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Per un po' volarono lungo la costa e attraversarono il Circolo Polare. Dal punto di vista geografico, l'Artico iniziava lì. Sotto di loro, si stendeva il paesaggio ghiacciato del bacino di Foxe, coi suoi crepacci di ghiaccio grandi e piccoli, interrotti da superfici d'acqua. Dopo un breve tratto, tornarono a sorvolare la terra, frastagliata e con pareti montuose scoscese e falesie verticali. La neve brillava sul fondo di gole profonde e ombreggiate. Nei laghi ghiacciati si riversavano i rigagnoli dell'acqua del disgelo. Nella luce del sole basso, il paesaggio diventava sempre più splendido. Montagne scure si alternavano a valli i

Anawak dimenticò tutto ciò che aveva intorno.

Osservava la bizzarra bellezza dell'Artico. Gigantesche formazioni cristalline si levavano dalla bianca pianura: erano montagne di ghiaccio pere

Il sole era violento sull'orizzonte nordoccidentale. In quella stagione non sarebbe tramontato; solo intorno alle due del mattino avrebbe sfiorato per qualche minuto l'orizzonte. Erano le nove di sera quando raggiunsero la loro meta, ma Anawak aveva già perso il senso del tempo. Si trovava nei luoghi della sua infanzia e gli sembrava che un peso enorme gli fosse caduto dal petto.

Akesuk era nel giusto. Aveva ottenuto quello che fino a ventiquattr'ore prima lo stesso Anawak avrebbe ritenuto impossibile.

L'aveva riportato a casa.

Pond Inlet aveva le stesse dimensioni e il medesimo numero di abitanti di Cape Dorset, ma era completamente diversa. Quella regione era abitata da oltre quattromila a

Trascorsero una notte in hotel. Al mattino presto, Akesuk lo svegliò e andarono verso la riva. Lo zio guardava al largo, fiutando l'aria; disse che il bel tempo avrebbe retto e che si aspettava una splendida caccia. «La primavera non si è fatta aspettare», affermò soddisfatto. «All'hotel dicono che fino al limite del pack c'è mezza giornata. Forse una, dipende.»

«Dipende da cosa?»

«Può succedere di tutto. Dipende. Vedrai tanti animali. Balene, foche, orsi polari. Quest'a

Non c'è da meravigliarsi, con quello che sta succedendo, pensò Anawak.

Il gruppo comprendeva dodici persone. Anawak ne aveva conosciute alcune sull'aereo, altre le conobbe a Pond Inlet. Dopo che Akesuk ebbe confabulato con le due guide, raggrupparono i bagagli e lasciarono in deposito all'hotel quello che non era strettamente necessario. Nel frattempo erano state preparate per il viaggio quattro qamutik. Nei ricordi di Anawak, le slitte tradizionali erano trainate dai cani; adesso invece erano attaccate con una corda doppia ai gatti delle nevi, o skidoo. Le qamutik avevano sempre lo stesso aspetto: lunghe quattro metri, con pattini di legno molto arcuati e un gran numero di traverse tese e legate insieme, senza neppure un chiodo e una vite. Le slitte erano tenute insieme da corde e cinghie, per rendere più semplici le riparazioni. Su tre qamutik erano montate cabine di legno aperte in alto per proteggere dalle intemperie; la quarta serviva per trasportare i bagagli.

«Non sei vestito abbastanza», disse Akesuk, sbirciando la giacca a vento di Anawak.

«Ma come! Ho guardato il termometro. Ci sono sei gradi.»

«Dimentichi il vento. Hai due paia di calzini pesanti negli stivali? Qui non siamo a Vancouver.»

Effettivamente si era dimenticato tante cose. Soltanto adesso cominciava a rendersi conto di aver scelto un abbigliamento inadeguato per affrontare il freddo. Quasi si vergognava. Ovviamente il freddo ai piedi era il problema principale, lo era sempre stato. S'infilò un altro paio di calzini e un secondo pullover, benché si sentisse un barile ambulante. Tutti i partecipanti al viaggio, coi loro abiti protettivi e gli occhiali da neve, somigliavano ad astronauti.

Akesuk e le guide controllarono per l'e

Gli occhi dell'uomo brillavano. I baffi sottili e grigi sembravano arruffarsi per il piacere. Anawak lo osservava mentre correva indaffarato di slitta in slitta. Ijitsiaq Akesuk era completamente diverso da suo padre. In sua compagnia, gli inuit e il loro modo di vivere acquistavano importanza.

I pensieri di Anawak si rivolsero all'entità che abitava gli abissi marini.

Una volta iniziato il viaggio sul ghiaccio, avrebbero seguito solo le regole della natura. Per sopravvivere là fuori era necessario assumere un atteggiamento che si poteva definire panteistico. Non ci si doveva dare troppa importanza. Non si era importanti in se stessi, perché si era solo una parte dell'anima del mondo, che si manifestava negli animali, nelle piante, nel ghiaccio e occasionalmente anche negli uomini.

E negli yrr, pensò Anawak. Chiunque siano, qualunque aspetto abbiano, ovunque vivano e come.

Con un leggero scossone, il gatto delle nevi che trainava la slitta su cui avevano trovato posto Anawak, Akesuk e la moglie si mise in moto. Poi cominciarono a scivolare sul mare ghiacciato e i

Dopo un po' i due inuit delle qamutik in testa cambiarono direzione di marcia, e gli altri li seguirono. Anawak rimase sconcertato, poi vide che stavano girando intorno a un crepaccio aperto nel ghiaccio, troppo grande per essere attraversato dalle slitte. Oltre il bordo azzurrognolo si scorgeva l'acqua nera e apparentemente senza fondo del mare.

«Potrebbe volerci un po'», disse Akesuk.

«Sì, ci costerà del tempo», concordò Anawak, rammentando come, in passato, avessero costeggiato a lungo simili crepacci.

Akesuk si grattò il naso. «No. Perché dovrebbe costare qualcosa? Non stiamo sacrificando del tempo. Lo teniamo comunque, sia che viaggiamo direttamente verso est, sia che ci spostiamo per un tratto verso nord. L'hai dimenticato? Quassù non è importante la velocità con cui si procede. Anche se fai una deviazione, la tua vita continua lo stesso. Non è tempo perso.»

Anawak rimase in silenzio.

Sorridendo, lo zio proseguì: «Forse è stato questo il problema che ci ha afflitto nel secolo scorso: i qallunaat ci ha

Anawak lo guardò. «Non dovresti rammaricarti per lui, ma per mia madre», disse.

«Anche lei si è rammaricata per lui», ribatté Akesuk. Poi si mise a chiacchierare con Mary-A

In effetti furono costretti a percorrere diversi chilometri prima che il crepaccio si stringesse a sufficienza per poter passare dall'altra parte. Una delle due guide inuit sganciò il proprio gatto delle nevi e superò il crepaccio a tutta velocità. Poi gettò delle corde alle qamutik e le trascinò oltre il crepaccio. Proseguirono. Con aria imperturbabile, lo zio s'infilò in bocca una sottile striscia di grasso e passò ad Anawak il barattolo con le strisce rimanenti.

Esitando, Anawak ne prese una. Era pelle di narvalo. Un tempo, quand'erano in viaggio, avevano sempre della pelle di narvalo tra le provviste. Sapeva che aveva molta vitamina C, più del limone e dell'arancia. La masticò e gustò il sapore di noci fresche.

Il sapore i

«Crepacci di ghiaccio sul mare, barriere di ghiaccio pressato…» Lo zio rise. «Questa non è un'autostrada, Leon. Dimmi la verità, non ti sono mai mancate queste cose?»

Se Akesuk aveva notato lo stato emotivo in cui era improvvisamente sprofondato Anawak e aveva pensato di rafforzarlo con quella domanda, si era sbagliato di grosso. Anawak scosse la testa. Forse fu solo l'orgoglio, ma disse asciutto: «No».

Nello stesso istante si vergognò della risposta.

Akesuk scrollò le spalle.