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Un po' alla volta, il computer si trasformò in un oceano. Forse avrebbe dovuto spingersi oltre e programmare anche le correnti, in modo che lo spazio virtuale somigliasse fin nel dettaglio agli abissi oceanici. Ma non c'era tempo. Doveva anzitutto rispondere alla domanda cruciale.

Karen fissò il monitor.

Quante unità… Come poteva derivarne un essere pensante? Le dimensioni non avevano importanza. Per gli esseri che vivevano nell'acqua non valeva la regola generale delle dimensioni corporee massime, perché essi sono soggetti ad altre condizioni di gravità. Un essere intelligente che viveva nell'acqua poteva raggiungere dimensioni incomparabilmente più grandi di un organismo che viveva sulla Terra. Erano pochi gli scenari di civiltà acquatiche elaborati del SETI: non era possibile raggiungere simili culture con le onde radio e, probabilmente, esseri subacquei non avrebbero sviluppato interesse per lo spazio e per gli altri pianeti. Oppure avrebbero attraversato l'universo in acquari volanti? Era proprio quello lo scenario di cui aveva bisogno.

Mezz'ora dopo, quando Anawak entrò nel JIC, trovò Karen che fissava il monitor. Lei fu felice di vederlo. Dopo il suo ritorno dal Nunavut, avevano parlato molto del loro passato. Anawak sembrava sicuro di sé e ottimista. L'uomo triste che lei aveva visto al bar dello Château si era perso da qualche parte nell'Artico.

«A che punto sei?» le chiese.

«Ho il cervello a

«Qual è il problema?»

Gli raccontò che cosa aveva fatto. Anawak la ascoltò senza interromperla, poi disse: «Ovvio che non riesci ad andare avanti. Tu sei bravissima nelle simulazioni al computer, ma ti mancano alcune conoscenze basilari di biologia. Ciò che rende un cervello un'unità pensante è la sua struttura. I neuroni del nostro cervello sono in larga misura simili; sono le forme e i modi della co

«Okay, Londra.»

«E adesso immagina che improvvisamente tutte le case e le strade perdano coesione e cadano le une addosso alle altre. Una vera baraonda. Ora prova a rimetterle insieme. Ci sono infinite varianti, ma solo una è Londra.»

«Va bene. Ma come faccio a sapere dove va ogni casa?» Karen sospirò. «No, partiamo da un altro punto. Non importa come le cellule nel cervello sono collegate tra loro. La questione è: perché prese nel loro insieme formano qualcosa che è più della somma delle parti?»

Anawak si grattò il mento. «Come posso spiegartelo? Okay, torniamo alla nostra città. Si sta costruendo un grattacielo, diciamo da… mille operai. Sono tutti uguali… Per quanto mi riguarda possono anche essere clonati.»

«Oh, mio Dio. Non è Londra.»

«Ognuno di loro ha un compito specifico, determinati movimenti che deve eseguire. Ma nessuno di loro conosce il progetto per intero. Tuttavia costruiscono la casa. Se tu ne sostituissi qualcuno, ci sarebbe un blocco. Dieci operai che formano una catena per passarsi le pietre cadrebbero in confusione se improvvisamente uno di loro fosse sostituito da uno che deve avvitare.»

«Capisco. La cosa funziona finché ciascuno resta al proprio posto.»

«Funzionano insieme.»

«E tuttavia alla sera va

«Va

«Quindi c'è un progettista.»

«Oppure gli operai sono il progetto.»

«E ogni operaio deve essere codificato in maniera leggermente diversa rispetto ai suoi colleghi.»

«Esatto. Gli operai sono uguali solo in apparenza. Ricominciamo da capo. Okay, c'è un progetto. Okay, loro sono codificati. Ma cosa ti serve perché diventino una rete?»

Karen rifletté. «La volontà di collaborare?»

«Una cosa più semplice.»

«Hmm…» Poi, improvvisamente, comprese. «La comunicazione. Una lingua che tutti capiscano. Un messaggio.»

«E cosa dice il messaggio quando, al mattino, tutti si alzano dal letto?»

«Vado al cantiere, a lavorare.»

«E dunque?»

«So che cosa devo fare.»

«Già. Be', sono operai poco adatti a una conversazione complessa. Sono tipi che lavorano sodo. Sudano costantemente, sudano anche di notte a letto e al mattino quando si alzano, sudano per tutto il giorno. Come fa

Karen lo guardò con un'espressione tirata. «Dall'odore di sudore.»

«Bingo!»

«Certo che ne hai di fantasia.»

Anawak sorrise. «È colpa di Sue. Ha raccontato prima di quel batterio che forma delle colonie… Myxococcus xanthus. Lo sai anche tu, secerne una sostanza odorosa e tutti si ammucchiano.»

Karen a

«Ci penserò in piscina», disse. «Vieni anche tu?»

«A nuotare? Adesso?»

«A nuotare? Adesso?» lo scimmiottò. «Stammi a sentire, di solito non me ne sto chiusa in una stanza e inchiodata in un posto.»

«Pensavo fosse normale per i patiti di computer.»

«Ho l'aspetto di una patita di computer? Sono pallida e flaccida?»

«Oh, sei senza dubbio l'apparizione più pallida e flaccida che mi sia mai capitato di vedere», rise Anawak.

Notò lo scintillio negli occhi di Karen. Anawak era piccolo e tarchiato e non sembrava davvero George Clooney, ma in quel momento le sembrò bello e sicuro di sé.

«Che stupido», disse, ridendo.

«Grazie.»

«Solo perché hai trascorso metà della tua vita in acqua, sei convinto che chi si occupa di computer sia cresciuto appiccicato a una sedia. La maggior parte delle cose le faccio all'aria aperta. Con la mia testa, Leon! Metto il laptop nello zaino e via, camminare! Si può scrivere anche su una roccia, sai? Questa ricerca m'i

Anawak si alzò e si portò dietro di lei. Per un momento, Karen pensò che se ne volesse andare. Poi sentì le sue mani sulla nuca, sulle scapole.

Le stava facendo un massaggio.

Karen s'irrigidì. Non era sicura che le piacesse.

Certo che le piaceva. Però non era sicura di volerlo.

«Non sei contratta», commentò Anawak.

Aveva ragione. Perché l'aveva detto?

Nel momento in cui si alzò dalla sedia, un po' troppo bruscamente, facendo scivolare via le mani di Anawak, Karen comprese che stava commettendo un errore. Le sarebbe piaciuto restare lì, seduta, e lasciarlo continuare. E invece mormorò, imbarazzata: «Io vado a nuotare», e uscì.

Anawak

Si chiese cos'era andato storto. Sarebbe andato volentieri con lei in piscina, ma l'atmosfera era cambiata di colpo. Forse doveva chiederle il permesso di farle un massaggio alle spalle. Forse aveva valutato male la situazione.

Tu non ci sai fare in queste cose, pensò. Resta con le tue balene, stupido eschimese che non sei altro…

Decise di cercare Johanson per discutere la questione delle intelligenze unicellulari. Ma, in un certo senso, non ne aveva voglia. Così decise di dare un'occhiata al CIC. Greywolf e Alicia trascorrevano in quel luogo la maggior parte del tempo, impegnati nell'osservazione e nell'interpretazione dei suoni della squadra di delfini. Ma nel CIC non c'era altro da vedere che le riprese delle telecamere sullo scafo. I monitor mostravano l'acqua scura. Non era successo praticamente nulla da quando, al mattino, le orche avevano circondato la nave e poi, a quanto pareva, se n'erano andate. Shankar era seduto davanti al monitor su cui scivolavano file di numeri, portava cuffie enormi ed era in ascolto dei suoni degli abissi. Uno degli uomini di Shankar disse che Greywolf e Alicia erano nel ponte a pozzo per dare il cambio a MK6 con MK7.

Quindi Anawak discese la rampa del tu

Quello spazio gigantesco era assurdamente vuoto, inutile. Gli uffici tra le strutture di rinforzo dello scafo erano inutilizzati. Le lampade gialle appese alle traverse d'acciaio dell'alto e scuro soffitto illuminavano praticamente solo se stesse. Le tubature lungo le pareti conducevano al nulla. E ovunque c'erano cartelli di pericolo. Per chi?

«Talvolta, se la palestra è troppo affollata, mettiamo qui qualche tapis roulant», aveva detto Peak a Norfolk quando lo aveva condotto a fare un giro per la nave. «Allora sì che è proprio piacevole.» Era rimasto con la fronte aggrottata, come se stesse cercando le parole giuste. Infine aveva aggiunto: «Odio quando l'hangar è così vuoto. Odio il senso di abbandono che deriva dagli spazi che dovrebbero essere pieni. In un certo senso odio questa missione».

Era stata l'unica volta che aveva visto Peak in quello stato d'animo.

Lo spazio più vuoto è sempre quello dentro di sé, pensò Anawak.

Senza fretta, attraversò l'hangar e uscì sulla piattaforma dell'elevatore di sinistra. Il montacarichi era sospeso sulle onde, simile a un enorme solarium. Era fissato a rotaie verticali collocate ai due lati del portone di accesso. Due grandi elicotteri, con le pale dei rotori ripiegate, si trovavano lì per essere sollevati dall'hangar al ponte di volo. Anawak socchiuse gli occhi. Il vento sembrava morderlo. Una violenta raffica avrebbe potuto sollevare una persona e gettarla oltre la piattaforma, che era priva di sponde. Invece, intorno alla piattaforma, erano tese delle reti. Un cerchio di reti simili circondava tutta la nave, in modo che la tempesta e il getto degli aerei non scagliassero qualcuno in acqua.

Restava comunque rischioso.

Dieci metri sotto di lui, infuriava il mare. La visuale era ancora indistinta, ma la pioggia di particelle ghiacciate era finita. Il mare era un'infinita distesa marmorizzata, striata di schiuma. Un mare color ardesia, striato di bianco e in moto costante. Un deserto.

Che strano, pensò. Aveva trascorso più di metà della sua vita nel clima più temperato della costa occidentale del Canada. E adesso, per la seconda volta consecutiva, il destino l'aveva scagliato tra i ghiacci.

Il vento gli scompigliava i capelli. Sentì la pelle diventare progressivamente insensibile per il freddo. Portò le mani davanti alla bocca, formando una conchiglia, e ci soffiò dentro.

Poi rientrò.

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