Страница 133 из 206
Dopo aver trascorso la maggior parte della propria vita a Vancouver Island come studioso della vita marina, Anawak avrebbe potuto affermare di essere vissuto più vicino alla natura che a qualsiasi opera umana. Tuttavia scivolare su quel braccio di mare bianco, senza contorni — sempre più al largo, con a destra la tundra marrone e a sinistra le cime coperte di neve dell'isola Bylot — era una cosa completamente diversa rispetto all'osservare le balene nel Clayoquot Sound. Mentre il clima nel Canada occidentale sembrava fatto apposta per gli uomini, l'Artico era una sorta d'inferno. Certo, era magnifico, straordinario, però bastava a se stesso ed era letale per qualsiasi essere umano che si cullasse nell'illusione di poterlo dominare. I centri abitati sembravano quasi il caparbio tentativo di conquistare qualcosa che non si sarebbe mai potuto neppure raggiungere. Il viaggio in qamutik verso il bordo dei ghiacci si trasformò in un viaggio nell'ignoto. Quel poco che restava ad Anawak del senso del tempo sparì dopo un'altra notte illuminata dal sole. Stava facendo un viaggio alle origini del mondo. Anche il più razionale degli individui avrebbe capito perché l'orso polare aveva un'aria così malinconica, come raccontavano gli inuit nelle lunghe serate davanti al fuoco. L'orso aveva dimenticato la realtà a causa dell'amore per una do
L'aria fredda pungeva la pelle di Anawak.
Ogni volta che la natura si era avvicinata all'uomo era stata tradita. Da allora, dicono le leggende, gli orsi aggrediscono gli uomini. Quello era il loro regno. Erano i più forti. Tuttavia l'uomo li aveva sconfitti e, con loro, aveva sconfitto se stesso. Benché Anawak avesse voltato le spalle alla sua patria da due dece
C'era da meravigliarsi che negli abissi qualcuno avesse deciso di mettere la parola fine a tutto ciò?
Dopo due ore di viaggio, tornarono a dirigersi verso la costa dell'isola di Baffin. Indolenziti per essere stati seduti così a lungo e per i sobbalzi, per quanto ammortizzati dai pattini, camminarono a fatica sul ghiaccio pressato verso la tundra libera dalla neve, di fianco a macigni ricoperti di licheni. In mezzo alle pianure acquitrinose, ricoperte di muschio, splendevano fiori isolati, sassifraghe purpuree e potentille. Era la stagione migliore. Più tardi, in estate, lì ci sarebbero stati miliardi di moscerini.
Il terreno saliva dolcemente. Uno degli autisti degli skidoo li condusse su un altopiano che si affacciava sul mare e sulle montagne imbiancate, e mostrò loro i resti di antiche abitazioni dell'epoca thule e due semplici croci. Là erano seppelliti alcuni cacciatori di balene tedeschi. Diversi siksik - scoiattoli artici — s'inseguivano sull'altopiano e poi sparivano nelle spaccature del terreno. Mary-A
Dopo un breve pasto con panini e caffè, ripartirono, superarono un crepaccio ancora più grande e si diressero verso l'isola Bylot. Gli skidoo spruzzavano da tutte le parti l'acqua del disgelo. Il pack formava bizzarre barriere e costringeva a sempre nuove deviazioni. Dopo un breve tratto, arrivarono alle scogliere dell'isola Bylot. L'aria era satura delle grida degli uccelli. A migliaia, i gabbiani tridattili avevano fatto il nido nelle spaccature delle rocce e volavano in stormi. Il convoglio rallentò sino a fermarsi.
«Facciamo una passeggiata», disse Akesuk.
«Ne abbiamo appena fatta una», si meravigliò Anawak.
«È stato tre ore fa, ragazzo.»
Tre ore? Oh, santo cielo.
A differenza della tundra dell'isola di Baffin, che saliva dolcemente, l'isola di Baylot si mostrava assai impervia già nella zona costiera. Più che una passeggiata fu una scalata. A un certo punto, Akesuk indicò ad Anawak una scia bianca di escrementi di uccello. «Girifalchi», disse. «Splendidi animali.»
Emise una serie di fischi straordinari, ma i falchi non si fecero vedere. «Nell'interno avremo più possibilità di vederli. E potremo incontrare anche volpi, oche delle nevi, gufi, falchi e poiane.» Sorrise, ironico. «O forse no. L'Artico è così. Non si può prendere appuntamento. Il pack è inaffidabile, per gli animali come per gli inuit. Vero, ragazzo?»
«Io non sono un qallunaaq, se è questo che intendi», ribatté Anawak.
«Oh.» Lo zio fiutò l'aria. «Va bene. Penso che ci risparmieremo la salita. Lo faremo un'altra volta. Certamente tornerai qui, visto che non sei più un qallunaaq. Andiamo al bordo dei ghiacci, col bel tempo dovremmo farcela.»
Da quel momento in poi, il tempo smise di esistere.
Mentre si dirigevano verso est, lasciandosi alle spalle l'isola di Bylot, il ghiaccio si fece più irregolare e i colpi contro la slitta dive
«Ti ricordi ancora qualcosa», rise Akesuk.
Anawak lo guardò perplesso. Poi rise con lui. Si sentiva orgoglioso. Incredibile. Si sentiva orgoglioso di aver visto il crepaccio.
Nel pomeriggio, come per magia, nel cielo apparvero i «cani del sole». Così gli inuit chiamavano l'occasionale apparizione ai lati del sole di grandi anelli splendenti, generati dalla luce che attraversava minuscoli cristalli di ghiaccio. In lontananza, il pack si accatastava in gigantesche barriere, profondamente frastagliate. Poi, improvvisamente, alla loro destra apparve l'acqua. Una foca emerse, si guardò velocemente intorno e sparì. Un poco più avanti, ricomparve. Si lasciarono alle spalle quel buco e si fermarono davanti a un altro, di dimensioni enormi. Ci volle un po' ad Anawak per rendersi conto che quello non era un buco, bensì il bordo del ghiaccio. Al di là di esso, iniziava il mare aperto.
Dopo un po' incontrarono un accampamento e si fermarono. Ci fu una serie di saluti cordiali. Alcuni degli uomini si conoscevano e gli altri furono presentati con dovizia di particolari. Quelli dell'accampamento provenivano da Pond Inlet e Igloolik. Avevano catturato un narvalo e, dopo averlo squartato, ne avevano lasciato i resti più a est, nelle vicinanze del bordo del ghiaccio, all'incirca dov'era diretto il gruppo di Anawak. Ve
Verso sera lasciarono l'accampamento.
I due cacciatori ritornarono a Pond Inlet e il convoglio di Anawak si rimise in movimento lungo il bordo del ghiaccio. Dopo un po' superarono i resti del narvalo ucciso, circondato da stormi di uccelli che, gridando, cercavano di prendere i brandelli di carne. Il gruppo proseguì per allontanarsi il più possibile ma, quando si fermò, la carcassa era ancora visibile. Le guide piantarono il campo a circa trenta metri dal bordo del ghiaccio. Le casse ve
«È arrivato il momento», disse Akesuk, raggiante.
Sparì per primo nel «vaso di miele», come gli inuit chiamavano le loro toilette mobili. Intanto l'allestimento del campo procedeva. Le guide inuit proposero di fare una corsa con gli skidoo e Anawak si fece mostrare i comandi. Guidare uno skidoo risultò piuttosto semplice; poco dopo, lui correva, facendo curve folli sul ghiaccio splendente. Sentì il cuore diventare più leggero.
Adorava essere lì.
Fecero diverse corse, finché un uomo di Igloolik fu dichiarato vincitore del torneo. A quel punto, la fame si fece sentire. Mary-A