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«Bene.»

L'aereo si abbassò, preparandosi all'atterraggio. Le luci della città si avvicinavano, ma erano poche per essere quelle di Vancouver, troppo poche. Non era Vancouver. C'era neve ovunque. Lastroni di ghiaccio galleggiavano su un lago nero e, sullo sfondo, si levava una montagna.

Atterrarono a Cape Dorset.

Improvvisamente fu di nuovo a casa, dai suoi genitori, che avevano preparato una festa in suo onore. Era il suo complea

«Qui dentro troverai tutto ciò che ti servirà nella vita», disse. «Ma lo devi prendere con te quando corriamo fuori.»

Anawak, con le braccia sopra la testa, cercò di tenere in equilibro il pacco gigantesco. Uscirono. La neve brillava nell'oscurità. Una voce gli sussurrò che doveva assolutamente vincere la corsa, perché, in caso contrario, gli altri lo avrebbero ucciso. Nessuno aveva osato rivelarglielo, ma senza dubbio l'avrebbero fatto. Se non fosse stato abbastanza veloce a gettarsi sott'acqua, durante la notte si sarebbero trasformati in lupi e l'avrebbero fatto a pezzi.

Anawak cominciò a piangere. Non riusciva a immaginare perché qualcuno volesse fargli una cosa del genere. Malediva il suo complea

Anawak si fermò.

Si chiese se fosse giusto tornare a casa, ma evidentemente là non c'era più nessuno. Allora si sentì isolato, respinto e provò un senso d'incertezza. In quella notte gelida, illuminata dalla luna, non c'era anima viva, non si sentiva un rumore. Gli ve

La paura ebbe il sopravvento. Si girò e cominciò a camminare a fatica verso l'acqua. Non c'era un pontile come nella vera Cape Dorset, solo una riva ghiacciata. Il pacco si era rimpicciolito; ormai poteva tenerlo agevolmente con una mano. Procedeva con maggior agio e in pochi passi raggiunse la riva.

Guardò il mare.

La luce della luna splendeva sulle nere onde increspate, che trascinavano lastroni di ghiaccio. Il cielo era pieno di stelle. Qualcuno gridò il suo nome. La voce risuonò debolmente da un cumulo di neve e Anawak, sospeso tra paura e curiosità, si avvicinò con passi esitanti, finché vide che quello non era un cumulo. Erano due corpi coricati, vicinissimi l'uno all'altro, e ricoperti di neve. Erano i suoi genitori. Fissavano con sguardo vuoto il cielo. Erano morti oppure non erano in grado di parlare con lui e di avvertirne la presenza.

Sono adulto, pensò. Devo aprire questo pacco.

Lo osservò.

Era diventato minuscolo. Cominciò ad aprirlo, ma all'interno c'era solo altra carta. Lui la strappò, la fece a brandelli e la gettò via sinché non ci furono più né il pacchetto né i genitori distesi là immobili, ma solo la riva ghiacciata e l'acqua nera.

Un'imponente dorso tagliò l'acqua e poi scomparve.

Anawak girò lentamente la testa. Vide una misera casetta… No, era una baracca di lamiera. La porta era aperta.

La sua casa.

No, pensò. No! Si mise a piangere. Qualcosa era andato storto. Era impossibile che quella fosse la sua vita. Non era quello che aveva progettato!

Si accovacciò nella neve, fissando la casa. Non riusciva a smettere di piangere. Fu preso da uno strazio indicibile. I singhiozzi gli squassavano il torace e risuonavano nel cielo. Coi suoi lamenti, lui riempiva il mondo intero, un mondo in cui, oltre a lui, non esisteva nessuno.

No. No!

Luce.

La sua camera al Polar Lodge.

Tremando, Anawak si era rizzato a sedere. La sveglia indicava le 2.30. Ci volle un po' prima che riuscisse a calmarsi abbastanza per alzarsi e aprire il minibar. Aveva la lingua incollata al palato. Vide acqua, Coca-Cola e birra. Prese una Coca-Cola, la aprì e la bevve a lunghi sorsi. Con la lattina nella mano destra, andò alla finestra, scostò le tende e guardò fuori.

L'hotel era situato a un'altezza tale da permettere di scorgere la zona di Ki

Di colpo, Anawak si rese conto di quanto fosse bello quel posto.

Guardava stregato quel cielo incredibile, lasciava scivolare gli occhi sulle montagne e sulla baia. Il ghiaccio sulla Tellik Bay splendeva come argento fuso. Mallikjuaq, nera e gibbosa, sembrava distendersi davanti alla costa come una balena addormentata.

Continuava a guardare, bevendo di tanto in tanto un sorso dalla lattina.

Che doveva fare?

Ricordò i sentimenti provati pochi giorni prima, quando aveva cenato con Tom e Alicia. La stazione di Tofino gli era sembrata estranea, tutto gli era diventato estraneo. Come in ogni altro luogo, non c'era la stanza in cui avrebbe potuto ritirarsi per sfuggire al mondo. Qualcosa d'importanza capitale stava per succedere, ne era convinto. Euforico e timoroso, aveva atteso che la predizione si avverasse.

Invece suo padre era morto.

Era quello? Era quello l'avvenimento importante? Tornare nell'Artico per seppellire suo padre?

Certo, si trovava di fronte a una grande sfida. A una delle più grandi mai lanciate contro l'umanità. Ed era toccato a lui e a pochi altri raccoglierla. Difficile pensare a qualcosa di più importante. Ma quella sfida non riguardava la sua vita. La sua vita si snodava in un altro contesto. Tsunami, catastrofi dovute al metano ed epidemie non c'entravano nulla. La sua vita era balzata in primo piano con l'a

Dopo un po' si vestì, si tirò con cura sulle orecchie il berretto foderato di pelliccia e uscì nella notte luminosa. Per strada non c'era nessuno. Camminò per un'ora buona nel villaggio, finché non sentì arrivare la stanchezza, molto più pesante e gradevole rispetto all'intontimento provato davanti al televisore. Ritornò nell'hotel riscaldato, gettò i vestiti sul pavimento, si avvolse bene nelle coperte e si addormentò non appena ebbe posato la testa sul cuscino.

Il mattino seguente chiamò Akesuk. «Hai voglia di fare colazione con me?» chiese.

Lo zio sembrava sorpreso. «Mary-A

«Okay. Non c'è problema.»

«No, aspetta… Abbiamo appena iniziato. Perché non vieni a gustarti una sostanziosa porzione di uova strapazzate col prosciutto?»

«Va bene. Arrivo.»

La porzione che Mary-A

Era strano stringere la mano che gli porgevano Akesuk e la moglie. Lo riportava alla sua famiglia. Anawak non sapeva ancora se gli piaceva. La magia della notte di luna era svanita e lui non aveva ancora stilato un vero e proprio trattato di pace col Nunavut. Ma era deciso ad accogliere — con prudenza — tutto quello che sarebbe venuto.

Dopo colazione, Mary-A

«Che cosa?» chiese Anawak.

«La IBC dice che nei prossimi giorni ci sarà bel tempo. Non bisogna prenderli alla lettera, ma, se è vero anche solo la metà, potremo andare all'aperto.»

«Davvero?»

«Sì, per un po'. Domani. Se ti va, oggi possiamo fare qualcosa insieme. A proposito, che progetti hai? Vuoi tornare subito in Canada?»

La vecchia volpe l'aveva intuito.

Anawak continuava ad aggiungere latte al suo caffè. «Per essere sincero, ieri sera avevo deciso così.»

«Non è una sorpresa», constatò Akesuk seccamente. «E adesso?»

«Ancora non lo so», rispose Anawak. «Forse andrò a Mallikjuaq oppure a Inuksuk Point. A Cape Dorset non mi sento a mio agio, Iji. Non volermene. Non è un luogo che ricordi volentieri con un… un…»

«Con un padre come il tuo», completò la frase lo zio. Si accarezzò i baffi e a

«Non ne ho idea, Iji. Non c'è nulla che mi abbia spinto. A dire la verità, credo che Vancouver mi volesse allontanare per un po'.»

«Stupidaggini.»

«Di certo non per mio padre! Sai maledettamente bene che non verso una lacrima per lui.» Il suo tono era stato davvero brusco, ma lui non poteva farci niente. «E non succederà mai.»

«Sei troppo duro.»

«La sua vita è stata tutta sbagliata, Iji!»

Akesuk lo guardò a lungo. «Sì, è vero. Ma, in passato, non c'era la possibilità di condurre una vita giusta. Sembra che tu lo abbia dimenticato.» Bevve rumorosamente gli ultimi sorsi di caffè. «Sai una cosa? Ti faccio una proposta», esclamò, ridacchiando. «Mary-A

Anawak lo fissò. «Non posso… Starete vìa per settimane e io non posso assentarmi per tanto tempo. A prescindere dal fatto che comunque non voglio.»

«Mi hai frainteso. Vieni con noi solo per un paio di giorni, poi torni indietro da solo. Non devo tenerti per mano, sei grande. Spero che tu sia capace di trovarti da solo un aereo.»

«È troppo complicato, Iji, io…»

«Con le tue complicazioni mi stai proprio a