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«Ehi, Leon! Non dorma. Manovrare questo affare è uno spasso.»

«Che devo fare?»

«Quello che vuole. Basta che faccia qualcosa. Ci porti sulla luna!»

E in questo caso la luna è in basso. Va bene… pensò Anawak.

Spinse il joystick in avanti.

La punta del Deepflight si abbassò bruscamente e loro si diressero verso gli abissi. Anawak teneva lo sguardo fisso nell'oscurità. Tirò indietro il joystick, stavolta con maggiore cautela. L'imbarcazione si raddrizzò. Provò a fare una virata, ma la prese troppo stretta. Ci provò un'altra volta. Sapeva che stava guidando con troppi strappi, ma in fondo era molto semplice. Una pura questione di esercizio.

Un po' più in là, vide il secondo Deepflight e, improvvisamente, cominciò a provarci gusto. Avrebbe potuto volare per ore.

«Non male, Leon. È vero che, alla lunga, col suo modo di guidare, c'è il rischio di sentirsi male, ma imparerà. Ora vada in orizzontale. Bene, così. Lo lasci galleggiare lentamente. Ora le mostro come si usa il braccio meccanico. È ancora più semplice.»

Dopo cinque minuti, Roscovitz riprese i comandi e riportò lentamente l'imbarcazione verso la paratia. I minuti trascorsi tra le due paratie chiuse sembrarono eterni, ma, alla fine, i due furono liberi e riemersero. In un certo senso, Anawak si sentì sollevato. Nonostante il suo entusiasmo, il pensiero delle orche che quella mattina avevano circondato la nave lo faceva sentire a disagio. Per non parlare delle sorprese che il mare poteva ancora riservare agli imprudenti piloti dei batiscafi.

Roscovitz aprì le cupole. Si sollevarono dalle cabine e balzarono sul molo.

Davanti a loro c'era Floyd Anderson. «Allora, com'è andata?» chiese, senza dimostrare un particolare interesse.

«È stato divertente.»

«Purtroppo devo interrompere il divertimento.» Il primo ufficiale guardò il secondo batiscafo che stava riemergendo. «Non appena avete messo la testa sott'acqua, è successo qualcosa. Abbiamo ricevuto un segnale.»

«Come?» Samantha si fece avanti. «Un segnale? Di che genere?»

«Credo che sia lei a dovercelo dire.» Anderson le rivolse uno sguardo indifferente. «Ma è molto alto. E molto vicino.»

Combat Information Center

«È un segnale nel campo delle basse frequenze», disse Shankar. «Sul modello scratch.»

Lui e Samantha avevano raggiunto di corsa il CIC. Nel frattempo, avevano ricevuto la conferma dalle stazioni di terra. In effetti, secondo i calcoli, la fonte si trovava nelle immediate vicinanze dell'Independence.

«Ci capite qualcosa?» chiese Judith Li, entrando.

«Per il momento, no.» Samantha scosse la testa. «Dobbiamo usare il computer. Spezzetterà il segnale e lo confronterà coi campioni.»

«Allora ne avremo fino all'a

«Vorrebbe essere una critica?» sbottò Shankar, seccato.

«No, tuttavia mi chiedo come farete a decifrare in pochi giorni un segnale su cui la vostra gente si sta spaccando la testa dagli a

«E se lo chiede ora?»

«Non litigate, bambini.» Samantha prese una sigaretta, poi la accese con tutta calma. «Ho detto che è una cosa completamente diversa cercare di farsi comprendere dagli extraterrestri. Verosimilmente, ieri abbiamo mandato agli yrr il primo messaggio che potessero decifrare. Rispondera

«Lei crede davvero che rispondera

«Se sono gli yrr, se è una risposta, se ha

«Perché rispondono con gli infrasuoni e non sulla nostra stessa frequenza?»

«Perché dovrebbero?» chiese Samantha, sorpresa.

«Per diplomazia.»

«Perché non risponde in russo a un russo che si rivolge a lei in un inglese passabile?»

Judith Li scrollò le spalle. «Va bene. E ora?»

«Come prima cosa, dobbiamo interrompere la trasmissione del messaggio per segnalare che abbiamo ricevuto la loro risposta. Se ha

Joint Intelligence Center

Karen Weaver si era ripromessa l'impossibile. Cercava d'ignorare la consapevolezza dell'esistenza di una forma di vita intelligente e contemporaneamente di confermarla.

Samantha le aveva spiegato che tutte le ipotesi sulle civiltà extraterrestri culminavano sempre nelle stesse domande, tra cui c'era quella sulle dimensioni di un'entità intelligente. Nell'ambiente del SETI, dove ci si dedicava alle possibilità di una comunicazione interstellare, si filosofeggiava prevalentemente su esseri consapevoli dell'esistenza di altri mondi, esseri che sollevavano lo sguardo al cielo e che, a un certo punto, decidevano di stabilire un contatto. Era verosimile che esseri di quel genere vivessero sulla terraferma, cosa che avrebbe imposto limiti ben definiti alla loro possibilità di crescita.

Astronomi ed esobiologi erano arrivati a una conclusione: per avere temperature superficiali tali per cui, nel giro di uno o due miliardi di a

Ancora più entusiasmante era la questione del limite inferiore della crescita. Le formiche potevano sviluppare l'intelligenza? E che dire dei batteri o dei virus?

Gli scienziati del SETI e gli esobiologi avevano una lunga serie di argomenti su cui discutere. Era praticamente certo che, nei settori più «familiari» dello spazio, non c'era nessuna forma di civiltà simile a quella umana. Ciò si poteva sostenere quantomeno nel sistema solare. Al massimo, c'era la speranza di scoprire su Marte o su una delle lune di Giove qualche spora e forse addirittura un organismo unicellulare. Quindi si cercava la più piccola unità funzionante che potesse essere definita vita, con cui si potesse arrivare inevitabilmente a una molecola organica complessa, il più minuscolo sistema informativo e di memoria immaginabile, con una propria infrastruttura. E quindi si arrivava alla domanda se una molecola poteva sviluppare l'intelligenza.

Indubbiamente una molecola non poteva.

Ma non era intelligente neppure la singola cellula nervosa del cervello umano. Per rendere intelligente un uomo erano necessari cento miliardi di cellule e ciò era in relazione alle sue dimensioni corporee. Un essere intelligente più piccolo dell'uomo probabilmente avrebbe avuto bisogno di meno cellule, ma le dimensioni delle molecole di cui esse erano costituite sarebbero rimaste uguali e, al di sotto di un certo numero di molecole, non poteva accendersi la scintilla dell'intelligenza. Il problema con le formiche era proprio quello. Forse si poteva attribuire loro un'intelligenza inconsapevole, ma il loro cervello aveva comunque un numero troppo limitato di cellule per «mirare» a un'intelligenza superiore. Inoltre, poiché le formiche non respiravano coi polmoni, ma conducevano l'ossigeno direttamente nelle cellule attraverso le trachee, non potevano crescere — oltre certe dimensioni la respirazione attraverso il corpo non funzionava più — e quindi non potevano sviluppare un cervello più grande. Così, come tutti gli insetti, arrivavano in un vicolo cieco dell'evoluzione. Gli scienziati ritenevano che il limite inferiore delle dimensioni corporee per un essere intelligente fosse dieci centimetri, e quindi la possibilità di trovare un Aristotele che zampettava era praticamente pari a zero. Figuriamoci un Aristotele unicellulare.

Mentre lavorava al computer, tentando di spiegare il rapporto tra organismi unicellulari e intelligenza, Karen rifletteva su queste cose. Poche ore dopo la scoperta fatta in laboratorio, la questione se la gelatina fosse davvero intelligente suscitava, sull'Independence, un diffuso scetticismo. Gli unicellulari non erano creativi e non sviluppavano la consapevolezza di sé. Era vero che una grande massa di unicellulari poteva teoricamente corrispondere a un cervello o a un corpo. Ed era altrettanto vero che la «cosa» al largo di Vancouver Island verso cui avevano nuotato le balene era composta da miliardi di cellule. Ma ciò implicava un pensiero? E, se anche così fosse stato, come apprendeva, quella cosa? Come comunicavano le cellule? Cosa rendeva un conglomerato di cellule un insieme dotato di capacità superiori?

Cosa aveva portato gli uomini a un tale livello?

O quella gelatina era effettivamente solo una massa apatica, oppure nascondeva un trucco.

Era effettivamente riuscita a guidare balene e granchi.

Doveva esserci un trucco!

La Kurzweil Technologies aveva sviluppato un programma per la costruzione di un'intelligenza artificiale, composta da miliardi di unità di memoria che dovevano simulare i neuroni e quindi il cervello. In tutto il mondo si lavorava sull'intelligenza artificiale e si era arrivati a uno stadio in cui essa era dotata di capacità di apprendimento e, in un certo senso, anche di un autosviluppo creativo. Nessuno dei ricercatori aveva ancora sostenuto di essere arrivato a qualcosa che somigliasse alla consapevolezza, ma la questione rimaneva aperta: in quale momento un agglomerato di piccole unità identiche diventava una forma di vita? E, soprattutto, era possibile creare la vita in quel modo?

Karen aveva preso contatto con Ray Kurzweil, quindi disponeva di un'intelligenza artificiale di ultima generazione. Fece una copia di sicurezza e suddivise l'originale nelle sue singole componenti elettroniche, troncò i ponti di comunicazione e la trasformò in uno sciame destrutturato. Immaginò come sarebbe stato se si fosse scomposto nello stesso modo un cervello umano e cosa sarebbe dovuto succedere perché le singole cellule ritornassero a essere un tutt'uno pensante. Dopo un po', il suo computer era popolato da miliardi di neuroni elettronici, minuscole unità di memoria senza legami tra loro.

Poi immaginò che non fossero unità di memoria, ma unicellulari.

Miliardi di unicellulari.

Rifletté sul passo successivo. Doveva stare vicina alla realtà, altrimenti i suoi risultati non sarebbero stati credibili. Dopo aver riflettuto per un po', programmò uno spazio tridimensionale e lo dotò delle caratteristiche fisiche dell'acqua. Come apparivano gli unicellulari? Avevano tutte le forme possibili: a bastoncino, a triangolo, frastagliati, a stella, con o senza flagelli… Optò per il più semplice. Rotondo. Ora avevano una forma. Finché i suoi colleghi in laboratorio non fossero arrivati ad altre conclusioni, i suoi unicellulari virtuali sarebbero stati rotondi.