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Anawak si appoggiò allo schienale e rimuginò. Quell'invito lo aveva colto impreparato. Era pronto solo a quei due giorni… anzi a un giorno soltanto. Non a tre o quattro.

Come l'avrebbe spiegato a Judith Li?

D'altra parte, lei gli aveva lasciato intendere che poteva restare via quanto voleva.

Pond Inlet. Tre giorni.

In realtà non erano tanti. Il volo da Cape Dorset avrebbe richiesto al massimo due ore. Tre giorni all'aperto, indietro in due ore, direttamente a Iqaluit. «E tu che cosa ti riprometti con questo invito?» chiese.

Akesuk rise. «Di riportarti a casa, ragazzo. Che altro?»

All'aperto.

In quelle due parole si condensava la filosofia di vita degli inuit. «Essere all'aperto» significava sfuggire agli insediamenti, trascorrere le giornate estive negli accampamenti lungo le spiagge o sulle rive ghiacciate per catturare narvali e cacciare foche e trichechi. Agli inuit era permessa la caccia alle balene, limitatamente al loro fabbisogno. Si prendeva il necessario per la sopravvivenza al di fuori della civiltà, si caricavano vestiti, attrezzature e strumenti da caccia sugli ATV o sulle barche. Il luogo verso cui sarebbero partiti era selvaggio, un'area gigantesca che gli inuit avevano percorso da tempo immemorabile, prima che la civiltà li costringesse — loro malgrado — a diventare stanziali.

All'aperto, le strutture intorno alle quali si organizzava la vita nelle città non avevano più significato. Le distanze non erano misurate in chilometri o miglia, ma in unità di tempo. Due giorni per arrivare là, mezza giornata per raggiungere quell'altro posto, forse una giornata soltanto… Che senso aveva parlare di cinquanta chilometri, se in mezzo c'erano barriere impreviste come il pack o i crepacci? La natura non si sottometteva a un progetto. All'aperto si viveva esclusivamente nel presente, perché già l'istante successivo poteva essere pieno di avvenimenti imponderabili. La campagna seguiva un ritmo proprio, cui ci si sottometteva volontariamente. Nel loro lunghissimo periodo nomade, gli inuit avevano imparato che in quella sottomissione c'era il dominio. Fino alla metà del XX secolo avevano percorso la campagna senza legami, e ancora oggi quella vita rispondeva meglio alla loro natura che un'esistenza dentro le case e in un unico luogo.

Anawak si rese conto con maggiore chiarezza dei cambiamenti avvenuti. Sembrava che gli inuit avessero accettato quello che il mondo aveva chiesto loro: le attività regolari necessarie per svolgere un ruolo nella società industriale. Ma, al contrario di quando lui era bambino, il mondo aveva iniziato ad accettare gli inuit. Rendeva qualcosa di ciò che si era preso e soprattutto dava loro una prospettiva. Gli standard occidentali trovavano spazio nel mondo inuit esattamente come le tradizioni più antiche.

Anawak aveva lasciato il suo paese quando aveva smesso di essere tale, diventando invece una regione senza consapevolezza della propria identità. Era scappato, portandosi appresso l'immagine di un popolo profondamente depresso, privo di energie, e al quale era stata negata ogni forma di rispetto per così tanto tempo che, alla fine, aveva addirittura smesso di averne per se stesso. A quel tempo, l'unico che avrebbe potuto correggere quell'immagine era suo padre. Invece era proprio lui a esserne in gran parte responsabile. L'uomo che adesso si trovava nel piccolo cimitero di Cape Dorset era diventato il simbolo di quella rassegnazione: un individuo infelice, collerico e alcolizzato, che aveva fallito in tutto, anche nel proteggere la sua famiglia. Mentre Anawak si allontanava da Cape Dorset, aveva gridato dalla nave — e nella nebbia — una frase che nessuno oltre a lui poteva sentire, pensata per suo padre e per tutto il suo popolo. E quella frase adesso gli rimbombava nelle orecchie: «Perché non vi uccidete tutti, in modo che non ci si debba più vergognare di voi?»

Per un istante aveva pensato di essere il primo ad accettare quell'invito e buttarsi in mare.

Invece era diventato un abitante del Canada occidentale. I suoi genitori adottivi si erano infatti stabiliti a Vancouver. Erano gentili e l'avevano sempre sostenuto, ma, tra loro, non c'era mai stata una vera intimità. Una coppia che stava insieme per convenienza, insomma. Quando Leon aveva compiuto ventiquattro a

Quella non era la sua famiglia.

La proposta di Akesuk aveva risvegliato in Anawak nuovi ricordi. Le lunghe serate accanto al fuoco, per esempio, durante le quali c'era sempre qualcuno che raccontava una storia e tutto il mondo sembrava animarsi. Quand'era piccolo, naturalmente, c'erano la regina delle nevi e il re degli orsi. Aveva sentito di do

Anawak pensò allo Château e al lavoro che cercavano di fare laggiù. Penso a Jack Vanderbilt. A come il vicedirettore della CIA si aggrappasse testardamente all'idea che gli avvenimenti degli ultimi mesi dovessero essere ricondotti a piani e atti umani. Chi voleva comprendere gli inuit, doveva staccarsi dalla psicosi del controllo tipica della società civile.

Almeno, però, si aveva a che fare con esseri umani, mentre l'entità sconosciuta che si nascondeva dietro gli avvenimenti che stavano studiando non possedeva nulla di umano. Anawak si era convinto che Johanson aveva ragione. Continuando a seguire l'ordine e i valori umani, c'era il rischio di perdere quella guerra. Individui come Vanderbilt l'avrebbero persa, perché incapaci di comprendere che esistevano diversi modi di pensare. Probabilmente l'uomo della CIA era addirittura consapevole di quella sua inadeguatezza, ma sarebbe stato incapace di forzare la propria natura di membro della compagine civile per percorrere la strada della comprensione di una specie addirittura non umana.

In un delfino non c'era nulla da comprendere. E allora, che c'era da capire in una specie che Johanson, con un tocco dadaista, aveva definito yrr?

Improvvisamente Anawak comprese che non avrebbero potuto svolgere il loro compito finché non avessero formato la squadra giusta.

Mancava qualcuno. E lui sapeva chi.

Mentre Akesuk preparava il necessario per la partenza, Anawak, nel Polar Lodge, cercava di mettersi in contatto con lo Château. Dopo qualche minuto, lo deviarono su una linea a prova d'intercettazione e lo collegarono con diversi telefoni, l'uno dopo l'altro. Judith Li non era nell'hotel, si trovava a bordo di un incrociatore della Marina al largo di Seattle. Dovette attendere quindici minuti prima di averla in linea.

Le chiese se poteva restare ancora due o tre giorni e lei, dopo aver sentito che doveva occuparsi dei parenti, gli rispose che poteva fermarsi quanto voleva. Benché non si sentisse a posto con la coscienza, Anawak si convinse che probabilmente la salvezza del mondo non dipendeva dalla sua assenza di tre giorni. Inoltre rimaneva comunque a disposizione. E la sua testa continuava a lavorare, anche se si trovava nell'estremo nord.

Judith Li gli comunicò che gli attacchi col sonar alle balene erano proseguiti. «So che non le piace, ma…»

«Funzionano?» chiese Anawak.

«Siamo in procinto di sospendere gli esperimenti, perché non raggiungono gli effetti desiderati. Però dobbiamo tentare tutto. Più a lungo teniamo alla larga le balene, maggiore è la possibilità di mandare sott'acqua sommozzatori ed equipaggiamenti.»

«Vuole aumentare le possibilità? Allora allarghi il team.»

«Con chi?»

«Con tre persone.» Fece una pausa, poi decise di passare all'offensiva: «Abbiamo bisogno di più collaboratori che si occupino di fare ricerche sul comportamento e sull'intelligenza. E io ho bisogno di qualcuno che mi assista e di cui mi possa fidare. Voglio che sia convocata Alicia Delaware. È una studentessa che si occupa di ricerche sull'intelligenza. D'estate, risiede a Tofino».

«Va bene», replicò Judith Li con sorprendente velocità. «Il secondo?»

«Vive a Ucluelet e, se consulta i dossier del programma MK0, lo troverà sotto il nome di Jack O'Ba

«È un accademico?»

«No, è un ex addestratore dalla Marina. Ha partecipato all'US Navy's Marine Mammal System.»

«Capisco, ma dovremo discuterne», disse Judith Li. «Abbiamo tutta una serie di esperti in questo settore. Perché vuole proprio lui?»

«Voglio lui e basta.»

«E la terza persona?»

«È la più importante. In un certo senso, abbiamo a che fare con degli alieni. Ci sarà bisogno di qualcuno che abbia ragionato esclusivamente sul problema di come comunicare con intelligenze non umane. Prenda contatto con la dottoressa Samantha Crowe. Dirige il progetto SETI ad Arecibo.»

Judith Li sorrise. «Lei è un ragazzo intelligente, Leon. Avevamo già intenzione di coinvolgere qualcuno del SETI. Conosce la dottoressa Crowe?»

«Sì. È a posto.»

«Bene.»

«Soddisferà le mie richieste?»

«Vedrò che cosa posso fare.» In sottofondo qualcuno la chiamò. «Stia bene, Leon. E torni da noi sano e salvo. Ora devo tornare al fronte.»

L'aereo a turboelica Hawker Siddeley non si portò subito a nord, ma volò per un tratto in direzione est. Akesuk aveva convinto il pilota a fare quella piccola deviazione in modo che Anawak potesse ammirare la Great Plain of the Koukdjuak, una riserva naturale piena di stagni rotondi, in cui viveva la più grande colonia di oche del mondo. Sull'aereo c'erano altri passeggeri provenienti da Cape Dorset e Iqaluit, e tutti stavano andando a Pond Inlet. La maggior parte conosceva il panorama e pensava ai fatti propri, senza neanche sbirciare dal finestrino.

Anawak, invece, non si stancava più di guardare.

Per lui era come svegliarsi da un so