedere la luminescenza blu nell'oscurità, quando sarebbe arrivato il momento. Ma quando? Con sorpresa, si rende conto di quanto si fosse aggrappata a quel ridicolo cono luminoso. Troppo. Come a una piccola torcia elettrica sotto le coperte. Uno alla volta, spegne i potenti proiettori. Rimangono solo le spie della strumentazione. La pioggia di particelle sparisce.
Il nero assoluto la circonda.
Le acque polari sono blu. Nel Pacifico settentrionale c'è poca vita dipendente dalla clorofilla, come pure in determinate zone intorno al continente Antartico. A pochi metri sotto la superficie, quel blu sembra quasi un cielo. Come un astronauta che, in una navicella spaziale, vede il blu diventare sempre più scuro, finché lui non si trova circondato dal nero dello spazio, così su un batiscafo si sprofonda nella direzione opposta, verso un universo pieno di misteri, una zona d'intimità. In fondo, non importa se l'uomo sale o scende. In entrambi i casi, con le immagini abituali spariscono le sensazioni abituali o tutto ciò che i sensi umani trasformano in sensazioni, anzitutto la vista, seguita dal peso. Al contrario dello spazio, il mare è dominato dalla forza di gravità, ma chi si trova a mille metri di profondità, in viaggio nelle tenebre assolute, non può che fidarsi dell'indicatore digitale per sapere se sta scendendo o salendo. Simili informazioni non possono venire né dall'orecchio interno, né da uno sguardo all'esterno.
Karen è scesa alla velocità massima. Il Deepflight ha attraversato in fretta quel cielo polare capovolto, e tutto è diventato buio molto velocemente. Quando il batimetro aveva indicato i sessanta metri, già c'era solo il quattro per cento della luce presente in superficie, e lei aveva comunque acceso i proiettori. Un'astronauta impegnata a illuminare l'universo con una lampadina.
Sveglia, Karen.
Sono sveglia.
Sì, certo, sei sveglia e molto concentrata, ma stai sognando il sogno sbagliato. Tutta l'umanità è prigioniera del sogno a occhi aperti di un mondo che non esiste. Noi sogniamo un cosmo fatto di tabelle tassonomiche e medie statistiche, che colga oggettivamente la natura. Rifiutiamo di vedere la relazione intima delle cose, legate in un intreccio indistricabile, cerchiamo di scorporare ogni elemento, ordinandolo in una struttura gerarchica al cui vertice mettiamo noi stessi. Ci accordiamo su idoli e frammenti minuscoli che chiamiamo realtà, creiamo conseguenze e gerarchie, deformiamo spazio e tempo. Dobbiamo sempre vedere qualcosa per comprenderlo, ma, nel momento in cui lo rendiamo visibile, lo sottraiamo alla nostra comprensione. L'uomo vedente è cieco, Karen. Guarda nell'oscurità. L'origine di tutta la vita è scura.
L'oscurità è minacciosa.
E invece no! Semplicemente sottrae i punti di riferimento alla nostra esistenza visibile. È così brutta? La natura è obiettiva e ricca di varietà! S'impoverisce attraverso le lenti dei preconcetti, perché noi giudichiamo secondo ciò che approviamo o non approviamo. Vediamo sempre noi stessi in quel violento luccichio. Tutte quelle rappresentazioni sugli schermi dei nostri televisori e dei computer mostrano il mondo reale? La somma di tutte le impressioni può dare varietà, se ci dobbiamo sempre accordare su modelli come «il gatto» o «il colore giallo»? Senza dubbio c'è qualcosa di fantastico nel modo in cui il cervello umano strappa alla ricchezza della realtà questo mondo medio. È un comodo trucco per rendere possibile la comprensione dell'impossibile, ma il prezzo è l'astrazione. Ciò che rimane è un mondo idealizzato, in cui milioni di do
Ma in compenso ci ha resi più vicini.
Lo credi davvero?
Non abbiamo forse cercato una strada per comunicare con gli yrr? Non ha funzionato? Abbiamo scoperto la matematica come base comune.
Attenzione! Questa è una cosa completamente diversa. Non c'è spazio per le varianti nei calcoli della tavola pitagorica. La velocità della luce rimane sempre la velocità della luce. Le formule matematiche sono immutabili finché descrivono lo stesso spazio fisico. La matematica non permette valutazioni. Le formule non vivono in una caverna o su un albero, non si possono accarezzare, non digrignano i denti se ci si avvicina troppo. Non c'è una legge della gravitazione che sia la media di molte altre, ne esiste una sola. Certo, attraverso la matematica abbiamo stabilito un contatto, ma per questo ci comprendiamo a vicenda? Il modo di etichettare il mondo segue le peculiarità della storia della cultura, e ogni cultura vede il mondo in maniera diversa. Gli inuit non ha
Cosa vedi?
Karen fissa nell'oscurità. Il batiscafo segue tranquillo la propria rotta, sempre inclinato di sessanta gradi, a dodici nodi di velocità. È già sceso di millecinquecento metri. Dal rivestimento del Deepflight non arrivano né gemiti né scricchiolii. Nella cabina tubolare a fianco c'è Mick Rubin. Cerca di non pensarci. È strano volare nella notte con un morto.
Un messaggero morto al quale sono affidate tutte le speranze.
Un lampo improvviso.
Gli yrr?
No, qualcos'altro. Cefalopodi. È finita in un banco. Improvvisamente si trova a scivolare in mezzo a una Las Vegas sottomarina. Nell'eterna notte, i possibili partner non possono essere impressionati né dagli abiti vivaci né dalle danze. Quando i giovani sono a caccia di una compagna, sfoggiano la luminescenza. Intere serie di organi scintillano con batteri luminosi posti nei fotofori, piccole tasche trasparenti che si aprono e si chiudono, una tempesta di luci, l'urlo codificato degli abissi. In questo caso, sembra che non si tratti di fare la corte al batiscafo di Karen. I lampi servono per spaventare. Sparisci, dicono, e, dato che Karen non se ne va, gli animali aprono completamente i loro fotofori e la mandano in visibilio coi loro abiti uniformemente luminosi. In mezzo ci sono organismi più piccoli, chiari, con un nucleo rosso o blu: meduse.
Poi si aggiunge qualcosa che Karen non può vedere, ma che il sonar rileva. Una massa grande e compatta. Per un momento lei pensa a un insieme di yrr. Ma quelli sono luminosi e invece la cosa è nera come il mare tutt'intorno. Ha una forma allungata, massiccia da una parte e affilata verso la parte opposta. Karen sta volando proprio verso di lei. Solleva un po' il Deepflight e scivola appena sopra l'essere e, nello stesso istante, capisce cos'ha appena evitato.
Le balene devono bere. Può sembrare assurdo per chi trascorre la vita sott'acqua, ma, per una balena, il pericolo di morire di sete nell'oceano è tanto elevato quanto per un naufrago. Le meduse sono fatte quasi esclusivamente di acqua, come pure i cefalopodi, e forniscono molti liquidi vitali; per questo il capodoglio cerca i cefalopodi e le meduse. S'immerge verticalmente fino a mille, duemila, a volte anche tremila metri, rimane laggiù poco più di un'ora, ritorna in superficie per una decina di minuti per respirare e poi s'immerge di nuovo.
Karen ha incontrato un capodoglio. Un predatore inquieto con una buona vista. Sto attraversando un regno di tenebre e di buona vista. Quaggiù tutti ci vedono bene.
Cosa vedi? E cosa non vedi?
Stai percorrendo una strada. A una certa distanza, scorgi un uomo che ti viene incontro. Un po' più in là c'è una do
Siamo in quattro.