Страница 134 из 206
Era mezzanotte quando Mary-A
Intorno all'una e mezzo, quando tutti cominciavano a essere stanchi, Akesuk tirò fuori dalle profondità del suo bagaglio una bottiglia di champagne. Strizzò l'occhio divertito ad Anawak. Mary-A
«Allora ce la beviamo noi», disse Akesuk.
Anawak scosse la testa. «Io non bevo.»
«Ah, è vero!» Akesuk lanciò uno sguardo triste alla bottiglia. «Ne sei sicuro? L'avevo tenuta per aprirla in un'occasione davvero speciale. L'occasione speciale è… Ma sì… Sei tornato a casa e pensavo…»
«Non voglio perdere il controllo, Iji.»
«Di che cosa? Della tua vita o di questo momento?» Rimise via la bottiglia. «Va bene. Ci sara
«Volentieri, Iji.»
Bighellonarono fino al bordo del ghiaccio. Anawak lasciò andare avanti lo zio, che sapeva meglio di lui dove il ghiaccio fosse stabile e dove rischiasse di rompersi. Gli inuit non avevano un'unica parola per indicare il concetto di «neve» o «ghiaccio»: ne avevano centinaia. Al momento, stavano avanzando sul ghiaccio elastico. Mentre gli iceberg erano fatti di acqua dolce — perché i sali non congelavano -, nel ghiaccio alla deriva e nel ghiaccio marino se ne trovavano dei residui. Quanto più in fretta il ghiaccio si congelava, tanto maggiore era la concentrazione salina. Quello era il motivo per cui il ghiaccio diventava più elastico: una cosa vantaggiosa d'inverno — perché era più difficile che si rompesse -, ma un inconveniente in primavera, dato che il rischio di rottura diventava più elevato. Tuffarsi nell'acqua gelata poteva uccidere, ma era ancora peggio se si veniva trascinati dalla corrente sotto il manto di ghiaccio.
Si appoggiarono contro un blocco di pack. Davanti a loro si stendeva il mare argentato. Per un po', Anawak rimase semplicemente a guardare. Anche Akesuk era in silenzio. Lasciarono trascorrere il tempo e improvvisamente — come se la natura avesse deciso di ricompensare la loro resistenza — dall'acqua si levarono due corni attorcigliati, simili a spade incrociate. Due maschi di narvalo apparvero a pochi metri di distanza dal bordo, rivelando le teste tonde, chiazzate di grigio scuro. Poi gli animali s'immersero lentamente. Nel giro di un quarto d'ora sarebbero riemersi. Quello era il loro ritmo.
Anawak era affascinato. A Vancouver Island i narvali non si vedevano praticamente mai. Per molto tempo erano stati prossimi all'estinzione. I loro corni — che in realtà erano denti allungati — erano di avorio e, per quel motivo, i narvali erano stati cacciati per secoli. Comparivano ancora nell'elenco degli animali minacciati di estinzione, ma il loro numero, tra il Nunavut e la Groenlandia, era risalito a diecimila.
Il ghiaccio scricchiolava e gemeva. Un po' più in là, gli uccelli stridevano sui resti dell'animale ucciso. Sulle rocce e sui ghiacciai dell'isola di Baylof si stendeva una luce delicata, che disegnava ombre sul mare ghiacciato. Appena sopra l'orizzonte c'era un sole pallido e gelido.
«Mi hai chiesto se mi sono mancate queste cose», disse Anawak.
Akesuk rimase in silenzio.
«Le ho odiate, Iji. Le ho odiate e disprezzate. Volevi una risposta. Ora ce l'hai.»
Lo zio sospirò. «Hai odiato tuo padre», replicò.
«Forse. Ma prova a spiegare a un ragazzino di dodici a
«Lo so.» Akesuk scosse la testa. «Non era più padrone di se stesso.»
«Mi ha dato in adozione», disse Anawak. Nelle sue parole c'era l'amarezza di a
«Non ti ha mandato via. Ti voleva proteggere.»
«E allora? Si è forse preoccupato di quello che sarebbe stato di me? Mia madre aveva toccato il fondo della depressione, mio padre era distrutto dall'alcol ed entrambi mi ha
«E lo era», confermò Akesuk. «Era un popolo orgoglioso.»
«Quando?»
Si aspettava che Akesuk s'infuriasse, ma lo zio si limitò ad accarezzarsi i baffi. «Prima della tua nascita», mormorò. «Gli uomini della mia generazione sono nati negli igloo, ed era assolutamente ovvio che tutti sapessero costruirli. Quando facevamo il fuoco, lo accendevamo con le pietre focaie, non coi fiammiferi. Non si sparava ai caribù, ma li si uccideva con arco e frecce. Non era lo skidoo a tirare le qamutik, ma i cani. Non suona tutto molto romantico? Ah, i bei tempi andati…» Akesuk scosse la testa. «E invece non è passato neppure mezzo secolo. Guardati intorno, ragazzo mio. Come vive oggi la gente? Voglio dire, è anche un bene, pochi popoli conoscono il mondo quanto noi. In una casa su due c'è un computer col collegamento a Internet, anche nella mia. Abbiamo ottenuto il riconoscimento di un nostro Stato.» Ridacchiò. «Recentemente, su nunavut.com c'era un quiz, a prima vista molto divertente. Hai mai visto la vecchia banconota canadese da due dollari? Sul davanti era raffigurata la regina Elisabetta II, mentre, sul retro, c'era un gruppo di inuit. Uno degli uomini è davanti a un kajak e tiene in mano un arpione. Davvero idilliaco. La domanda era: cosa rappresenta questa scena? Tu lo sai?»
«Temo di no.»
«Io sì. È l'immagine della cacciata, ragazzo. Il governo di Ottawa aveva trovato una bella parola per indicarla: 'trasferimento'. Una storia da Guerra Fredda. Ottawa temeva che agli Stati Uniti o all'Unione Sovietica venisse l'idea di rivendicare le zone disabitate del Canada artico, così aveva trasferito gli inuit, che vivevano da nomadi dalle loro zone d'origine, a sud della zona polare, verso Resolute e Grise Fiord, nelle vicinanze del Polo Nord. Avevano detto loro che lassù i territori di caccia erano migliori; in realtà si trattava di una trappola. Gli inuit dovevano portare un numero di matricola impresso su una placca di lamiera, simile alla piastrina dei cani. Lo sapevi?»
«Non lo ricordo.»
«Molti della tua generazione, molti dei bambini di oggi non ha
«Allora mio padre ha lottato per i diritti degli inuit?» chiese Anawak sottovoce.